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Speciale Iran: il caso Jabbari nell’indignazione internazionale

Reyhaneh Jabbari è stata vittima di un un regime androcentrico che dà alla parte offesa, attraverso la Qisas, il potere della discrezionalità della pena. Fatto terribile e inaccettabile; in quanto un’onta alla giustizia, all’umanità e alla civiltà.

iran cartinaLa Repubblica Islamica dell’Iran “cerniera tra mondo arabo e mondo centro-asiatico, pur non appartenendo a nessuno dei due” malgrado per secoli abbia fatto parte dello storico e magnifico Grande Khorasan, col moto nazionale: “Indipendenza, Libertà, Repubblica Islamica“; ha condannato a morte Reyhaneh Jabbari per omicidio.

La giovane donna è stata giudicata colpevole per aver colpito, con un’arma bianca, il suo aggressore che aveva tentato di usarle violenza sessuale.

Ora espongo la sua storia e tutto il caso giudiziario.

Nel 2007, la Jabbari incontrò l’uomo che tenterà di violentarla in un caffè, dove aveva la mansione di decoratrice d’interni; lui, con un tranello, la attirò nel suo ufficio e tentò l’approccio sessuale in modo violento, al che la giovane afferrò un coltello jabbari in manettetascabile, si avventò sull’aggressore colpendolo a morte e fuggì.

Però su tali fatti ci sono versioni discordanti. Per Aḥmed Shahīd, osservatore della sezione delle Nazioni Unite che si occupa dei diritti dell’uomo, e per Amnesty International, la vittima dell’aggressione, sì aveva colpito il violentatore con un’arma da taglio ma non a morte, in quanto lei avrebbe dichiarato che qualcun’altro si trovasse nell’ufficio e gli avrebbe dato il colpo letale; però queste circostanze non sono mai state verificate a sufficienza dalla polizia che seguiva questo caso. È evidente che la giustizia di Teheran ha viziato le indagini fin dal primo istante.

Ci sono punti di vista discrepanti proprio perché la Jabbari non si è mai lasciata intimidire e ha tenuto duro fino all’ultimo momento prima di essere impiccata. Lei è stata incarcerata dal 2007, per due mesi è stata in isolamento senza un valido motivo e durante il quale non poté vedere i suoi familiari e neanche il suo avvocato. Poi pregò il suo difensore, Moḥammad Moṣṭafāei, di far conoscere al mondo la sua vera storia incluso quanto le è successo in carcere compreso il durissimo e ingiustificato provvedimento di isolamento. Moṣṭafāei l’ha pubblicata persino sul suo blog.

Dal dossier su codesto caso e dalle dichiarazioni dell’Ufficio del Procuratore Generale di Teheran si evince che:

  • la Jabbari è stata indagata come persona sospetta sul principio che la sua ultima telefonata l’ha effettuata al telefono cellulare della vittima. Quando la polizia ha ispezionato il suo domicilio ha prelevato una sciarpa insanguinata, un coltello insanguinato e il fodero originale del coltello;
  • la Jabbari ha ammesso di aver acquistato il coltello 2 giorni prima dell’omicidio;
  • la Jabbari aveva inviato un SMS a un suo amico, 3 giorni prima degli avvenimenti, con questo testo: “Penso che lo ucciderò stanotte”;
  • la Jabbari da principio comunicò l’implicazione di un altro uomo, di nome “Sheikhi“. Poi, non riuscendo ad identificarlo, la donna avrebbe ritrattato la sua dichiarazione iniziale dicendo che avrebbe voluto depistare l’indagine;
  • la Jabbari nei mesi finali che precedettero la pena capitale, ribadì la sua prima dichiarazione, la polizia che investigò riuscì a smontarla pezzo per pezzo, così i 5 giudici della Corte penale della provincia e i giudici della Corte Suprema Nazionale non riconobbero la sua innocenza.

Nonostante tutto ciò, l’Ufficio della Procura fece del suo meglio per graziare la Jabbari cercando di negoziare accordi con la famiglia del suo sex ofender, tuttavia non volle concedere il suo perdono. Purtroppo anche se il comportamento delittuoso della Jabbari si potrebbe inquadrare nella legittima difesa, per la legislazione iraniana se non c’è il perdono della famiglia della controparte la condanna a morte deve essere eseguita.

jabbari amnestyPer salvare la vita della giovane ventiseienne iraniana, da un’ingiustificata condannata a morte, si sono mobilitate le organizzazioni che lottano per i diritti umani, le istituzioni e tutto il mondo: Amnesty International, United Nations, la Comunità Europea e il Gatestone Institute, condussero una campagna appunto perché l’esecuzione della pena capitale non fosse espletata. Tale petizione, a livello internazionale, che raccolse 20.000 firme, riuscì a bloccare l’esecuzione fissata in data originaria dell’aprile 2014.save jabbari Furono lanciate molte altre campagne di protesta su vari social media per bloccarla; ma Tasnim, un’agenzia d’informazione tra le più importanti in Iran, fornì un comunicato stampa annunciando che i parenti della Jabbari non erano riusciti a ottenere il perdono dalla famiglia dell’uomo morto per rinviare l’esecuzione.

Mohammad Javad LarijaniSulle iniziative internazionali si fece avanti con aria stizzita, Mohammad Javad Larijani, Segretario Generale del Consiglio Superiore Iraniano per i Diritti Umani, con queste dichiarazioni: “Si prega di accettare l’idea che gli altri hanno anche un buon stile di vita. L’unico buon stile di vita non deve essere considerato il modo in cui la comunità occidentale sta vivendo, e non si deve chiedere agli altri di seguire i propri costumi.”; tali parole le professò in un discorso alla 20° Sessione della Revisione Periodica Universale Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite Consiglio dei Diritti Umani, svoltasi in Svizzera a Ginevra.

Poi Larijani difese con fermezza le prestazioni del sistema giudiziario del Paese nella gestione del caso in questione, ribadendo che si arrivò alla conclusione della condanna capitale attraverso un iter processuale. Riguardo a ciò disse: “Non siamo riusciti a sollecitare il perdono dagli eredi della vittima. Così, purtroppo, questa esecuzione proseguì. Anche se siamo molto spiacenti che due cittadini nostri hanno perso la vita, ma la pena di morte o ‘Qisas’ [norma del diritto penale islamico che punisce i delitti di sangue] in questo senso è peculiarità unica del nostro sistema giuridico. E penso che valga la pena per i paesi occidentali a guardare in esso.”.

Soffermiamoci per pochi secondi a spiegare cosa comporta la norma che punisce i delitti di sangue nel diritto penale islamico. Secondo la Qisas, le pene sono determinate dal Corano e dalla sunna, quindi il potere decisionale del giudice è esiguo. Tali reati sono puniti con la legge del taglione, la quale – a volontà della vittima o della sua famiglia – può essere commutata in perdono. Nel ricorso al taglione si può notare come il giudice islamico (ma questo è caratteristico dei diritti primitivi) non prenda in considerazione la volontarietà dell’atto criminoso, ma si limita a salvaguardare la vendetta provvedendo all’equa applicazione della pena del taglione o, se la parte accetta, al pagamento della diya “prezzo del sangue” che è una pena o compenso pecuniario.

Ritornando all’alto funzionario iraniano che ha respinto con vigore le critiche sollevate da alcuni Stati sui cosiddetti difetti nel sistema giudiziario iraniano che hanno portato alla pena capitale per la giovane donna; affermò: “Nell’elaborare il caso di Reyhaneh Jabbari, vorrei sottolineare che nessun paese, nessuno Stato, nessuna ONG ci ha detto dove il nostro sistema giudiziario è stato sbagliato nel trattare con lei. Solo ci hanno condannati. Questo blitz dei media non aiuta la promozione dei diritti umani.”.

In tutto questo l’unica che parlò di un Islam illuminato, con estremo coraggio e incredibile forza di convincimento dl valori, fu proprio la Jabbari che scrisse una lettera testamento alla madre. Il testo è questo:

La madre Sholeh
La madre Sholeh

Cara Sholeh, oggi ho appreso che è arrivato il mio turno di affrontare la Qisas. Mi sento ferita, perché non mi avevi detto che sono arrivata all’ultima pagina del libro della mia vita. Non pensi che dovrei saperlo? Non sai quanto mi vergogno per la tua tristezza. Perché non mi hai dato la possibilità di baciare la tua mano e quella di papà?

Il mondo mi ha permesso di vivere fino a 19 anni. Quella notte fatale avrei dovuto essere uccisa. Il mio corpo sarebbe stato gettato in un qualche angolo della città e, dopo qualche giorno, la polizia ti avrebbe portata all’obitorio per identificare il mio cadavere, e avresti appreso anche che ero stata stuprata. L’assassino non sarebbe mai stato trovato poiché noi non godiamo della loro ricchezza e del loro potere. E poi avresti continuato la tua vita nel dolore e nella vergogna, e un paio di anni dopo saresti morta per questa sofferenza, e sarebbe finita così.

Ma a causa di quel colpo maledetto la storia è cambiata. Il mio corpo non è stato gettato via, ma nella fossa della prigione di Evin e nelle sue celle di isolamento e ora in questo carcere-tomba di Shahr-e Ray. Ma non vacillare di fronte al destino e non ti lamentare. Sai bene che la morte non è la fine della vita.

Mi hai insegnato che veniamo al mondo per fare esperienza e per imparare una lezione, e che ogni nascita porta con sé una responsabilità. Ho imparato che a volte bisogna combattere. Mi ricordo quando mi dicesti che l’uomo che conduceva la vettura aveva protestato contro l’uomo che mi stava frustando, ma quest’ultimo ha colpito l’altro con la frusta sulla testa e sul volto, causandone alla fine la morte. Sei stata tu a insegnarmi che bisogna perseverare, anche fino alla morte, per i valori.

Ci hai insegnato andando a scuola ad essere delle signore di fronte alle liti e alle lamentele. Ti ricordi quanto hai influenzato il modo in cui ci comportiamo? La tua esperienza però è sbagliata. Quando l’incidente è avvenuto, le cose che avevo imparato non mi sono servite. Quando sono apparsa in corte, agli occhi della gente sembravo una assassina a sangue freddo e una criminale senza scrupoli. Non ho versato lacrime, non ho supplicato nessuno.  Non ho cercato di piangere fino a perdere la testa, perché confidavo nella legge.

Ma sono stata incriminata per indifferenza di fronte ad un crimine. Vedi, non ho ucciso mai nemmeno le zanzare e gettavo fuori gli scarafaggi prendendoli per le antenne. Ora sono colpevole di omicidio premeditato. Il mio trattamento degli animali è stato interpretato come un comportamento da ragazzo e il giudice non si è nemmeno preoccupato di considerate il fatto che, al tempo dell’incidente, avevo le unghie lunghe e laccate.

Riehaneh-JabbariQuanto ero ottimista ad aspettarmi giustizia dai giudici! Il giudice non ha mai nemmeno menzionato che le mie mani non sono dure come quelle di un atleta o un pugile. E questo paese che tu mi hai insegnata ad amare non mi ha mai voluta, e nessuno mi ha appoggiata anche sotto i colpi dell’uomo che mi interrogava e piangevo e sentivo le parole più volgari. Quando ho rimosso da me stessa l’ultimo segno di bellezza, rasandomi i capelli, sono stata premiata con 11 giorni di isolamento.

Cara Sholeh, non piangere per quello che senti. Il primo giorno che nell’ufficio della polizia un agente anziano e non sposato mi ha colpita per via delle mie unghie, ho capito che la bellezza non è fatta per questi tempi.  La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, la bella calligrafia, la bellezza degli occhi e di una visione, e persino la bellezza di una voce piacevole.


jabbariMia cara madre, il mio modo di pensare e cambiato e tu non sei responsabile. Le mie parole sono senza fine e le darò a qualcuno in modo che quando sarò impiccata senza la tua presenza e senza che io lo sappia, ti verranno consegnate. Ti lascio queste parole come eredità.


Comunque, prima della mia morte, voglio qualcosa da te e ti chiedo di realizzare questa richiesta con tutte le tue forze e tutti i tuoi mezzi. Infatti, è la sola cosa che voglio dal mondo, da questo paese e da te. So che hai bisogno di tempo per questo. Per questo ti dirò questa parte del mio testamento per prima. Per favore non piangere e ascolta. Voglio che tu vada in tribunale e presenti la mia richiesta. Non posso scrivere questa lettera dall’interno della prigione con l’approvazione delle autorità, perciò ancora una volta dovrai soffrire per causa mia.  È la sola cosa per cui, anche se tu dovessi supplicarli, non mi arrabbierei – anche se ti ho detto molte volte di non supplicarli per salvarmi dalla forca.

Giorno del compleanno di Reyaneh Jabbari
Giorno del compleanno di Reyaneh Jabbari

Il mondo non ci ama. Non voleva il mio destino. E adesso sto cedendo e sto abbracciando la morte. Perché nel tribunale di Dio incriminerò gli ispettori, l’ispettore Shamlou, il giudice, i giudici della Corte suprema che mi hanno colpita quando ero sveglia e non hanno smesso di abusare di me. Nel tribunale del creatore accuserò il dottor Farvandi, e Qassem Shabani e tutti coloro che per ignoranza o menzogna mi hanno tradita e hanno calpestato i miei diritti.
Cara Sholeh dal cuore d’oro, nell’altro mondo siamo io e te gli accusatori e loro sono gli imputati. Vediamo quel che vuole Dio. Io avrei voluto abbracciarti fino alla morte. Ti voglio bene”.

Reyhaneh

umanityReyhaneh Jabbari è stata giustiziata per impiccagione, il 25 ottobre 2014, dopo essere giudicata colpevole di aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi nel luglio 2007; l’esecuzione è avvenuta (con grandissimo sdegno di tutto il mondo) all’alba nei sotterranei della prigione di Gohardasht, a nord di Karaj.

Si noti che l’esecuzione è avvenuta proprio un mese prima della Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne delle Nazioni Unite, che ricorre il 25 novembre di ogni anno in tutto il mondo.

Oggi in Iran tentare di stuprare una donna è accettabile e permesso, mentre reagire con decisione contro questo sopruso affermando i propri diritti è il vero delitto da punire con la morte. L’azione criminosa di cui si è parlato finora si potrebbe prospettare in un eccesso di legittima difesa; ma in certe situazioni di grande impatto emotivo si colpisce senza valutare dove ferire per non indurre la morte dell’aggressore. In talune circostanze si pensa solo a salvarsi l’integrità fisica, morale e la vita.

Reyhaneh Jabbari è stata lei vittima; vittima di un maschilismo meschino!

Detto ciò, in Iran dov’è la libertà citata nel moto nazionale? Al di là del genere… Una persona è stata condannata a morte, dopo un processo controverso in un regime androcentrico e un’indagine inadeguata, applicando una pena fissa – la Qisas – che è eseguita a discrezione dei parenti delle vittime. Questo dato si deve ritenere terribile e inaccettabile; in quanto un’onta alla giustizia, all’umanità e alla civiltà.

Link di approfondimento:

http://www.corriere.it/esteri/14_ottobre_25/iran-impiccata-reyhaneh-jabbari-mondo-si-era-mobilitato-lei-571f6344-5c13-11e4-a063-152f34c0ded7.shtml

http://urbanpost.it/reyhaneh-jabbaris-birthday-levento-creato-dalla-madre-su-facebook-per-i-suoi-27-anni

http://www.al-islam.org/180-questions-about-islam-vol-2-various-issues-makarim-shirazi/22-qisas-law-retaliation-against

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