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Thailandia: giornalisti rischiano il carcere per articoli contro trafficanti di uomini

Uno degli archetipi più significativi dell’epoca contemporanea è quello del classico giornalista che, sfidando molteplici avversità, riesce a portare sotto i riflettori notizie altamente sensibili per la pubblica opinione.
In Thailandia, il paradigma è stato stravolto: l’editore australiano Alan Morison e il suo collega tailandese Chutima Sidasathian rischiano sino a due anni per diffamazione, cinque per aver violato il Computer Crimes Act (la legge sui reati informatici) e una multa di 3100 dollari.
Tutto ciò per un articolo pubblicato l’anno scorso sullo stimato giornale indipendente Phuketwan in cui, citando le investigazioni svolte da Chutima con il sostegno dell’agenzia di stampa britannica Reuters, recentemente insignita del prestigioso premio Pulitzer, veniva posto un collegamento tra il traffico di persone di etnia in fuga dalla Birmania e i militari thailandesi.
Inoltre, i militari stessi avrebbero messo tutto a tacere, negli otto anni passati, usando la minaccia dell’accusa di diffamazione per impaurire le piccole testate giornalistiche locali.
La fuga del popolo rohingya è aumenta dal 2012, a seguito degli attriti tra buddisti e mussulmani (la religione dell’etnia).

Essi cercano di raggiungere la Birmania, a loro culturalmente vicina.
Nel tragitto molteplici sono state le situazioni che hanno destato la preoccupazione della comunità internazionale: i respingimenti attuati nella acque thailandesi non sono stati sempre legittimi sotto il diritto marittimo e la detenzione, in attesa che un terzo stato li accolga, in strutture di contenimento desta molte perplessità.
Questo caso rischia di gettare ulteriore benzina sul delicato tema della libertà di stampa nel regno. Tema che negli anni scorsi è stato di interesse delle Nazioni Unite, assieme alle persecuzioni subite dai profughi della Birmania.
La libertà di stampa è sicuramente, tra i diritti fondamentali, quello più suscettibile di limitazioni.

Molteplici possono essere le motivazioni che portino a una sua compressione. Ciò che però non deve essere ammesso è un limite posto solo nell’interesse dell’illegalità e della massiccia violazione dei diritti umani.
Dietro un caso all’apparenza secondario si muove un mondo illegale connivente con quella che dovrebbe essere la massima espressione della tutela dei diritti di uno stato (e dunque, per conseguenza, del governo stesso), il mondo militare.
La democrazia non è solo la possibilità che un governo cambi, ma che la separazione sia rispettata così come siano rispettati quei diritti che sono stati una ardua acquisizione per il mondo occidentale stesso. Casi simili pongono precedenti inquietanti e non devono essere lasciati nel silenzio.
In conclusione, sconcerta come una questione solo all’apparenza marginale stia passando nelle retrovie delle testate occidentali. Sicuramente le Nazioni Unite hanno questioni che impattano sulla sicurezza globale più immediate, ma i meccanismi di tutela dei diritti umani o l’attenzione dei media non possono attivarsi solo nel caso di eventi eclatanti.
La normale, quando non sistematica, violazione di diritti all’apparenza “minori” alligna spesso in cause profonde che scuotono il velo di illusione che ci creiamo nel pensare che, se non si parla di un dato posto, tutto stia andando bene.
Questo caso non è solo sconcertante per il contenuto in sé, ma sopratutto perché mostra la fragilità di un’area geopolitica tra la più popolosa al mondo e dove le aspirazioni di democraticità e, perciò, rispetto dei diritti umani vengono disattese con la stessa facilità con cui due giornalisti dovranno affrontare delle udienze nei prossimi giorni.
Come possiamo agire dunque? Parlandone e diffondendo le notizie. Altro non ci compete, in quanto dovrebbe essere un problema dei governi, i quali sembra agiscano solo per la catastrofe e mai per gli atti di ordinaria illegalità internazionale.

 

Link di approfondimento

http://www.theguardian.com/world/2014/mar/07/thai-pursuit-of-alan-morison-case-heavy-handed-says-rights-group

http://www.smh.com.au/world/australian-journalist-alan-morison-spends-time-in-thai-prison-in-fight-for-media-freedom-20140417-zqw2y.html

About Riccardo Varisco

Laureando in informatica giuridica presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica, sede di Milano. Appassionato di scienze naturali e strategia militare.

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