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Le primavere non hanno portato fiori

I diritti delle donne nei Paesi arabi dopo le rivolte

Alla fine di ottobre dello scorso anno su internet furono postati vari video di donne arabe al volante di autovetture nel traffico di Riad e di altre città[1]. Nonostante, infatti, la decisione delle organizzazioni locali per i diritti delle donne di revocare la “giornata delle donne alla guida”, molte di queste hanno voluto lo stesso sfidare le autorità guidando l’auto. Pur non esistendo una legge che vieti espressamente la guida per le donne, di fatto ciò è inibito loro.

Donne musulmaneLa protesta, a differenza del 2011 quando vi furono degli arresti, ha prodotto solo delle multe, ma ha avuto l’indubbio vantaggio di mettere in difficoltà il governo saudito di re Abdullah.

Anche nel 2011, dunque, un gruppo di donne aveva lanciato una campagna online denominata “Woman2Drive” (Donne alla guida), esortando le donne saudite in possesso di patenti di guida internazionali a cominciare a guidare veicoli sulle strade dell’Arabia Saudita. All’appello risposero decine di donne. Alcune di esse furono arrestate e due finirono sotto processo[2].

Una era Manal al-Sharif, consulente informatica, arrestata il 22 maggio nella città di al-Khobar. La donna, la quale  aveva anche caricato un video sul sito web della campagna “Woman2Drive” in cui appariva alla guida, fu rilasciata 10 giorni dopo. Andò peggio a Shaimaa Jastaniyah, condannata a ricevere 10 colpi di frusta, a Jeddah, per aver guidato un’automobile. La sentenza venne confermata dal tribunale che l’aveva comminata e a fine anno era oggetto di un ricorso in appello[3].

L’eco internazionale della protesta del 2013, grazie ai video sui social network e su youtube, ha riaperto l’attenzione sulla condizione della donna nei Paesi arabi e sulla violazione di importanti diritti umani.

Amnesty International, dopo aver citato, nel suo ultimo rapporto annuale, la campagna Women2Drive, ha puntato il dito sui troppi settori della società saudita in cui le donne vengono ancora discriminate “sia nella legge che nella prassi”. Esse, inoltre, non vengono adeguatamente tutelate contro la violenza domestica e altra violenza di genere[4].

Nonostante qualche passo in avanti, come il permesso concesso, per la prima volta, a due donne di prendere parte ai Giochi olimpici, “a condizione di rispettare i codici d’abbigliamento islamici e previa la presenza di tutori di sesso maschile”. Alle donne continua, inoltre, “a essere imposto per legge di ottenere il permesso di un tutore di sesso maschile per potersi sposare, mettersi in viaggio, prestare lavoro salariato o intraprendere studi superiori”. Norme discriminatorie in materia di matrimonio e divorzio – precisa l’organizzazione internazionale – lasciano “le donne intrappolate in relazioni caratterizzate da violenza e abusi”[5].

Uguale situazione di discriminazione nella legge e nella prassi per le donne è indicata, sempre da Amnesty, per altri paesi arabi del Golfo, come gli Emirati Arabi Uniti, il Kuwait, l’Oman, il Qatar [6]. In quest’ultimo Stato, inoltre, sono stati registrati numerosi casi di violenza domestica nei confronti delle donne, mentre il diritti di famiglia continua a presentare norme discriminatorie sul divorzio, più facilitato per gli uomini rispetto alle donne[7].

Un discorso a parte merita l’Egitto dove, dopo il cambio di regime, le donne sono diventato oggetto di soprusi ed aggressioni sessuali. La costituzione del 2012, mentre vietava la discriminazione tra cittadini egiziani, non la proibiva esplicitamente contro le donne, citando, invece, i loro doveri in quanto casalinghe.

La presenza delle donne nelle nuove istituzioni politiche è stata marginale. Occupavano soltanto 12 dei 508 seggi dell’assemblea del popolo, prima che questa fosse sciolta. Soltanto sette donne figuravano nella seconda assemblea costituente. Le donne sono state in larga parte escluse dal gabinetto egiziano nominato dal presidente Morsi e nessuna è stata nominata per il ruolo di governatore. Le donne hanno inoltre continuato a essere escluse dalla magistratura. Norme legislative e prassi discriminatorie in materia di matrimonio, divorzio, custodia dei figli ed eredità non sono state affrontate[8].

Per quanto riguarda la violenza e le aggressioni sessuali, sono stati segnalati diversi casi durante le proteste di massa a piazza Tahrir. A giugno del 2012, il corteo che si è svolto al Cairo contro la violenza sessuale è stato addirittura attaccato da uomini che hanno molestato sessualmente ed aggredito le partecipanti[9].

Anche nell’altro Paese coinvolto nella “primavera araba”, la Tunisia, le donne continuano ad essere discriminate e ad essere oggetto di violenze sessuali. Il governo interno ha respinto le raccomandazioni delle Nazioni Unite di procedere a riforme legislative in materia d’eredità e custodia dei figli, mentre il codice penale continua a prevedere, per chi stupra o rapisce una minorenne, il matrimonio riparatore come modo per evitare la pena[10].

I cambiamenti politici nei vari Stati seguenti alla “primavera araba” hanno indubbiamente peggiorato la condizione giuridica delle donne. E ciò è accaduto anche in nazioni, come Egitto, Tunisia, Libia e Siria, dove le stesse donne avevano compiuto passi da gigante.

Nei Paesi del Golfo Persico, invece, salvo qualche piccolo miglioramento, è stata mantenuta una legislazione di forte discriminazione tra i sessi nella famiglia, nella politica, nelle professioni ed in ogni campo della vita sociale e civile.

L’accesso femminile allo studio ha proporzioni bassissimi, lo stesso per il lavoro. Le donne si sposano ancora giovanissime. In Kuwait anche a 15 anni. Per lo Yemen si parla di “spose bambine” ed alcuni casi, riportati dalla stampa internazionale, hanno suscitato profondo orrore nell’opinione pubblica occidentale.

Pensiamo, a tale proposito, a Rawan, morta a soli 8 anni, dissanguata per ferite interne, dopo la prima notte di nozze. Data in sposa per soldi dai genitori a un uomo che aveva cinque volte la sua età, la piccola è deceduta, alla fine dell’estate scorsa, a Hardh, zona tribale nello Yemen nord occidentale, al confine con l’Arabia Saudita[11].

A fotografare la situazione della condizione della donna araba è intervenuto, a novembre dell’anno scorso, il sondaggio della Fondazione Thomson Reuters da cui emerge un quadro poco rassicurante. Nonostante, infatti, le rivolte scoppiate in tali nazioni dal 2010 ad oggi, in 22 Paesi della penisola arabica le donne vivono ancora in condizioni inaccettabili. Il giudizio peggiore è espresso nei confronti dell’Egitto dove, dopo la fine del regime di Mubarak, è stato registrato uno spaventoso aumento di aggressioni sessuali. Seguono, come valutazione negativa, Iraq, Arabia Saudita, Siria e Yemen. Ottima posizione per Comore, Oman, Kuwait, Giordania e Qatar[12].

Il monitoraggio della Fondazione ha interessato e valutato 22 Stati arabi in merito alla violenza contro le donne, diritti riproduttivi, trattamento delle donne all’interno della famiglia, l’integrazione nella società e gli atteggiamenti verso il ruolo della donna nella politica e nell’economia.

Le domande del sondaggio si sono basate sulle disposizioni più importanti della Convenzione delle Nazioni Unite per eliminare tutte le forme di discriminazione contro le donne (CEDAW), firmata da 19 Stati arabi.

Ritornando alla condizione della donna nei singoli Paesi, in Egitto il 99,3% delle donne e delle ragazze risultano aver subito una qualche molestia sessuale, il 91% della popolazione femminile è vittima di mutilazioni genitali femminili, mentre solo il 63% per cento delle donne adulte è alfabetizzata. Si spera nella nuova Costituzione che, per la prima volta, introduce un principio di parità e uguaglianza dei sessi.

Dopo l’Egitto la situazione peggiore è stata registrata in Iraq dove, dopo l’invasione Usa del 2003, le condizioni della popolazione femminile hanno subito un improvviso deterioramento. Sfollamenti di massa hanno, infatti, reso le donne vulnerabili alla tratta e alla violenza sessuale. Solo il 14,5% delle donne ha un lavoro, più di un milione e mezzo di irachene sono vedove. Migliaia di donne sfollate sono state costrette a prostituirsi negli Stati vicini come Siria, Giordania e Emirati Arabi Uniti.

Anche l’Arabia Saudita non è in una buona posizione, considerata addirittura all’ultimo posto per rappresentanza politica e diritti di successione. La normativa interna è fortemente limitativa dei diritti delle donne. Lo stupro coniugale, ad esempio, non è riconosciuto e, spesso, le vittime sessuali sono accusate di adulterio. Alle donne non è consentito prendere la patente e necessitano di consenso del tutore per viaggiare, sposarsi, sottoporsi a trattamenti  sanitari, o compiere qualsiasi altro atto importante della vita civile e sociale.

In Siria le donne sono vittime di rapimenti e stupri di guerra sia da parte del regime che dei ribelli, mentre nei campi profughi donne e ragazze subiscono aggressioni sessuali e sottoposte alla tratta. Giovanette di 12 anni vengono date in sposa dalle famiglie a uomini molto più vecchi di loro. Sono stati registrati più di 4.000 casi di stupro e mutilazioni sessuali.

Per lo Yemen è segnalato il problema, già accennato, delle spose bambine, ma anche questioni come la bassa scolarizzazione della popolazione femminile, la tratta e la violenza sessuale.

Negli Emirati Arabi Uniti le donne, pur avendo accesso all’istruzione e ai servizi sanitari, restano discriminati in molti settori. Lo stupro coniugale non è riconosciuto e la legge consente agli uomini di punire le mogli.

Migliore la condizione femminile nel Qatar dove, però, il sesso fuori del matrimonio resta illegale. Buona anche la posizione del Kuwait, specialmente nel campo dell’istruzione e dei diritti di successione. Il Paese non ha, tuttavia, una normativa contro la violenza domestica e lo stupro coniugale, mentre resta fissata a 15 anni l’età minima delle ragazze per sposarsi.

Per quanto riguarda le donne dell’Oman, esse beneficiano di una migliore protezione sociale rispetto agli altri Paesi arabi, ma continuano a subire discriminazioni sul posto di lavoro. Nel 2010, ben 227 uomini sono stati accusati di stupro o tentato stupro.

Il Sudan, invece, non ha neanche ratificato la CEDAW e le donne sono sottoposte ad ogni genere di sopruso, dalla disuguaglianza civile alla violenza domestica. Il matrimonio precoce, addirittura dall’età di 10 anni, e lo stupro coniugale completano un quadro indubbiamente desolante. Le mutilazioni genitali interessano più di 12 milioni di donne e bambine. Sui reati di violenza sessuale c’è, di fatto, una completa impunità anche perché le vittime hanno paura di denunciare l’aggressione per paura di essere accusate di adulterio.

Giudizio negativo anche per il Libano, ex “Svizzera del Medio Oriente”, in cui la situazione si è deteriorata per le guerre e l’avanzare del fondamentalismo islamico. Lo stupro coniugale non è punito, mentre la legislazione sul lavoro è fortemente discriminatoria. Anche le molestie sessuali sul posto di lavoro non sono punite dalle normative. Ben 1/6 della popolazione femminile risulta analfabeta.

Situazione difficile pure nei territori palestinesi dove, a causa delle restrizioni israeliane, le donne soffrono di povertà, disoccupazione e un alto rischio di violenza domestica e delitti d’onore. Il 51% delle donne a Gaza City è stata sottoposta a violenza domestica nel 2011.

Anche la Somalia non ha firmato la CEDAW. Il Paese africano dove vige la religione islamica ha uno dei più alti tassi di mortalità materna del mondo: ben 1.200 donne muoiono di parto ogni 100.000 nati vivi. Qui la violenza sessuale è diffusissima: 1.700 donne sono state violentate nei campi per sfollati nel 2012. Nei territori controllati dagli estremisti islamici la lapidazione per adulterio è frequentissima, mentre il 98% della popolazione femminile è sottoposta a mutilazioni genitali.

Anche l’Algeria è considerata nel rapporto negativamente, soprattutto in riferimento alla discriminazione di genere nella partecipazione delle donne al lavoro e alla politica. La legislazione non riconosce, poi, lo stupro coniugale. Solo il 16% delle donne algerine lavora.

Decisamente migliore la condizione della donna a Gibuti dove, però, restano problemi come il matrimonio precoce e le mutilazioni genitali. In Baharain la legislazione non riconosce lo stupro coniugale e gli abusi domestici. La testimonianza di una donna vale la metà di quella di un uomo di in un tribunale islamico, mentre il codice penale sancisce che uno stupratore può evitare la punizione se sposa la vittima.

In Tunisia si registra un forte peggioramento rispetto alle conquiste degli anni precedenti a causa della presa del potere delle forze politiche islamiche. In questo Paese, infatti, nel passato alcuni diritti erano stati riconosciuti. Il diritto civile  del 1956, introdotto dal primo presidente tunisino dopo l’indipendenza vietava la poligamia e il diritto di ripudiare  le mogli. L’aborto, addirittura, era stato legalizzato nel 1965 prima che in Italia e le donne potevano anche loro chiedere il divorzio. Nel 1981 era stato, poi, codificato il divieto di portare il velo, definito “abito settario”, nelle scuole superiori e nelle università.

Oggi, in questo Paese, l’abuso domestico e leggi sullo stupro coniugale, pur esistenti, sono applicate solo di rado. Le donne sono comunque presente nelle istituzioni. Nel 2011, infatti, 61 donne sono state elette alla Costituente formata da 217 membri. Si spera proprio nell’applicazione della nuova Costituzione  dove sono numerose le norme che stabiliscono la parità tra i sessi e riconoscono i diritti delle donne.

Nella Mauritania vi è una buona legislazione contro la violenza domestica e lo stupro coniugale, ma i casi registrati di aggressioni sessuali restano ancora molto alti. Presente anche la mutilazione genitale, mentre persiste la pratica di alimentazione forzata per rendere le figlie più attraente per i potenziali partner.

La Libia è classificato come uno dei Paesi arabi migliori per rappresentanza politica ma insicurezza, povertà e mancanza di istruzione colpiscono fortemente la popolazione femminile, minandone i diritti. Nella recente guerra civile è stata ampiamente segnalata la violenza sessuale.

Buona l’indipendenza ed autonomia delle donne in Marocco, ma la violenza domestica resta un problema non risolto, anche per mancanza di una adeguata legislazione. Ben 17.000 episodi di violenza contro le donne sono stati segnalati solo nei primi 3 mesi del 2008.

Pur considerato come uno Stato progressista, Jordan è classificato secondo peggiore nella categoria dei delitti d’onore. Ben 681 casi di stupro e violenza sessuale sono stati segnalati al Dipartimento della Protezione Famiglia nel 2012.

In ottima posizione, infine, sono le Comore, piccolo arcipelago nell’Oceano Indiano dove, ad esempio, le donne non subiscono discriminazioni in caso di divorzio, in politica il 20% dei ministri è donna e lo stesso avviene nel lavoro con il 30% di maestranze femminili.

Di fronte a questa situazione si spera nei processi di ammodernamento dei tessuti sociali e culturali delle diverse nazioni che, comunque, sono in atto. E’ di febbraio di quest’anno, ad esempio, la nomina di Sumayya Jabarti a direttore del quotidiano Saudi Gazette, una delle due testate pubblicate in lingua inglese nel regno saudito, stampata a Gedda dal 1978. La giornalista, già vicedirettore, dirigerà un giornale con una tiratura di 50.000 copie al giorno. E’ la prima donna dell’Arabia Saudita a dirigere un giornale. Una notizia, questa, che fa ben sperare per il futuro.

 

 Note:


[1] Tha Guardian, 26 ottobre 2013.

[2] Amnesty International, Rapporto annuale 2012, Roma, Fandango ed., 2012, p. 600.

[3] Ibidem

[4] Amnesty International, Rapporto Annuale 2013, Roma, Fandango ed., 2013, p. 535.

[5] Ivi, p. 536.

[6] Ivi, pp. 550, 576, 596, 602

[7] Ivi, pp. 603-604.

[8] Ivi, pp. 547-548.

[9] Ivi, p, 548. Sulla situazione dei diritti umani in Egitto cfr. anche Amnesty International, Roadmap to repression, no end in sight to human rights violantions, London, 2014.

[10] Amnesty International, Rapporto Annuale 2013,cit., p. 617.

[11] Il Messaggero, 11 settembre 2013.

[12] Per i risultati del sondaggio cfr. www.trust.org

About Michele Strazza

Avvocato ed esperto in International Law and Human Rights, lavora presso l’Ufficio legislativo del Consiglio regionale della Basilicata. Giurista e studioso di storia contemporanea, ha pubblicato numerose ricerche. La sua produzione ha ricevuto vari riconoscimenti tra cui il Premio Internazionale UCSA. È membro dell’Associazione Italiana Giuristi Europei, referente per l’Italia della Fédération Internationale de Droit Européen, della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO), della Società per gli Studi di Storia delle Istituzioni e di altri organismi scientifici, italiani ed europei. Suoi lavori sono apparsi su prestigiose riviste nazionali e internazionali. Ha insegnato “Istituzioni giuridiche e politiche contemporanee” presso l’Università degli Studi della Basilicata ed è componente del Centro Interuniversitario di Storia Culturale formato dalle Università di Bologna, Padova, Pisa, Venezia e Verona. Le sue ricerche sulla violenza di genere nel mondo contemporaneo sono state apprezzate da diverse organizzazioni internazionali per la difesa dei diritti umani. I suoi libri sono presenti nelle più importanti biblioteche europee ed americane come quelle della Columbia University, della Stanford University, delle Università di Yale e di Harvard. Recentemente i suoi testi sono stati acquisiti anche dalla Biblioteca del Congresso di Washington e dalla British Library di Londra.

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