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Turchia tentenna (senza ragione) nel concedere il cambiamento di sesso: per la Corte è violazione!

Diritto al rispetto della vita privata – Sentenza Y.Y. c. Turchia, 10 Marzo 2015

Tutti hanno il diritto di vivere appieno lo sviluppo della propria identità, tanto più nel rispetto dell’integrità fisica e morale. Oltre ad essere un diritto dal significato intrinsecamente turchia bandieratautologico, è un minimo comune denominatore sotto il quale l’umanità tutta potrebbe trovar rifugio.

Ma se si parla del diritto allo sviluppo della personalità e dell’integrità fisica e morale di una certa categoria di soggetti, quali i transessuali, allora c’è bisogno che la Corte europea dei diritti dell’uomo  lo ricordi nella sua -costante- giurisprudenza.

Già il Consiglio dei Ministri del Consiglio d’Europa in sua raccomandazione CM / Rec (2010) 5  e  l’Assemblea Parlamentare  nella risoluzione 1728 (2010) –sempre del medesimo organo-  in una corale d’intenti, spronavano gli Stati membri  ad adottare misure per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere, senza ricorre alle pratiche chirurgiche come la sterilizzazione o alle terapie ormonali.

Potrebbe già delinearsi l’esito del ricorso del Signor. Y.Y., transessuale, proposto al Giudice dei diritti umani.

IL FATTO – Il ricorrente turco -donna per l’anagrafe sino al 2013- vive nella consapevolezza, sin dalla sua infanzia, di appartenere  non al genere femminile bensì a quello maschile. All’età di 24 anni decide di avviare formale procedura per cambiar sesso. Il Tribunale turco, dapprima, dispone una visita psichiatrica del Medical Center dell’Università İnönü -che riconosce la sua transessualità– poi, mette agli atti la consulenza tecnica d’ufficio della Facoltà di Medicina dell’Università di Çukurova secondo cui il ricorrente era una donna fertile. La sua istanza viene rigettata dal giudice il 27 giugno del 2006 proprio perché Y.Y. era in grado di procreare.  La legge turca (art.40 del Codice Civile) infatti non ammette il cambiamento di genere per i cittadini in grado di procreare. La sentenza viene poi confermata circa un anno dopo dalla Corte di Cassazione.

Il ricorrente, per gli psicologi, la famiglia e gli amici, è in tutto e per tutto un uomo e vive in un corpo che in realtà rifiuta da sempre. Tale disagio -si apprende sempre dal ricorso- incontra picchi insostenibili per il ricorrente, quando viene deriso e bistrattato da una società, sicuramente, ancora non pronta ad accoglierlo; un esempio per tutti l’incongruenza tra i dati anagrafici riportati sui documenti di identità ed il suo aspetto.

Il 5 marzo del 2013, ben sei anni dopo, il ricorrente, si rivolge di nuovo al Giudice turco, per rinnovare la sua istanza. Questa volta, però, il suo aspetto è marcatamente maschile a causa di una mastectomia e di una cura ormonale cui si era sottoposto prima del 2013.

Il Tribunale per elaborare la sua decisione dispone nuovamente una perizia psichiatrica e una medica. A distanza di sei anni il quadro è, forse, più chiaro. A detta degli esperti dell’İnönü University, la sua salute mentale, passa -senza dubbio alcuno- proprio per il cambiamento di sesso.

L’Alta Corte di Mersin il 21 maggio dello stesso anno accoglie la richiesta del ricorrente nella consapevolezza che -secondo il parere dei medici- questi non fosse, nonostante le cure ormonali, del tutto sterile (nella sua natura femminile).

LA CORTE – La Corte Edu riscontra sin da subito la violazione dell’articolo 8 CEDU e nelle sue argomentazioni evita dichiaratamente di entrare nel merito dell’art.40 del Codice Civile turco –nella parte in cui non consente l’accesso il cambiamento di sesso per coloro i quali sono ancora in grado di procreare-; ammonisce la linea difensiva del Governo Turco, perché ne trova “infondate dal punto di vista morale, sociale e legale” le motivazioni (§72). Gli agenti difendono la posizione di Ankara affermando che le pronunce del giudice interno erano a protezione dell’ordine pubblico e miravano ad evitare che il ricorso alla chirurgia diventasse uso comune ed i soggetti pedine dell’industria del sesso.

Corte europea dei diritti dell'Uomo - Nella Grand Chamber

La seconda sezione della Corte europea -come già detto-  condanna la Turchia perché tale interferenza nella vita privata del ricorrente “non può ritenersi necessaria in una società democratica” è pertanto, irragionevole ed altamente pregiudizievole dei principi sanciti dall’art.8 CEDU.

La Corte Edu sebbene esordisce con una considerazione programmatica e di principio, in cui afferma l’importanza di un –suo- “approccio dinamico ed evolutivo” come matrice “delle riforme e del miglioramento”, elude, in realtà, la questione scottante: l’ingerenza ingiustificata che ne deriva dalla norma di legge. Tuttavia le conclusioni cui giunge la Seconda sezione della Corte riflettono le dinamiche decisionali interne. La Corte fa soprattutto leva sull’atteggiamento ondivago dei Giudici turchi: il rifiuto, nel 2005, e l’autorizzazione nel 2013 -al cambiamento di sesso attraverso l’operazione- sono un atteggiamento schizofrenico se si considera il fatto che il ricorrente era, ed è ancora fertile e che il primo diniego ha trovato fondamento proprio nella sua fertilità.

OPINIONI CONCORDANTI – Tutti i giudici hanno votato per la violazione, la decisione è stata presa all’unanimità. Ma quattro di loro, Spano, Keller, Kūris e Lemmens, pur mostrandosi convinti riguardo l’esito finale, ne criticano, diciamo così, il percorso argomentativo.

I primi due – il giudice islandese e svizzero– rammentano il fatto che il Governo non è riuscito a dimostrare l’obiettivo legittimo dell’art.40 CC e, che di conseguenza, la Corte, ha trattato nel merito solo la proporzionalità dell’ingerenza, pur non conoscendo nello specifico la sua legittima finalità.

Infine, il Giudice lituano si associa al Giudice belga ed insieme si dimostrano sì più comprensivi rispetto percorso argomentativo della maggioranza, perché concordi nel ritenere insufficiente il materiale sottoposto alla loro attenzione. Infine, riservano una stoccata a tutte quelle legislazioni –dei paesi membri del Consiglio d’Europa- che mantengono ancora -nei loro testi di legge- il requisito dell’incapacità permanente di procreare. Kūris e Lemmens, sono curiosi -dichiarano- di sapere quali sono le motivazione che in nuce, ancor oggi, giustificano la permanenza di tali discipline.

Staremo dunque a vedere, come si evolverà la diatriba nei prossimi anni e quante condanne seguiranno prima di godere una disciplina unitaria e soprattutto convenzionalmente orientata.

La sentenza originale è reperibile qui: Y.Y. c.Turchia del 10 Marzo 2015.

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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