Home / I diritti in Europa / Accesso alla giustizia. L’Italia rischia davanti alla Corte Europea

Accesso alla giustizia. L’Italia rischia davanti alla Corte Europea

Articolo di Dr. Carmelo Cataldi
Giurista, esperto in D.I.U. e Diritto Internazionale Pubblico.

La Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo, recependo un principio del tutto naturale ed etico, mutuato da secoli di evoluzione del diritto e soprattutto da quanto enunciato qualche anno prima anche nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo agli artt. 7 e 8, ha riconosciuto all’uomo dei diritti inalienabili, quali quelli ad un accesso acceso alla giustizia e soprattutto ad un equo processo.

GiustiziaL’art. 6 c. 3°  prevede appunto che ogni cittadino possa: “ difendersi personalmente o avere l’assistenza di un difensore di sua scelta e, se non ha i mezzi per retribuire un difensore, poter essere assistito gratuitamente da un avvocato d’ufficio, quando lo esigono gli interessi della giustizia” e spingendosi oltre, all’art. 13 ha altresì previsto che : “Ogni persona i cui diritti e le cui libertà riconosciuti nella presente Convenzione siano stati violati, ha diritto a un ricorso effettivo davanti a un’istanza nazionale, anche quando la violazione sia stata commessa da persone che agiscono nell’esercizio delle loro funzioni ufficiali.”.

Purtroppo recentemente in Italia, seppur l’ordinamento ha ormai recepito in quasi tutti i suoi settori questi principi sin dai primordi legislativi e regolamentari, che assicuravano e assicurano un accesso alla giustizia ed a un equo processo, peraltro principi previsti anche ante litteram nella nostra Costituzione agli artt. 24 cc. 2° e 3° ed 111 cc.1° e 2°, probabilmente, nel voler raggiungere obiettivi diversi, dal 2011 il legislatore, e non soltanto esso, ha posto tutta una serie di strumenti per limitare l’esercizio di questi diritti.

Il Consiglio Nazionale Forense, da sempre attento alle dinamiche dell’avvocatura e del sistema giustizia italiano, ha più volte stigmatizzato il fatto che, attraverso l’introduzione del Contributo Unificato nel processo tributario (Art. 37 del decreto legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito dalla legge 15 luglio 2011, n. 111 e art. 2 del decreto legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito dalla legge 14 settembre 2011, n. 148) e l’aumento ingiustificato e spropositato dello stesso a più riprese, sia nel processo civile che in quello amministrativo, (D.L. 98/2011, L. n. 183/2011, DPR 115/2012 e Legge 228/2012) e dunque tributario, il diritto di accesso alla giustizia sembra ormai diventato una mera enunciazione di principio non seguita nei fatti da una diffusa e corretta applicazione ma anzi da un accanimento per deflazionarne l’utilizzo.

Ormai è assodato che l’enorme esosità del Contributo Unificato, che in alcuni casi è di migliaia di Euro, per il processo civile, amministrativo e tributario, ha raggiunti livelli insopportabili tanto da essere ormai evidente l’originaria ed effettiva finalità che va incidere sul diritto di accesso alla giustizia, almeno per tutto coloro che non hanno risorse economiche illimitate e dunque non si possono permettere di rivendicare i propri diritti, a prescindere dalla sostanziale consistenza economica dell’interesse legittimo e del diritto soggettivo.

Non a caso da più parti in Italia sono state avanzate richieste d’intervento, attraverso specifici ricorsi, alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per la violazione degli artt. 6 e 13 della CEDU, a causa dell’esosità del Contributo Unificato nel processo amministrativo.

Ma se questo avviene per l’aumento, al momento provvisto della oggettiva legittimità, perché disposto per legge, quello che maggiormente potrebbe essere oggetto invece di gravi e dirette ripercussioni per l’Italia, laddove se ne presentasse l’occasione per un eventuale ricorso alla Corte Europea, è il Contributo Unificato, a mio parere, illegittimamente imposto da alcuni Ministeri Italiani sul ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, a seguito di un personale travisamento di quella parte normativa che è stata invece disposta legittimamente per la trasposizione del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica prevista ai sensi dell’art. 10 del DPR 1199/71 e dell’art. 48 della L. 104/2010, avanti al T.A.R. .

Ma aldilà del fatto che formalmente è del tutto evidente il travisamento del disposto normativo, perché il titolo I della parte II del DPR 30 maggio 2002, n. 115 (Testo unico in materia di spese di giustizia), così modificato dall’art. 37 del D.L. 98/2011, risulta essere: “Contributo unificato nel processo civile, amministrativo e tributario” e il ricorso straordinario è formalmente e anche sostanzialmente un mero rimedio extra-ordinem, e che all’art. 13 del medesimo T.U. (che riporta come voce Importi, riferiti al C.U.) il titolo dell’art. 6 bis, che comprende nell’articolato a sua volta quel passaggio travisato sul ricorso straordinario al PdR, ha il seguente tenore : “6-bis: Il contributo unificato per i ricorsi proposti davanti ai Tribunali amministrativi regionali e al Consiglio di Stato è dovuto nei seguenti importi:”, non può essere sottaciuto che sostanzialmente, ad oggi, il ricorso straordinario al PdR  non presenta quei caratteri di giurisdizionalità previsti come presupposti di legittimità per un carico tributario, mentre è del tutto evidente che da una lex scripta è stato realizzata un’operazione semeiotica-giuridica non scripta, che ha permesso un’illegittima e iniqua operazione che contrasta con il principio di effettiva tutela prevista dallo stesso ordinamento italiano, dalla Costituzione Repubblicana e soprattutto dalla stessa Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo.

I Massimi Collegi Italiani si sono espressi, anche recentemente, sulla natura extra-ordinem del ricorso straordinario al PdR, dandone una definizione incertissima di rimedio ibrido e cioè quella di “rimedio giustiziale“, che ha assunto autonomamente, ma direi per volere degli stessi operatori del diritto, alcuni caratteri giurisdizionali perché attribuiti nella prassi, ma non dal legislatore, quel legislatore a cui gli stessi Massimi Organi guardano e si rivolgono per chiarire definitivamente la natura stessa del rimedio.

Di fronte a tale panorama, già diverso rispetto a quello palesatosi per l’aumento del C.U. e di cui di per sè l’aspetto compressivo dei diritti previsti dagli artt. 6 e 13 della CEDU è del tutto evidente, seppur mancante di un profilo psicologico soggettivo di dolo, ovvero della dimostrazione dello stesso, e per cui vi sono molte buone probabilità che l’Italia possa essere condannata, a maggior ragione questa eventualità si può pronosticare per l’ipotesi relativa all’imposizione illegittima del C.U. al ricorso straordinario al PdR, in quanto l’evidenza dei fatti e della prova testuale, oltre che esegetica e giuridica, sono di elementare comprensione.

About gzeroitalia

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top