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Il caso ILVA davanti alla Corte europea: tutto da rifare

Alcune note a caldo sul caso Smaltini c. Italia: l’irricevibilità lascia qualche speranza

Il caso ILVA ha fatto molta strada, partendo dal capoluogo pugliese fino a raggiungere in questi giorni il Giudice di Strasburgo: col ricorso Smaltini c. Italia il nostro Paese è stato citato davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo per le annose e controverse vicende dell’impianto siderurgico dell’ILVA di Taranto, ormai da molti anni al centro di un dibattito politico, scientifico e sociale sulla sua pericolosità per l’ambiente e la salute. 

ILVA Taranto - 25/12/2007Autrice del ricorso è stata la Sign.ra Giuseppina Smaltini, cittadina tarantina malata di leucemia e oggi deceduta in seguito all’insorgenza nel 2012 di una meningite non curabile nello stato di immunodeficienza in cui si trovava; a proseguirlo sono invece il marito e i suoi due figli. In passato, la Sign.ra Smaltini aveva denunciato senza successo l’ILVA, nella persona di un suo dirigente, per la violazione delle norme in materia di qualità dell’aria, relativamente a specifici agenti inquinanti, e di inquinamento prodotto dagli impianti industriali; sarebbe stato proprio l’impianto siderurgico a causarle il cancro di cui era affetta. Seguirono anni di indagini, dal 2006 fino al 19 gennaio 2009, quando il G.I.P. di Taranto dispose l’archiviazione del procedimento.

La Corte europea, investita del caso pochi mesi dopo la pronuncia del G.I.P., ha reciso l’azione giudiziaria dichiarando manifestamente infondato il ricorso. L’impatto dell’ILVA sulla salute della ricorrente sarebbe stata valutata dalle giurisdizioni italiane in maniera adeguata nel 2009: con le conoscenze scientifiche dell’epoca del giudizio e tenendo conto che la provincia tarantina non risultava avere un’incidenza di leucemia maggiore di altre Regioni italiane, l’archiviazione del procedimento penale è stata allora legittima. In altre e differenti parole, all’epoca dell’archiviazione della denuncia della ricorrente, non poteva ravvisarsi alcun nesso causale tra l’attività industriale dell’ILVA e l’insorgenza della leucemia.

La Corte, tuttavia, semina tra le righe due appunti sotterranei, che lasciano intravedere qualche speranza per il futuro.

Primo: non è detto che nuove ricerche scientifiche non possano comprovare – o non abbiano già comprovato – che l’ILVA nuoce gravemente alla salute delle persone. Ciò che è certo è che le conoscenze scientifiche del 2009 non erano sufficienti a dimostrare l’esistenza di un nesso causale ed a imporre ai Giudici nazionali di accertarlo. È falso, perciò, dedurne che la Corte europea abbia escluso in assoluto che l’ILVA faccia male, che facesse male nel 2009 o nel 2012 – quando è deceduta la ricorrente – o in qualsiasi altra data. L’unico dato, certo, è che alla data del 2009 (e del 2012) non era dimostrato né dimostrabile in processo tale pericolosità.Da qui la manifesta inammissibilità.

Secondo: il ricorso è andato fuori strada, sostenendo una tesi difensiva – col senno di poi – sfortunata e non accoglibile. Per altri e diversi lidi il ricorso avrebbe avuto probabilmente una fortuna maggiore.

Col ricorso della Sign.ra Smaltini l’Italia era accusata di non aver accertato, pur avendo tutti gli elementi per farlo, che l’ILVA aveva causato la leucemia alla ricorrente; ossia si sono fatti valere i c.d. obblighi positivi di natura procedurale, che impongono agli Stati di proteggere il diritto alla vita dei consociati (art. 2 della Convenzione europea) indagando e reprimendo tutte le violazioni di tale diritto: se l’ILVA provocava la morte delle persone cagionando malattie letali, allora la giustizia italiana doveva muovere la macchina processuale per scovare i responsabili e punirli adeguatamente. Ma, da questo punto di vista, la Corte ha ritenuto che nulla possa rimproverarsi ai magistrati nazionali i quali, limitati dalle deboli e non dirimenti conoscenze scientifiche dell’epoca, non avevano trovato “elementi idonei a sostenere l’accusa in giudizio” , requisiti minimi richiesti per un rinvio a giudizio in un processo, garantista ed esigente, come quello penale dove l’onere della prova “oltre ogni ragionevole dubbio” incombe sulla pubblica accusa, ossia sui medesimi magistrati requirenti.

Corte Europea dei diritti dell'uomo 10Ma, a cambiar prospettiva, la responsabilità dello Stato italiano poteva vedersi da un altro punto di vista, ossia richiamando gli obblighi positivi di natura materiale o di protezione enucleati dalla giurisprudenza della Corte europea: in questo caso più che mai doveva investirsi lo Stato dell’onere di provare (cosa tutt’altro che facile) di aver adottato tutte le misure necessarie e adeguate a fronte di pericoli alla vita derivanti da condizioni ambientali pericolose. Ciò era stato richiesto per esempio nel caso Guerra e altri c. Italia, dove lo Stato italiano era venuto meno agli obblighi di informazione verso la comunità di Monte Sant’Angelo dei rischi di emissioni tossiche e pericolose della fabbrica chimica Enichem-Agricoltura. Tale chiave processuale, forse, avrebbe consentito alla Corte europea di fare un passo aggiuntivo nell’esame della vicenda e spendere qualche parola in più nel merito – d’altronde non ne servono molte per fare giustizia, basta che siano quelle giuste.

E infatti questo pare il messaggio, sotterraneo e appena accennato, da attribuire alle parole della Corte con cui fa pesare il fatto che “la ricorrente non si lamenta del fatto che le autorità nazionali avessero omesso di stabilire le misure giuridiche o amministrative per proteggere la sua vita. Ella non denuncia il mancato rispetto delle normative vigenti nell’anno nel settore di attività pericolose” (§ 50) e perciò deduce draconianamente che “il presente ricorso deve essere esaminato [soltanto, n.d.r.] sotto l’aspetto procedurale del diritto alla vita della ricorrente” (§ 51) .

L’argomento giuridico degli obblighi di protezione dello Stato,tra l’altro, era stato  opportunamente sollevato dalla terza parte interveniente, l’Unione Forense per i diritti umani (§ 48), in ausilio di una difesa di parte ricorrente direzionata a tutt’altra strategia e per certi versi monca. Infatti l’avvocato che aveva formulato il ricorso iniziale non ha nemmeno partecipato al contraddittorio scritto, giacché la sua memoria in difesa della Sign.ra Smaltini, inviata con un mese di ritardo, non è stata esaminata dalla Corte europea (§ 45), come da Regolamento.

La pronuncia della Corte europea è negativa, sì, ma lascia intravedere qualche speranza per il futuro. Ricorrere alla Corte europea contro l’ILVA di Taranto e, in generale, contro gli obbrobri industriali altamente inquinanti e pericolosi, è possibile: esiste una giurisprudenza internazionale che ammette denunce di questo tipo e ci sono casi simili pendenti; un esempio è il ricorso contro la discarica di Uttaro, in provincia di Caserta, usata per anni come deposito per pericolosi rifiuti tossici e oggi sotto sequestro (ricorso Locascia e altri c. Italia). In questo senso il ricorso Smaltini, approdato in Corte europea ma poi inabbissatosi alla deriva tra esigenti regole processuali del Giudice europeo, non è altro che un’occasione mancata. Di poco.

La decisione del caso Smaltini c. Italia è reperibile, in lingua francese, a questo link.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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