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Turchia: quale giustizia in un processo di 15 anni senza contraddittorio?

Giusto processo – Sentenza Catal v. Turchia, 17 Aprile 2012

IL CASO – Esamplare è la vicenda turca del Sig.Ҫatal, nato nel 1962 a Tokat, il quale viene arrestato nel 1997 dagli agenti della polizia anti terrorismo perché sospettato di appartenere ad un’organizzazione illegale e di di esser coinvolto in una rapina in banca.

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L’arresto potrebbe risultare nella norma, se non fosse  effettuato prima che il Pubblico Ministero e il Giudice Istruttore ne ordinassero la detenzione preventiva.
Un mese dopo l’arresto il P.M. presenta presso la Corte dello Stato in Istanbul un atto d’accusa attribuendo a Ҫatal il tentativo di rovesciare il sistema costituzionale con la forza. La Corte lo condanna sulla base dei fatti al carcere a vita.

Il 16 settembre 2003 la Cassazione ha annullato la sentenza per motivi procedurali, rinviando il caso al  giudice di primo grado, in questo stesso anno una legge sopprime i tribunali di sicurezza dello Stato e trasferisce i procedimenti penali presso la Corte d’Assise.
In detta sede il ricorrente Ҫatal chiede di essere liberato in attesa del giudizio, ma tali istanze vengono respinte in forza di sospetti ragionevoli, e per la natura delle accuse nei confronti del ricorrente, inoltre la custodia cautelare in virtù dell’art 108 della legge n. 5271 è rinnovata ogni trenta giorni.

Nel 2008 a nulla servono le proteste di Ҫatal circa la sua detenzione illegale, perché la Corte D’Assise rimarrà dello stesso avviso.
Solo un anno dopo e quindi nel 2009 considerato il periodo trascorso in prigione Ҫatal, il ricorrente, viene rilasciato a condizione che non oltrepassi la fontiera.

Da quel momento in poi il sig. Ҫatal, ha argomenti bastevoli per adire la Corte Edu.

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CORTE EDU – In primo luogo il ricorrente lamenta la lunghezza della sua custodia cautelare, ed invoca l’art.5.3 della Convenzione.

La Corte osserva che la custodia cautelare ha avuto inizio il 27 marzo 1997 per concludersi il 3 novembre 2009, e dopo aver esaminato tutto il materiale del caso,che quello giurisprudenziale, ne decreta l’eccessiva durata. Vi è dunque violazione dell’art 53 CEDU, comma terzo.

Passando invece all’art.5.4 il ricorrente lamenta l’assenza di un effettivo ricorso fornito dal sistema giuridico turco. Nella sua lauta riflessione la Corte EDU rammenta che il comma 4 dell’art.5 autorizza una persona arrestata o detenuta a proporre ricorso, affinché il procedimento consti di un contraddittorio, garantendo così la parità delle armi. Nel caso di specie né il P.M. né il richiedente sono stati invitati a presentare osservazioni orali per  quanto concerne la legittimità del protrarsi della detenzione, per questi motivi Ҫatal non ha subito una situazione di svantaggio rispetto all’accusa. Ricorda inoltre che data la natura specifica dell’art 5.4 in quanto prescrive una rapida revisione della legittimità del protrarsi della detenzione. Sarebbe impensabile l’obbligo di una audizione per ogni obiezione ad un ordine di custodia cautelare, ciò comporterebbe -in molti casi- una paralisi del procedimento penale. Il ricorrente, infatti presenta le sue conclusioni orali prima del 6 marzo 2008, giorno d’udienza. Non vi è quindi violazione dell’art 5.4 , per quanto riguarda la mancanza di un’udienza nel procedimento di ricorso.

Di contro la violazione dell’art 5 CEDU, comma 4 c’è, ma per un aspetto differente.

Se si considera il reclamo presentato da Ҫatal contro la decisione del 6 marzo 2008 di estendere la sua custodia cautelare, si apprende che le osservazioni non sono state comunicate al richiedente o al suo avvocato, e di conseguenza nessuna opportunità di rispondere è stata concessa ad essi. La Corte ritiene che in questo caso il contraddittorio sia stato negato e con questo la parità delle armi.

Per quanto riguarda invece la lunghezza del procedimento la Corte EDU riconosce che 15 anni non sono certamente compatibili con il termine ragionevole, per questo  vi è anche violazione dell’art 6 CEDU, primo comma.

A questo punto sorge spontaneo invocare la violazione dell’art 13 CEDU sul diritto di difesa dell’imputato davanti ai giudici nazionali. La Corte EDU denota che nel sistema giuridico turco non vi è alcun rimedio in grado di accelerare il procedimento, ed è a questo proposito che l’art.13 non trova attuazione e risulta violato.

Per questi motivi, e per le numerose falle e lacune dell’apparato giuridico nazionale, la Corte EDU condanna la Turchia al risarcimento di 15.500 euro per danno non patrimoniale e 2.000 euro per la copertura dei costi e delle spese.

Nonostante la Turchia abbia fatto numerosi passi avanti e notevoli sforzi per adeguare la sua legislazione agli standard europei, la messa a punto del sistema dovrà seguire, per definirsi in linea di democrazia, un percorso necessario e lungo, speriamo almeno non quanto i sui processi.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Catal v. Turchia del 17 Aprile 2012.

 

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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