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La nuova immigrazione: sfruttamento del lavoro e abusi sessuali nei Paesi arabi

Articolo di Michele Strazza

Il mondiale di calcio del 2022 si terrà nel Qatar, uno dei Paesi arabi del Golfo e tra gli Stati più ricchi del mondo. Ma non tutti conoscono quanto sta avvenendo in vista di quest’importante evento.

A parte i recenti dubbi sull’uso della corruzione per ottenere la “nomination”, sul Qatar si è recentemente concentrata l’attenzione delle organizzazioni che lottano per i diritti umani. Questo Stato è, infatti, accusato di tenere in condizioni di schiavitù migliaia di immigrati stranieri occupati nei lavori di infrastrutturazione ed edificazione degli impianti sportivi[1].

ph by Flickr - Hamed Saber

ph by Flickr – Hamed Saber

Sulla stampa internazionale, in particolare sul The Guardian di Londra, più volte sono apparsi articoli giornalistici riguardo lavoratori immigrati di varie nazionalità sfruttati e ridotti quasi in schiavitù, costretti a vivere in capannoni super affollati e in pessime condizioni igieniche. Il giornale inglese ha rivelato anche che, soltanto tra il 4 giugno e l’8 agosto 2013, ben 44  nepalesi sono deceduti per le proibite condizioni di vita e di lavoro cui erano sottoposti. Più della metà sono periti per infarto e infortuni di lavoro. Altre 30 immigrati, sempre del Nepal, hanno poi pensato bene di rifugiarsi nella propria ambasciata per poter rientrare in patria[2].

Oltre 700 lavoratori indiani, negli ultimi tre anni, risultano morti proprio nei lavori edili e di infrastrutturazione per il mondiale di calcio. Sullo spinoso problema è intervenuta  la Trade Union Confederation, confederazione internazionale dei sindacati,  lanciando l’allarme per 4.000 lavoratori che rischierebbero di morire se le loro condizioni non dovessero avere un netto miglioramento. L’organismo internazionale ha precisato che, su circa mezzo milione di lavoratori immigrati provenienti dall’India, Nepal e Sri Lanka, quasi 600 all’anno potrebbero morire qualora non si prendessero seri provvedimenti.

I lavoratori immigrati, secondo le segnalazioni anche della stampa internazionale, continuano a lavorare, senza alcuna tutela e nella totale assenza di basilari misure di sicurezza, con turni massacranti di 12 ore e con quasi 50 gradi di temperatura. Anche il cibo e l’acqua vengono razionati, mentre le retribuzioni sono decurtate in favore delle agenzie di somministrazione della manodopera.

Questa anacronistica impostazione dei rapporti di lavoro ha la sua base in una legislazione inadeguata e a totale vantaggio della parte datoriale cui è demandato un potere quasi assoluto sui propri dipendenti. Questi ultimi, infatti sono ormai veri e propri ostaggi, con il passaporto confiscato e nell’impossibilità di lasciare il Paese. Le loro condizioni di vita sono, poi, proibitive, costretti a dormire fino a 16 persone in stanze di 9 metri quadrati senza finestre. Mancano addirittura le scarpe e i pasti consistono in due porzioni di riso al giorno. Tutto questo in una nazione arricchitasi grazie al petrolio, con una popolazione di soli un milione e mezzo di abitanti con il reddito medio tra i più alti del mondo.

Il Qatar non è l’unico dei Paesi arabi del Golfo ad avere problemi di diritti umani per i propri lavoratori immigrati. Situazioni simili si riscontrano in Arabia Saudita, nel Bahrein, negli Emirati arabi uniti, in Kuwait e in Oman. Gli ultimi dati indicano quasi 18 milioni di lavoratori immigrati negli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo su una popolazione totale di circa 42 milioni. In Qatar, ad esempio, su una forza lavoro nel 2008 pari a 1,3 milioni di persone, il 95% era straniero[3].

In questi Stati, ricchissimi grazie al petrolio, città e infrastrutture sono state create con una manodopera straniera sottopagata, priva di tutela e legata al proprio datore di lavoro dall’istituto del “Kafala” (garanzia). Quest’ultimo è basato su un sistema di reclutamento assurdo nel quale l’ufficio di collocamento del paese d’origine trova un datore di lavoro disposto a sponsorizzare il lavoratore che non può più cambiare posto di lavoro per tutta la durata del contratto.

L’istituto del Kafala esprime, in realtà, un concetto preso a prestito dall’Islam, una specie di tutela per gli essere inferiori che ora varrebbe per la donna e per gli immigrati. Originariamente richiamava “una tutela o una delega di autorità parentale”, applicabile ai figli minorenni abbandonati fino al raggiungimento della maggiore età[4].

Tale concetto viene, dunque, esteso ai lavoratori immigrati nei Paesi del Golfo che, per poter entrare e lavorare, hanno bisogno di un tutore o uno “sponsor”. La ratio di tale scelta era quella di evitare l’ingresso in questi Stati di migranti senza lavoro. In realtà essa ha prodotto enormi distorsioni nella tutela dei diritti umani, con il lavoratore ridotto in schiavitù del proprio “kafil” il quale è autorizzato a ritirargli il passaporto e a rilasciargli una carta di lavoro con funzioni di carta di identità[5].

Anche semplici operazioni come affittare un appartamento o aprire un conto in una banca non possono essere effettuate senza l’autorizzazione del “kafir” il quale può, a sua totale discrezione, porre fine al proprio patronato e rispedire l’immigrato nel paese d’origine[6].

Naturalmente non sono mancate proteste, scioperi e, a volte, veri e propri tumulti. Nel 2007 un tassista pachistano a Dubai, negli Emirati Arabi, si è dato fuoco davanti all’ufficio che non lo autorizzava a rientrare in patria per il funerale della madre. A giugno dell’anno scorso decine di suoi colleghi sono stati deportati per aver inscenato uno sciopero. Lo stesso era accaduto  ai muratori indiani che si erano rifiutati di lavorare. In Bahrain un migliaio di lavoratori nel 2008 avevano proclamato uno sciopero contro le condizioni disumane di lavoro, ottenendo soltanto di essere rinchiusi nel cantiere senza acqua e senza cibo.

Sempre nel 2008 centinaia di lavoratori edili sono scesi in sciopero a Dubai per protestare contro i bassi salari e le precarie condizioni di alloggio, inclusa la mancanza di rifornimento di acqua potabile sicura. In Kuwait, a febbraio, invece, circa 1.300 lavoratrici del Bangladesh impiegate in un’impresa di pulizia privata erano scese in sciopero contro il mancato pagamento dei loro salari e le precarie condizioni di vita[7].

Una delle categorie più schiavizzate nei Paesi arabi è quella delle lavoratrici domestiche, sfruttate e sottoposte ad ogni genere di abusi, compreso, spesso, quelli sessuali. Accusate di lamentarsi per il troppo lavoro o di urlare contro i bambini, queste donne vengono continuamente punite e picchiate dai propri datori di lavoro, costrette a dormire nei garage o nelle cantine. I casi, riportati sulla stampa internazionale, sono innumerevoli. Nell’agosto del 2010 Lahanda Purage Ariyawathie venne rimpatriata a Colombo dopo essere stata a servizio di una famiglia saudita. Il suo padrone, in risposta alle lamentele, le aveva conficcato nel corpo 24 tra aghi e chiodi dai 2 ai 5 centimetri[8].

L’anno precedente, negli Emirati Arabi, alcune donne, dopo essere state stuprate, avevano rinunciato a sporgere denuncia per paura di essere accusate di sesso illecito. Nello stesso anno, in Kuwait, una lavoratrice domestica filippina era stata ricoverata in ospedale dopo essere stata stuprata e ripetutamente aggredita[9].

Khadija Kamel, una cameriera ventenne, è morta nell’autunno del 2013 per gli abusi subiti a Dubai. Segregata per due mesi in uno stanzino, è stata, infatti, picchiata, denudata e torturata dalla sua padrona che l’ha costretta a bere detersivi e pesticidi, dopo averla ridotta alla fame. Colpita da polmonite, non le sono state somministrate cure mediche. La sua padrona è stata condannata dalla giustizia locale ma è un caso più unico che raro. Anche i suicidi sono numerosi, mentre le violazioni delle leggi da parte delle donne vengono punite in maniera draconiana. In Arabia Saudita, ad esempio, dove alle donne è vietato uscire di casa senza un uomo, il rispetto della legge islamica ha portato alla condanna di decine di immigrate. Alcune di loro, accusate di prostituzione, sono state anche frustate[10].

Negli Emirati Arabi, a settembre del 2011, un rapporto governativo rivelava che, nei precedenti otto mesi, le autorità avevano detenuto almeno 900 lavoratrici domestiche, fuggite dalla residenza dei rispettivi padroni[11].

La cronaca nera locale si occupa spesso di alcune di queste collaboratrici domestiche che hanno finito col reagire, uccidendo i propri persecutori. E’ il caso di Ruwayti Beth Sabutti Sarona, originaria di Giava, che ha ucciso la sua datrice di lavoro per legittima difesa. L’esimente non venne riconosciuta e la povera donna venne decapitata il 18 giugno 2011, suscitando la reazione dell’Indonesia che aveva minacciato una moratoria sull’invio di lavoratori in Arabia Saudita[12].

In seguito all’intervento della madrepatria altre 22 domestiche indonesiane, condannate a morte, furono liberate e rimpatriate, mentre altre 25 restavano detenute in attesa dell’esecuzione della pena capitale.

Ultimamente anche l’India, il Pakistan e il Nepal hanno vietato l’emigrazione, specialmente in Qatar, delle donne per evitare gli abusi. L’ambasciata di Manila ha addirittura creato un rifugio per centinaia di fuggiasche.

Da un po’ di tempo, poi, specialmente in Arabia Saudita, le collaboratrici domestiche sono sottoposte ad un altro grave pericolo, quello di essere addirittura accusate di “stregoneria”. Da almeno cinque anni, infatti, sono stati numerosi i casi di lavoratrici immigrate accusate dai propri padroni di praticare “malefici” e condannate alla pena capitale per decapitazione. E’ stata anche costituita una unità speciale anti-stregoneria all’interno della polizia religiosa, con relativo numero verde e sito internet. Nel giro di appena due anni sono arrivate ben 600 denunce e nel 2012 sono state arrestate 215 presunte streghe[13].

Le organizzazioni non governative internazionali più volte hanno sollecitato un deciso intervento sulla violazione dei diritti umani nei Paesi arabi del Golfo. Nel 2010 è intervenuto la responsabile della Commissione Onu per i diritti umani il quale ha sollecitato riforme legislative in materia di diritti delle donne e dei lavoratori immigrati. In merito al “kafala” ha rilevato l’esistenza di “crescenti pratiche di confische illegali di passaporti, trattenute di stipendio e sfruttamento da parte di agenzie di collocamento senza scrupoli e datori di lavoro”, osservando che alcuni lavoratori “sono stati tenuti a lungo in prigione dopo essere fuggiti dagli sfruttatori e non possono accedere al sistema giudiziario per ottenere rimedio alla loro situazione”[14].

Amnesty International, come già aveva fatto precedentemente, nel suo rapporto annuale del 2013, trattando dell’Arabia Saudita, ha posto l’accento, sui lavoratori immigrati “vittime di sfruttamento ed abusi”. Anche per le lavoratrici domestiche il rapporto ha sottolineato la loro persistente esposizione a violenza sessuale e ad altri abusi. Per il Kuwait e il Qatar si è puntato l’indice sul sistema del “kafala” come fonte di discriminazione. In particolare per quest’ultimo Stato, dopo aver dato atto che i lavoratori stranieri costituiscono il 90% della forza lavoro, Amnesty ha evidenziato come essi continuino ad essere sfruttati, “nonostante le misure di tutela introdotte dalla legge sul lavoro del 2004 e i relativi decreti, che le autorità non hanno provveduto ad applicare in maniera adeguata”[15].

Anche gli abusi sessuali cui sono sottoposte le lavoratrici domestiche sono citati, mentre sul sistema degli sponsor è chiaro il giudizio negativo dell’importante organizzazione internazionale:

La legge sul sistema degli sponsor del 2009, che impone ai lavoratori stranieri di ottenere un permesso dal loro sponsor per poter lasciare il paese o per cambiare lavoro, è stata sfruttata dai datori di lavoro per impedire ai loro dipendenti di sporgere reclamo presso le autorità o di ricercare un nuovo lavoro in caso di abusi. Il sistema degli sponsor ha aumentato le probabilità che i lavoratori potessero essere soggetti a lavoro forzato.

Il 18 dicembre scorso, infine, Human Rights Watch ha chiesto all’Associazione per la cooperazione regionale del sud-est asiatico di premere sui propri governi per costringere gli Stati arabi al rispetto dei diritti umani.

Ultimamente, anche con la diminuzione del flusso di immigrati, provocato dalle politiche restrittive dei singoli Stati, qualche piccolo miglioramento viene registrato. Il Bahrain, ad esempio, ha abolito le sue norme sulle sponsorizzazioni che, come ha riconosciuto lo stesso ministro del lavoro, “non differivano molto dalla schiavitù”. Ma molto resta ancora da fare e quanto sta accadendo in Qatar sui lavori per il mondiale lo dimostra.

 

Note:

[1] Repubblica, 26 settembre 2013.

[2] The Guardian, 25 settembre 2013, 17 novembre 2013, 21 novembre 2013, 1 dicembre 2013.

[3] Per tali dati cfr. Repubblica, 24 gennaio 2014.

[4] Cfr. www.agoravox.fr/actualites/international/article

[5] Ivi. Sul “kafala” si veda anche Allam A., Arabie Saoudite. Le code de l’esclavage, “Financial Times”, 28 giugno 2012.

[6] Morin R., Qatar. Au royaume de l’esclavage, “The New York Times”, 19 aprile 2013.

[7] Amnesty International, Rapporto annuale 2008, Torino, EGA ed., 2008.

[8] Repubblica, 24 gennaio 2014.

[9] Amnesty International, Rapporto annuale 2010, Roma, Fandango ed., 2010.

[10] Repubblica, 24 gennaio 2014.

[11] Amnesty International, Rapporto annuale 2012, Roma, Fandango ed., 2012, p. 620

[12] Ivi, pp. 601-602.

[13] Noury R., Arabia Saudita, il regno della caccia alle streghe, in “IlFattoQuotidiano.it”, 7 aprile 2014.

[14] AsiaNews.it, 20 aprile 2010.

[15] Amnesty International, Rapporto Annuale 2013, Roma, Fandango ed., 2013.

About Michele Strazza

Avvocato ed esperto in International Law and Human Rights, lavora presso l’Ufficio legislativo del Consiglio regionale della Basilicata. Giurista e studioso di storia contemporanea, ha pubblicato numerose ricerche. La sua produzione ha ricevuto vari riconoscimenti tra cui il Premio Internazionale UCSA. È membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei, referente per l’Italia della Fédération Internationale de Droit Européen, della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO), della Società per gli Studi di Storia delle Istituzioni e di altri organismi scientifici, italiani ed europei. Suoi lavori sono apparsi su prestigiose riviste nazionali e internazionali. Ha insegnato “Istituzioni giuridiche e politiche contemporanee” presso l’Università degli Studi della Basilicata ed è componente del Centro Interuniversitario di Storia Culturale formato dalle Università di Bologna, Padova, Pisa, Venezia e Verona. Le sue ricerche sulla violenza di genere nel mondo contemporaneo sono state apprezzate da diverse organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. I suoi libri sono presenti nelle più importanti biblioteche europee ed americane come quelle della Columbia University, della Stanford University, delle Università di Yale e di Harvard. Recentemente i suoi testi sono stati acquisiti anche dalla Biblioteca del Congresso di Washington e dalla British Library di Londra.

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