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Il caso L.E. c. Grecia: la schiavitù del nostro secolo è la tratta di persone

Traffico di esseri umaniNel caso L.E. c. Grecia, deciso lo scorso 21 gennaio, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accolto il ricorso di una emigrata nigeriana giunta in Grecia con le promesse di un lavoro e lì costretta da un suo connazionale a prostituirsi per due anni. Soltanto una volta strappata all’aguzzino, e sottoposta a detenzione in attesa della sua espulsione verso la Nigeria, la ricorrente ha denunciato le violenze subite da lei e da altre due amiche nigeriane: ciò accadeva nel novembre del 2006, ma soltanto nell’agosto del 2007 – dopo una prima richiesta di archiviazione intanto opposta dalla persona offesa – gli inquirenti si mossero. Ci vollero perciò 9 mesi prima che iniziasse il procedimento penale a carico dei soggetti querelati e sopratutto che alla Sig.ra L.E. fosse riconosciuto lo status di vittima di tratta. Ad allungare i tempi, fu decisivo l’omesso esame da parte degli inquirenti – che non lo inserirono nemmeno nel fascicolo delle indagini – della dichiarazione del presidente della Nea Zoi, ONG attiva a tutela delle vittime dello sfruttamento sessuale: egli già nel dicembre del 2006 aveva confermato la veridicità del racconto della ricorrente.

Ma anche avviato il procedimento penale contro gli sfruttatori, le cose non andarono meglio: ci vollero più di quattro anni ed otto mesi perché si celebrasse un’udienza davanti alla Corte d’Assise di Atene. Tra l’altro gli atti investigativi giunti sul tavolo dei Giudici greci presentavano molte “carenze”. Ad esempio, non si spiega perché gli investigatori ricercarono l’aguzzino in un solo indirizzo, quando la vittima aveva indicato loro ben tre abitazioni in cui poteva trovarsi. O ancora perché non avessero contattato le Autorità nigeriane per cercare di individuare ed arrestare il sospettato in Nigeria. Invero, l’unico intervento operato dagli inquirenti greci per trovare l’aguzzino sembra essere stato quello di inserire il suo nome nella banca data della polizia.

Corte europea dei diritti dell'Uomo 4 - esterno nottePer tutte queste ragioni, la Corte europea ha accertato la violazione della Convenzione europea da parte della Grecia, in relazione all’articolo 4 (proibizione della schiavitù), all’articolo 6 (diritto ad un processo di durata ragionevole) ed all’articolo 13 (diritto ad un ricorso effettivo); ha disposto quindi che la Grecia dovrà corrispondere alla Sig.ra R.E. 12.000 € a titolo di equa riparazione per il danno non patrimoniale subito, oltre a  3.000 € per le spese legali sostenute.
In particolare, il Giudice europeo, invocando l’articolo 4 CEDU, si è richiamata alla proibizione della schiavitù, un articolo che fino al 2010 è stato fortemente sottovalutato: prima di quella data, alcuni in Dottrina spiegavano l’assenza di violazioni (giudizialmente accertate) del divieto di schiavitù nel fatto che nella civile Europa non esistesse più la schiavitù. Tuttavia, con la sentenza Rantsev c. Russia e Cipro e la successiva M. e altri c. Italia e Bulgaria, la Corte europea ci ha riaperto gli occhi: la schiavitù esiste, ma ha cambiato nome, forma e metodi rispetto ai precedenti storici. Oggi la schiavitù è la tratta di esseri umani ed il mercato della prostituzione  i luogo in cui si consuma. Il caso ha rappresentato perciò un’ottima occasione per ricalcare da Strasburgo gli obblighi positivi a cui sono vincolati i Paesi firmatari della Convenzione europea: essi sono obbligati a livello procedurale ad indagare potenziali situazioni di traffico di esseri umani, e ciò a prescindere da una denuncia da parte della vittima: “una volta che la questione è stata portata alla loro attenzione, le autorità devono agire (§ 68).

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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