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Diritto al cibo: diritto fondamentale e sfida mondiale

Una grande sfida per Expo Milano 2015

La fame viene riconosciuta come una gravissima violazione della dignità umana in quanto ritenuta un ostacolo al progresso sociale, politico ed economico. Per questo motivo il diritto internazionale dichiara che nessuno deve soffrire la fame, inoltre in 22 paesi; Bangladesh, Bolivia, Brasile, Colombia, Congo, Cuba, Ecuador, Etiopia, Guatemala, Haiti, India, Iran, Malawi, Nicaragua, Nigeria, Paraguay, Pakistan, Repubblica Dominicana, Sri Lanka, Sudafrica, Ucraina, Uganda, il diritto al cibo è una norma costituzionale. I governi nazionali devono essere in grado di garantire a tutti i cittadini l’accesso fisico ed economico ad una alimentazione sufficiente, sicura e nutriente per condurre una vita sana ed attiva.

expoDi tutto questo, di sovranità alimentare, di tutela delle biodiversità e di cittadinanza universale, se ne parla nella grande vetrina del commercio mondiale Expo Milano 2015 come sua eredità morale. In occasione dell’esposizione universale del cibo (che si tiene ogni cinque anni in una città del mondo diversa) è stata stilata la Carta di Milano un documento programmatico rivolto ai potenti della terra, fin troppo ambizioso dall’intestazione: “Noi donne e uomini, cittadini del pianeta…”. Con l’auspicio che quando verrà il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, il 16 ottobre 2015, rechi in calce milioni di firme. Questo documento viene visto come un’istanza ai potenti del mondo per risolvere il problema della fame nel mondo e perché il diritto al cibo non resti un’aleatoria utopia ma una realtà ben radicata nella legislazione in tutti gli Stati.

Carta di MilanoSi è arrivati alla suddetta Carta dopo un lunghissimo lavoro durato anni. È stata scritta con un metodo di consultazione totalmente sperimentale ideato dal filosofo Salvatore Veca con la collaborazione Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Hanno raccolto e selezionato un numero enorme di rivendicazioni, suggerimenti e pratiche territoriali. Non hanno interpellato solo gli studiosi e i tecnici dello sviluppo ecocompatibile, ma in più chi lo mette in pratica nel globo intero. Veca ha spiegato che l’obiettivo della Carta è chiedere espressamente «un’assunzione di responsabilità, da parte di tutti, nella battaglia per il diritto al cibo e contro le diseguaglianze e gli sprechi alimentari».

 

Padiglione ZeroEssa non si rivolge solamente ai governi nazionali ed istituzioni internazionali ma anche alle imprese che beneficiano dei profitti dal nostro fondamentale bisogno di nutrizione; perché checché se ne dica il cibo e l’acqua sono beni di consumo e generano economia. Tutta la catena della produzione del cibo e della sua trasformazione produce profitto, dallo sfruttamento della terra all’energia che se ne trae fino all’industrializzazione.Padiglione zero È un patrimonio comune assoggettato a necessari vincoli di proprietà; però la questione principale è che il cibo, l’acqua, l’energia, non sono merci qualsiasi ma bensì di vitale importanza per la sopravvivenza della nostra specie. La Carta di Milano ci rimembra che 805 milioni di persone patiscono la fame cronica (il primato è in Asia con 525 milioni, segue l’Africa con 227 milioni, poi Sud America e Caraibi con 37 milioni), invece 2 milioni sono malnutrite; ciononostante ogni anno si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, inoltre quasi 2 miliardi di individui sono in sovrappeso o sono malati di obesità. Sulla base di tutto ciò è palese e necessario dare una legislazione certa e al più presto in materia di diritto al cibo, usando anche gli strumenti di un nuovo diritto internazionale.Padiglione zero1

Per attuare tutto questo bisogna avere un approccio basato sui diritti e su fatti concreti, ergo accrescere il PIL e prevenire i conflitti civili. In questi ultimi anni è apparso un nuovo orientamento che pone al centro i diritti basilari, e prende il nome di sviluppo basato sui diritti.

Padiglione Zero

L’approccio alla sicurezza alimentare preposto verso i diritti reputa che le persone hanno il diritto indispensabile di non soffrire la fame e contempla i beneficiari del progresso non solo individui passivi ma partecipanti attivi. In più ritiene che lo Stato sia il primo responsabile, quindi deve attuare ogni possibile risorsa per dare per certo, in qualsiasi momento, l’accesso fisico ed economico al cibo.

 

Expo 2015 MilanoLa razza, il sesso, la lingua, l’età, la religione, o l’ideologia politica; purtroppo tuttora sono i fattori che pregiudicano un accesso adeguato al cibo. Per di più questo elemento imprescindibile per la vita non dovrebbe essere mai usato come “ricatto” per questioni politiche o economiche, un esempio è l’embargo sugli alimenti oppure il blocco dei convogli umanitari.

Lo sviluppo passa anche dando particolare attenzione ai diritti dell’uomo; infatti le ultime ricerche dimostrano che dove si hanno più libertà sia civili e politiche la crescita economica è maggiore, per di più la protezione dei diritti umani può arrestare uno dei più flagellanti scogli al diritto al cibo: la carestia. Secondo Amartya Sen, premio Nobel indiano per l’economia del 1998, è improbabile che avvengano carestie quando i diritti civili e politici basilari vengono rispettati.

Per la salvaguardia del diritto al cibo entrano in gioco molteplici elementi, dall’accesso alla terra alle opportunità sufficienti per procurarsi un reddito. Il Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali, vigente dal 1976, ha affidato il compito di dare soluzioni concrete a queste problematiche ai governi nazionali. Tali istituzioni devono porre l’accento sui seguenti temi: l’impegno che chiaramente pone limiti allo Stato nell’esercitare il proprio potere in quanto esso non deve interferire con la vita degli individui e quando la legislazione nazionale lo consenta bisogna immediatamente emendarla; l’impegno alla protezione che esige norme certe contro la cattiva condotta dei privati che impediscono alle persone di procacciarsi un’alimentazione adeguata e sicura, tali regole riguardano l’igiene alimentare, gli standard qualitativi e di etichettatura, le condizioni di lavoro e il possesso della terra, inoltre devono dare protezione contro le condotte di mercato scorrette, come le informazioni sulle trattenute fiscali o la creazione di monopoli; l’impegno all’azione che sollecita l’intervento dello Stato per l’identificazione dei gruppi vulnerabili e la programmazione di politiche volte ad ottimizzare l’accesso alle risorse per la produzione di cibo o di reddito, da ultimo si può ricorrere all’assistenza diretta per tutelare la sopravvivenza della popolazione.

Tutto questo potrebbe far pensare che il diritto al cibo obblighi lo Stato a nutrire la popolazione ma è errato, in quanto il governo deve rispettare è proteggere i diritti dei cittadini affinché siano in grado di nutrirsi con le proprie forze e risorse. Solo in situazioni d’emergenza, e naturali o guerre, si ricorre all’assistenza alimentare diretta. Se lo Stato non detiene le risorse giuste per fronteggiare questa emergenza la comunità internazionale gli deve andare in soccorso.

Le guerre vengono viste come una violazione del diritto al cibo in quanto distruggono ogni risorsa: raccolti, attrezzature agricole, bestiame, derrate alimentari. I dati della FAO (Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura) divulgano che negli ultimi tre decenni la guerra un costo di 4.300 milioni di dollari all’anno, quanto basta per togliere 330 milioni di persone dall’elenco dei sottoalimentati. Due esempi esemplificativi: in Rwanda, nel 1995 il conflitto armato ha disperso tre agricoltori su quattro e dimezzato i raccolti; in Afghanistan su per giù 700 km quadrati di terra sono minati quindi non si possono coltivare ma su questi terreni, ogni mese, muoiono o si feriscono 300 individui.

Il diritto al cibo, come diritto fondamentale, per la prima volta è stato riconosciuto nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948. Infatti l’articolo 25 di tale dettato normativo internazionale recita: “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha il diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà. La maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati fuori dal matrimonio, devono godere della stessa protezione sociale”.

Tale principio fondamentale per i diritti umani è stato riaffermato dall’ONU nel 1966 con il Patto sui diritti economici sociali e culturali e nel 2000 attraverso la Dichiarazione del Millennio. È al primo posto tra gli obiettivi da raggiungere entro il 2015.

Invece per le ONG internazionali si tratta più di una questione di sicurezza alimentare; assicurare a tutte le persone e in ogni momento una quantità di cibo sufficiente, sicuro e nutriente. Mentre gli operatori del settore ittico-agrario, ma anche per un numero sempre più maggiore di consumatori responsabili è una questione di sovranità alimentare, in altre parole di dare la possibilità ad ogni popolo di decidere il proprio sistema alimentare e produttivo.

La consapevolezza della necessità di dotarsi del diritto al cibo deriva dal fatto che le questioni legate alla fame nel mondo non sono provocate esclusivamente dalle calamità naturali, ma entrano in le scelte e le dinamiche politiche generatrici di diseguaglianze economiche, sociali e culturali. Questo diritto fondamentale si basa sui principi dello sviluppo sostenibile che sono in condizione di eliminare le disuguaglianze note nel controllo della terra, dell’acqua, dei pascoli, delle foreste e delle sementi e di contrastare le violazioni dei diritti dei contadini e dei lavoratori.

Dunque si deve arrivare al punto che il diritto al cibo diventi responsabilità di tutti, cioè una presa di coscienza sia individuale che collettiva. Per attuare ciò bisogna investire: sulla piccola e media proprietà contadina delle terre, sull’agricoltura biologica, sulle filiere alimentari eque e corte con il più ridotto numero di intermediari, sulla qualità e sicurezza degli alimenti, sui prezzi giusti e trasparenti per il produttore e per il consumatore, sulle regole condivise e uguali in tutti i paesi, su uno stile alimentare sobrio e rispettoso della popolazione animale, inoltre sui consumi energetici e attenzione agli sprechi. Il diritto ad un’alimentazione adeguata riguarda tutta la “rete del cibo” che va dalla produzione alla consumazione, passando attraverso la trasformazione e la vendita dell’alimento.

Come ci ricorda Olivier de Schutter, ex relatore speciale dell’ONU per il diritto al cibo, “le innovazioni sociali emergenti in tutto il mondo mostrano come i consumatori urbani possono essere collegati ai produttori alimentari locali, riducendo al tempo stesso la povertà rurale e l’insicurezza alimentare. Occorre però sostenere queste iniziative locali a livello nazionale e, al tempo stesso, anche le strategie nazionali necessitano di condizioni internazionali favorevoli per poter dare dei frutti”. Secondo De Schutter, da qui in avanti, “la priorità deve essere quella di promuovere i circuiti brevi e i legami diretti fra produttori e consumatori in modo da rafforzare le aziende agricole locali di piccole dimensioni e ridurre la dipendenza dalle importazioni. Il diritto ad una alimentazione adeguata necessita di un ripensamento radicale e democratico dei sistemi alimentari mondiali”.

In questo contesto globale la liberalizzazione del mercato da un lato favorisce e dall’altro limita il fiorire del diritto fondamentale cui si sta dibattendo in questa sede. I prodotti agricoli dei paesi più poveri diventano più competitivi quando i paesi ricchi tagliano i sussidi agli agricoltori, e i primi possono produrre maggiori quantità e guadagnare di più dalle esportazioni; però durante l’adeguamento dei mercati alle nuove politiche, i paesi che dipendono da importazioni alimentari a prezzi modici. La direttiva ministeriale enunciata durante l’Uruguay Round sulle negoziazioni commerciali nel 1994 ha precisato i rimedi che gli Stati incapaci a fronteggiare aumenti improvvisi dei prezzi delle importazioni alimentari. Tali Stati e con un bilancio alimentare negativo avrebbero riscosso aiuti alimentari più alti, assistenza tecnica e finanziaria, credito all’esportazioni e finanziamenti a breve termine.

Purtroppo un blocco dei prezzi mondiali cerealicoli nel 1995-1996 diede prova che la direttiva di cui sopra non era idonea. Per il motivo che i costi delle importazioni erano lievitati del 35%, però la mancata chiarezza sull’attuazione di tale disposizione e per l’assenza di una vera volontà di quei paesi ricevettero meno aiuti. Le norme di questa portata dovrebbero essere rafforzate ed applicate per bene.

Un principio fondamentale per il diritto al cibo è il mercato equo e sostenibile. Un mercato più libero alla fine dovrebbe mettere sullo stesso piano gli Stati in via di sviluppo e quelli già sviluppati; dunque fino al tal momento le politiche nazionali ed internazionali dovranno tutelare l’equa ripartizione dei profitti e la protezione delle popolazioni vulnerabili.

Però passare dalla teoria alla pratica è alquanto complesso, bisogna lavorare all’unisono per combattere la fame nel mondo. L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti dell’uomo ha il compito di monitorare la realizzazione e le violazioni del diritto al cibo, viceversa le agenzie di sviluppo e le istituzioni finanziarie forniscono assistenza tecnica, finanziaria ed alimentare. Esse sono: Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura, Programma Alimentare Mondiale, Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo, Organizzazione Mondiale della Sanità, Organizzazione Internazionale del Lavoro, Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Banca Mondiale.

Non di meno le ONG (Organizzazioni non governative) sono altrettanto fondamentali ed estremamente efficienti nel far smuovere le coscienze verso i problemi relativi al diritto al cibo. A tal proposito un gruppo di ONG sta già sollecitando per avere un Codice di condotta sul diritto umano al cibo adeguato.

Albero della vitaNon a caso il tema dell’esposizione universale di Milano è: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, questa presa di coscienza (con una corretta educazione all’alimentazione sostenibile) non la devono prendere solo i governi e le istituzioni internazionali ma anche le grandi multinazionali che infatti hanno padiglioni di eguale spazio delle grandi nazioni del mondo. Esse devono capire che il cibo non deve essere oggetto di strumentazioni politiche ed economiche. Il pubblico potere deve mettere in atto delle norme riguardanti l’imprenditoria: da un reddito adeguato per i produttori, alla preservazione delle biodiversità; dal benessere degli animali, a nuove tecniche d’imballaggio; dall’equità nelle regole del commercio, alla certificazione di qualità dei prodotti. Apparentemente può sembrare assurdo modificare le pratiche di mercato dell’odierno capitalismo che schiaccia l’agricoltura, fino a trasformarla nella più umile delle attività umane. L’Expo “riformista” sta cercando rovesciare i rapporti forza confidando sui grandi numeri; in altre parole vorrebbe sensibilizzare una platea mondiale che non può essere eretta dai solo semplici visitatori. Questa kermesse si propone di invertire la rotta verso il diritto al “cibo sano, pulito, giusto”; che deve essere un caposaldo della dignità umana.

Link di approfondimento:

Gli accessi al Sito Espositivo di Expo Milano 2015 dal 14 al 20 settembre | Expo Milano 2015

About Valeria Sirigu

Mi sono iscritta in giurisprudenza perché il diritto per me è uno stile di vita

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