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Natale in cella per quattro ugandesi: l’Italia condannata nel caso Yaw e altri

Sentenza Yaw e altri c. Italia del 6 ottobre 2016: il Giudice di Pace di Roma proroga de plano la detenzione di quattro ugandesi applicando una norma incostituzionale. Condanna per l’Italia

Non è possibile né concepibile privare un uomo della propria libertà personale senza un valido motivo e senza il rispetto di regole comuni. Ma quando quell’uomo ha una carnagione diversa dalla nostra, ed ha lo stigma del “clandestino”, le migliori garanzie di civiltà possono passare in secondo piano e l’abeas corpus diventare un appannaggio esclusivo di pochi, dietro una legalità solo apparente..

29673-alcuni-immigrati-nel-centro-di-accoglienza-di-lampedusaNel caso Yaw e altri c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo è stata chiamata a pronunciarsi sull’ingiusta detenzione subita da quattro cittadini ugandesi presso il CIE di Ponte Galeria, a Roma, per 26 giorni (dal 17 dicembre 2008 al 14 gennaio 2009). Taky Berko Richmond Yaw, Yaw Ansu Matthew, Darke Isaac Kwadwo e Dominic Twumasi erano stati fermati in vista della loro espulsione e quindi detenuti presso il CIE inizialmente per 30 giorni. Scaduti quei giorni, tuttavia, il Giudice di Pace, che aveva convalidato il loro primo arresto, prorogò la loro detenzione nonostante essi avessero formulato domanda di protezione internazionale. Nell’ambito di questa procedura apparentemente legalizzata, perché affidata ad un organo giudiziario, si verificò la violazione dei diritti umani: né i detenuti né i loro avvocati erano stati interpellati dal Giudice di Pace, il quale aveva deciso la proroga della detenzione senza contraddittorio e senza udienza. Pertanto, i ricorrenti conclusero il 2008 in cella e furono liberati soltanto il successivo 14 gennaio. Tutti i ricorrenti impugnarono in cassazione il provvedimento di proroga del Giudice di Pace, e la risposta, per tutti, fu la medesima: il Giudice di Pace, nel prorogare de plano la misura detentiva, aveva applicato una norma incostituzionale dal 2004 e violato la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione sul punto. Vani sono stati i successivi tentativi dei quattro ricorrenti di ottenere un risarcimento dal Ministero dell’Interno o da quello della Giustizia: il Tribunale di Roma rigettò tutte le loro domande tra il 2014 ed il 2016.

La Corte di Strasburgo, con sentenza del 6 ottobre 2016, ha accertato a carico dell’Italia due violazioni dell’articolo 5 (libertà e sicurezza) della Convenzione europea. Da un lato, la detenzione dei ricorrenti in virtù del provvedimento illegittimo del Giudice di Pace è stata illegittima: infatti “l’omessa convocazione degli interessati e del loro avvocato e l’omessa fissazione di una udienza costituiscano una «irregolarità grave e manifesta»“. Dall’altro, essi non avevano ottenuto né avrebbero potuto ottenere alcuna riparazione a livello interno. Ad essi la CEDU ha accordato 6.500,00 € ciascuno come danno non patrimoniale, oltre a complessivi 10.500,00 € per spese legali.

Azioni ordinaria e per la responsabilità del magistrato: sono rimedi effettivi secondo la CEDU?

La pronuncia Yaw e altri c. Italia, oltre alla scontata applicazione dei principi internazionali – secondo un’alchimia elementare e quasi algebrica per cui è certamente illegittima una detenzione disposta con provvedimento univocamente illegittimo -, offre una interessante riflessione sul nostro ordinamento giuridico in tema di ricevibilità. Il Governo italiano ha contestato infatti a tutti i ricorrenti di non aver esaurito i rimedi interni che l’ordinamento italiano avrebbe offerto loro per riparare la violazione subita: secondo il Governo, essi avrebbero potuto appellare quelle sentenze del Tribunale di Roma che avevano negato loro qualsiasi riparazione e, parallelamente, promuovere un’azione per la responsabilità civile del Giudice di Pace.

carcere condizioni degradanti detenzioneLa Corte di Strasburgo ha però respinto entrambe le eccezioni, ribadendo che l’effettività di un rimedio interno non misura nella carta, ma nella prassi. Nel caso di specie, il Giudice europea ha osservato che raramente i giudici italiani accolgano domande come quelle formulate dai quattro cittadini ugandesi contro il Ministero del Lavoro (il Governo citava un precedente positivo ed i ricorrenti ben diciannove negativi) e che il Ministero della Giustizia risponde degli atti del Giudice di Pace solo nei casi di dolo o colpa grave, ossia in ipotesi limite che non sembrano assicurare ragionevoli possibilità di successo.

Pertanto, può trarsi la conclusione che ad oggi in Italia, pur esistendo in astratto gli strumenti per fare giustizia contro proroghe illegittime della detenzione di stranieri in attesa di espulsione (azione ordinaria ed azione per la responsabilità del magistrato), essi sono de facto del tutto privi di effettività per colpa della giurisprudenza applicativa – restia ad accogliere i ricorsi – o della rigidità normativa – visto la stretta forbice di responsabilità dei magistrati (così almeno nella precedente versione della legge n. 117/88, riformata frattanto nel 2015).

La sentenza Yaw e altri c. Italia, ricorso n.  è reperibile in lingua francese a questo link.

La sentenza Yaw e altri c. Italia tradotta in italiano dal Ministero della giustizia è reperibile a questo link.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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