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L’avvocato napoletano di fede ebraica tra il lavoro e la festa del Kippur

Libertà religiosa – Sentenza Francesco Sessa c. Italie, 3 Aprile 2012

Tra la festa del Kippur e un’udienza di lavoro, cosa doveva scegliere l’avvocato napoletano? L’imbarazzo della scelta era stato procurato dal GIP di Forlì che, perduta la richiesta del rinvio dell’udienza dentro il labirinto informatico – tipico della nostra burocrazia – fissa l’udienza proprio nella data della festa ebraica. Un annoso conflitto tra libertà religiosa e ragionevole durata del processo.

IL CASO – Francesco Sessa è un’avvocato originario di Napoli; è di fede ebraica e fa parte della Comunità Ebraica di Napoli.

Nel corso di un procedimento penale a Forlì è chiamato a rappresentare due clienti come parte civile. È il 2005 e allora il Giudice per le Indagini Preliminari (GIP), dovendo fissare la data della successiva udienza, individua due date e le propone alle parti, affinché scelgano fra queste. Ma entrambe date cascano proprio in due ricorrenze ebraiche: rispettivamente, la festa del Yom Kippur, il 13 Ottobre, e quella del Sukkot, il 18 Ottobre. Nonostante le spiacevoli coincidenze, il giudice non muta le date in lizza e anzi fissa l’udienza per il 13 Ottobre.
Il ricorrente prima evidenzia l’impossibilità di trovarsi in aula, dovendo adempiere ai propri obblighi religiosi – fa parte infatti della comunità ebraica di Napoli – poi si oppone, richiamando gli articoli 4 e 5 della legge n ° 101 dell’8 marzo 1989, la quale regola i rapporti tra le istituzioni dello Stato italiano e l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane; chiede il rinvio dell’udienza e informa il Consiglio Superiore della Magistratura, che poco dopo si dichiarerà la propria incompetenza.

Ma il 13 Ottobre si svolge l’udienza e nel verbale la sua assenza è risulta “per motivi personali”; in udienza il cliente vede ridotta la propria capacità di difesa, mancando del suo procuratore e difensore.

In una serie di ricorsi, rimessioni e probabili errori al registro di sistema usato in tribunale, che vedono come protagonisti, il Tribunale di Forlì e la Corte d’Appello di Ancona, l’avvocato napoletano non riesce a far valere la sua richiesta di rinvio.

Quindi,  il 3 giugno 2008, ai sensi dell’articolo 34 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, decide di agire davanti alla Corte di Strasburgo, divenendo così da procuratore a cliente, assistito da altro avvocato, tale Sig. Cozza.

IL RICORRENTE – invoca l’art 9 CEDU sulla libertà religiosa: il rifiuto del giudice del Tribunale di Forlì, oltre ad essere una palese violazione della normativa pattizia con cui le comunità ebraiche e lo stato italiano regolano i propri rapporti e che ammette il rinvio del giudizio in casi simili, sarebbe un’irragionevole limitazione del suo diritto a professare la propria fede ebraica: come potrebbe liberamente esercitare un suo diritto, chi vede condizionato tale diritto dalla necessità – innanzitutto deontologica e contrattuale -di essere presente in aula? Inoltre, si contesta nel ricorso, l’udienza non aveva nessun carattere d’urgenza e poteva essere rinviata senza pregiudizio alcuno per le parti.

Oltre all’art 9, l’avvocato napoletano si appella all’art 13 CEDU sul Diritto ad un ricorso effettivo ed all’art 14 CEDU, Divieto di discriminazione, sia perché impeditogli di ottenere giustizia difronte ad un’autorità nazionale, sia perché discriminato rispetto a chi di fede ebraica non è, e che perciò avrebbe potuto trovarsi in aula il 13 Ottobre 2005 senza rinunciare alla propria libertà religiosa.

IL GOVERNO – dal canto suo, eccepisce la tardività della richiesta, che il ricorrente avrebbe dovuto formulare 6 mesi prima la data fissata per l’udienza, ossia quando il GIP decise la data; ancora, che il suo diritto di manifestare al sua fede religiosa non è un diritto assoluto, ma piuttosto relativo, e che perciò ben si atteggia a subire un bilanciamento di interessi con altri fattori, quali lo svolgimento dell’attività giurisdizionale come esercizio di un servizio pubblico nevralgico nella società civile e il diritto alla tutela giurisdizionale, nel significato di una ragionevole durata del processo – senza perciò dilungamenti inopportuni – dei 21 deputati coinvolti nel processo.
Infine, il ricorrente avrebbe comunque potuto nominare un sostituto, a norma dell’art 102 del codice penale, evitando ogni conflitto.

LA CORTE EDU – ammette il ricorso all’unanimità, ma rigetta le ragioni del ricorso: dichiara, con quattro voti contro tre, che non vi è stata alcuna violazione dell’ art 9 CEDU.

La Corte, nella sua maggioranza, condivide le ragioni del Governo: la presenza del ricorrente non risultava necessaria per lo svolgimento dell’udienza, giacché il principio del contraddittorio e di difesa non erano – nel caso di specie- violabili né violati; inoltre il ricorrente era facilmente sostituibile; tali ragioni degradano a tal punto il pregiudizio che il mancato rinvio arreca alla libertà religiosa, da rendere facile il contemperamento con gli altri interessi insiti nello svolgimento tempestivo e rapido del processo

Quanto poi agli artt 13 e 14 della CEDU, del primo non sussiste violazione perché il Diritto ad un processo effettivo non può includere un qualche diritto ad uscire vittorioso nelle impugnazioni, per cui si deve garantire il ricorso ma non l’accoglimento delle proprie ragioni; del secondo poi non si ravvisa alcuna discriminazione, ove il contemperamento di interessi che ha compresso la libertà religiosa dell’art 9 CEDU – oltre ad essere ammesso dallo stesso art 9, secondo paragrafo -rende ragionevole la differenza di trattamento riservata all’avvocato di fede ebraica e perciò, per definizione, non discriminatorio.

Centrale, nell’argomentazione della Corte, è l’interpretazione dell’art 9 CEDU:

L’article 9 énumère diverses formes que peut prendre la manifestation d’une religion ou d’une conviction, à savoir le culte, l’enseignement, les pratiques et l’accomplissement des rites. Néanmoins, il ne protège pas n’importe quel acte motivé ou inspiré par une religion ou conviction

Per cui, l’articolo 9 elenca una varietà di forme che può assumere la manifestazione di religione o di credo, e cioè il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza. Tuttavia, non protegge ogni atto motivato o ispirato da una religione o le convinzioni.

DISSENTING OPINIONS – La sentenza non è rimasta indenne da critiche e anzi ha dato occasione per la formulazione di una dissenting opinion da parte dei tre giudici contrari all’esito della sentenza.

giudici Françoise Tulkens, Dragoljub Popović e  Helen Keller

Contestano, principalmente, che l’autorità giudiziaria, pur potendo adoperarsi in un bilanciamento che avrebbe maggiormente salvaguardato gli interessi in gioco, ha preferito sacrificare di netto quello della libertà religiosa del ricorrente a favore degli altri, mancando di proporzionalità.

Aldilà del caso di specie, appare molto discutibile e pericolosa la strada imboccata dalla Seconda Sezione: a nulla è valsa la presenza della ben conosciuta e attiva in materia Françoise Tulkens, presidente della Sezione. È stata realizzata un’ampia rivalutazione dei precedenti della Corte stessa, ritrattando la libertà religiosa in un’ottica restrittiva e secondaria.
Forse che a livello sovranazionale si incominci a rifiutare un sistema di pluralismo religioso con tutte le difficoltà che derivano dal coordinamento delle esigenze del singolo fedele con le attività dello Stato? O forse si crede che lo Stato possa farsi qualche sconto nella tutela dei suoi cittadini, quando di mezzo c’è una fede poco diffusa e rumorosa? Una cosa è certa, se l’autorità che detta le leggi – e quindi i valori – che scandiscono la nostra vita, incomincia a svalutare il fattore religioso, allora o si riformano i valori della società o si riformano i valori dello Stato.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Francesco Sessa c. Italie del 3 Aprile 2012.

Per approfondire l’argomento: Francesco Sessa v. Italy: A Dilemma Majority Religion Members Will Probably Not Face, pubblicato nel sito Strasburg Observers.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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