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Ricorso per cassazione inammissibile? La CEDU esclude l’eccessivo formalismo in Trevisanato c. Italia

Il processo giudiziario è un rituale complesso, contorto e ermetico che si sviluppa in un mondo a sé: spesso nei luoghi di giustizia, tanto più si sale di grado e di importanza ed il diritto si fa più fine, si perde di vista la ragione stessa di un processo e si dimentica che dietro le forme ed i rituali, ci sono persone che chiedono tutela e protezione per sé ed i propri diritti. L’eccessivo formalismo è sicuramente nemico dei diritti umani e non può esistere un diritto di accesso ad un tribunale se le norme processuali sono applicate in maniera eccessivamente rigida.

tribunale processo giustiziaNel caso Trevisanato c. Italia, la Corte europea dei diritti dell’uomo è stata chiamata a valutare se la Corte di Cassazione italiana avesse fatto un’applicazione delle norme processuali contraria ai diritti umani: sotto inchiesta era la condizione di inammissibilità, prevista dall’art. 166bis del c.p.c. (oggi abrogato dalla riforma del 2009) che imponeva ai ricorrenti di chiudere i propri ricorsi con un quesito di diritto, al quale la Corte di Cassazione avrebbe dovuto rispondere – idealmente – con un sì o con un no.

A promuovere il ricorso alla CEDU è stato il sig. Gino Trevisanto, dipendente della IBM per 32 anni, di cui 23 in posizione di dirigente. Licenziato nel 1995, egli aveva agito contro il suo vecchio datore di lavoro senza sosta, promuovendo cause davanti alla Direzione Provinciale del Lavoro ed il Pretore di Milano e, dopo, davanti il Tribunale di Milano e la Corte d’Appello, rivolgendosi infine proprio alla Corte di Cassazione: un unico motivo di ricorso a cui il ricorrente aveva affidato oltre 10 anni di processi. Tuttavia il suo ricorso venne dichiarato inammissibile nel 2010, ossia nemmeno esaminato nel merito. La ragione? Nel ricorso non era stato formulato il quesito di diritto richiesto dal c.p.c.

A differenza della Suprema Corte italiana, la Corte di Strasburgo ha ritenuto di dover esaminare nel merito la doglianza promossa dal sig. Trevisanto e ne ha dichiarato ricevibile il ricorso. Tuttavia, l’esito del giudizio non è stato a lui favorevole: la CEDU ha accertato che nessuna violazione dell’articolo 6 (equo processo) della Convenzione europea si è verificata.

I giudici europei hanno ritenuto pienamente legittima la regola del quesito di diritto dell’art. 166bis c.p.c., secondo un duplice accertamento. Da un lato, hanno accertato la legittimità dello scopo perseguito dalla regola procedurale, ossia quello di contemperare l’interesse privato – ad ottenere giustizia nel caso concreto – e quello pubblico – alla formulazione di un principio di diritto generale applicabile a casi simili. Dall’altro, hanno riconosciuto che la misura era proporzionata rispetto allo scopo perseguito, senza che vi fosse alcun abuso applicativo. Infatti, il ricorrente ha omesso totalmente di formulare il quesito di diritto nel suo ricorso per cassazione, quesito che, secondo la CEDU, “non avrebbe comportato alcuno sforzo particolare supplementare da parte di quest’ultimo”; inoltre, la regola di inammissibilità controversa era stata introdotta non dalla giurisprudenza –il che semmai avrebbe potuto lasciare molti margini di incertezza – ma dal legislatore stesso e ben un anno prima rispetto al ricorso per cassazione formulato dal ricorrente.

Corte di Cassazione 2Con questo ragionamento, di per sé logico, la Corte europea dei diritti dell’uomo si atteggia a giudice degli standard minimi di tutela dei diritti umani. Una regola, estremamente discutibile e inutile, come far formulare al comune avvocato il complesso quesito di diritto che competerebbe piuttosto al giudice della nomofilachia, è stata ritenuta legittima a Strasburgo, così come l’estrema conseguenza collegata alla mancata formulazione del quesito – il ricorso per cassazione inammissibile non è nemmeno esaminato nel merito. Ci si chiede, allora, se sacrificare i diritti dei consociati all’altare del buon andamento della giustizia sia la scelta migliore: è vero che la coperta è corta, nei costi e disponibilità della giustizia, ma siamo sicuri che gravando gli avvocati di tali oneri processuali la giustizia non diventi (o non sia già diventata) una fatica ercolina?

La sentenza Trevisanato c. Italia del 15 settembre 2016 è reperibile in lingua francese a questo link.

La traduzione in italiano del caso Trevisanato c. Italia, realizzata dal Ministero della Giustizia, è reperibile a questo link.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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