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Libertà di informare e di essere informati: il giornalismo in chiaroscuro e il ruolo dell’Europa.

Terzo Incontro del progetto “La dignità della persona come valore per la giustizia europea”

Negli anni sulla libertà d’informazione sono stati versati fiumi d’inchiostro, aperti molti dibattiti e pronunciate molte sentenze di tribunali nazionali e sovranazionali, anche nei confronti del “Bel Paese”. Il tutto è comprensibile nella contestualizzazione ed approfondimento cui il tema è sottoposto, soprattutto nella realtà italiana in cui è più alta la pericolosità di riportare cose, fatti e persone, all’interno di articoli di quotidiani o riviste.

relatori 3Con il terzo incontro del progettoLa dignità della persona come valore per la giustizia europea” tenutosi all’Auditorium Santa Maria della Pace a Piacenza, la redazione di Diritti d’Europa, attraverso i suoi organizzatori e la coordinatrice Elsa Pisanu, ha voluto focalizzare il dibattito sulla tematica della libertà di Informare ed essere informati.

Ad aprire il dialogo e a moderare i relatori è stato Gaetano Rizzuto, Direttore dello storico quotidiano piacentino “Libertà”, il quale ha subito proposto di trattare la questione della pericolosità insita nel mestiere dell’informazione , cercando di inquadrare la tutela prevista dal nostro ordinamento per il diritto ad informare, alla libertà di espressione, di critica e di manifestazione del pensiero.

Tra gli ospiti chiamati a rispondere  ai tanti interrogativi e questioni un esperto della nostra Costituzione Repubblicana:  in primis infatti è intervenuto Giulio Enea Vigevani , docente di diritto costituzionale e del diritto d’informazione e comunicazione dell’Università Milano – Bicocca. Il professore ha voluto sin da subito prendere la Carta in mano e leggere l’articolo 21 della stessa, il quale dispone che “tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mazzo di diffusione.” La Carta come ben sappiamo rappresenta la massima tutela dei diritti fondamentali del nostro ordinamento e nella previsione di questo diritto si è voluto dare la possibilità ad ogni cittadino di poter si esprimere liberamente con ogni mezzo idoneo a raggiungere quello scopo.

giulio enea vigevaniSpesso però accade che ciò che diciamo o scriviamo sia in qualche modo lesivo verso qualcun altro e molte volte può essere talmente offensivo da sfociare in reato, il dibattuto delitto di diffamazione. Viene dunque a crearsi un nodo: quello di dover trovare un equilibrio tra l’astratto diritto di parola  e l’offesa all’onore che le parole espresse possono provocare. Ancora oggi la risposta a tale impasse non è di semplice intuizione e sebbene molta giurisprudenza e dottrina si siano espressi sul punto, non si è ancora soddisfatti delle risultanze delle tante sentenze pronunciate contro i giornalisti, soggetti che per eccellenza chiamati a confrontarsi quotidianamente con tutte queste problematiche. Inoltre  da considerare è anche la modalità con cui sono state scritte le norme incriminatrici contenute nel nostro Codice Penale ed in alcune Leggi Speciali. Ciò è importante per capire a fondo quale sia il regime applicabile, nonché gli eventuali “escamotages” interpretativi che il giurista è chiamato a risolvere per poter tutelare al meglio i diritti dei singoli individui che la norma colpisce.

Ed è grazie anche allo “status” dei relatori che il discorso si è focalizzato verso l’ osservazione di quanto costa oggi al professionista della stampa una parola o un riferimento preciso pubblicato e poi letto e sentito come lesivo dal soggetto citato: a norma si arriva a punire fino ad un massimo di 6 anni di reclusione. Sono molti anni di pena, ma vero è che – come anche affermato durante l’incontro – con una parola di troppo o sgradita messa nero su bianco su un giornale o quotidiano si possono creare molti più danni rispetto al furto di una bicicletta alla stazione.

Ancora, il Professor Vigevani ci spiega che dal 1955, anno in cui è entrata in vigore la CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) abbiamo avuto un ulteriore tutela del diritto a manifestare il proprio pensiero. Nell’art 10 è stato incluso anche il diritto alla reputazione. L’art 10 infatti enuncia che “Ogni persona ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera”.

E’ pericoloso per chi subisce gli effetti dell’informazione. Bisognerebbe trovare un equilibro, usare prudenza. Anche il quantum è rilevante: quanto può essere libero di esprimersi un individuo e che limiti incontra a livello giuridico?

La risposta viene a galla con le osservazioni dell’Avvocato penalista Carlo Melzi d’Eril, il quale comincia  con  il delineare gli aspetti carlo melzi d'erilpenalistici che incorrono i giornalisti nella loro professione. Il delitto madre è la diffamazione, perseguibile a querela di parte e che trova fonte all’ articolo 395 del Codice Penale. Anche secondo l’Avvocato bisogna bilanciare quella che è la libertà di stampa con la libertà di esprimersi e il diritto di critica previsti nella costituzione in primis. Afferma poi che limiti non esistono: una persona è liberissima di scrivere qualsiasi cosa e di imputare fatti o comportamenti a chi più ritiene, ma poi se offende si attivano le norme penali. Per cui il Legislatore applica un giocoforza tra i diritti dei singoli e queste libertà. Il punto di equilibrio sta nell’espressione poco chiara “delitti contro l’onore della persona”, ovvero un soggetto risponde del delitto di diffamazione o ingiuria se offende l’altrui reputazione. Se l’offesa non sussiste non c’è reato. Ma come si fa ad affermare o negare che esista un’offesa e ci sia lesione dell’onore di una persona o meno? È molto complicato e su questo legali ed organi giudiziari duellano ogni giorno nelle sedi dei Tribunali.

Peggio è poi pensare che se un fatto è ritenuto vero, e magari è affermato all’interno di una sentenza definitiva, è irrilevante ai fini dell’applicazione degli articoli 394 e 395 del codice penale. Per cui accade che se viene dato del mafioso ad una persona condannata a più ergastoli per mafia e si scrive nel pezzo giornalistico e questo viene pubblicato  nel giornale, si rischia la querela solo perché quella persona ha ritenuto di offendersi. La ragione però risiede come spesso accade nella storia, ed è nel periodo precedente la Costituzione in cui sono nate le norme su diffamazione e compagnia varia, in un periodo in cui si voleva mettere a tacere la stampa e in cui si è creato uno strumento facile per coloro che ritenessero essere stati lesi nell’onore. Il periodo tra l’altro era quello fascista, uno Stato Totalitario in cui chi la pensava in maniera diversa doveva essere punito, non rimproverato. Ebbene alla luce di questo si potrebbe dire che i tempi sono passati e le cose cambiate. Niente di più falso. Oggi le norme sono identiche all’epoca, e i rischi equivalenti. Ma come mai? Non siamo una democrazia? Rimangono aperte le problematiche dietro i falliti tentativi di riforma, anche per altri reati, dell’attuale codice penale italiano.

paolo biondaniSu querele e su processi, abbiamo avuto diretta testimonianza dal giornalista del settimanale “L’ Espresso” Paolo Biondani, cronista giudiziario già dai tempi in cui lavorava al Corriere della Sera, il quale ha subito riportato una sua esperienza sul campo: la querela ricevuta per aver dato del mafioso ad un “plurigiudicato” mafioso condannato a due ergastoli per delitti di mafia. È stato molto significativo il suo intervento in quanto giornalista professionista e incorporabile nella categoria dei cronisti giudiziari, categoria coraggiosa di giornalisti spesso autori di “pieces” e libri d’inchiesta che non fanno certo comodo ai protagonisti di queste storie e che spesso fanno fioccare querele con una facilità tale da disarmare e scoraggiare le persone a scovare la verità. Biondani ha ancora parlato di come le testate giornalistiche abbiano messo in bilancio la voce “querele” per gli elevati costi che direttori e giornalisti, CDA e Presidente delle Società mediatiche, devono sborsare per andare dal giudice a dibattere sulla causa in qualità di convenuti.

Si è arrivati infine alla fatidica domanda: alla luce dei rischi sopra elencati conviene fare il giornalista? Biondani  ci trasmette la sua passione per il giornalismo: è con orgoglio che afferma che ci vuole una vera e propria vocazione, ma alla fine anche se si è esposti molto facilmente ai pericoli, se la verità viene disvelata o si riesce ad incriminare un giro vizioso ci si ritrova soddisfatti ed appagati per il proprio lavoro.

Conclusioni:

L’incontro è stato un’occasione ghiotta per chi ne volesse capire un po’ di più su una tematica vasta e complessa che ancora oggi pone moltissimi problemi a più livelli. Inoltre anche la scelta dei relatori è stata idonea sotto molti aspetti: la loro chiarezza e lucidità intellettuale ha permesso al pubblico di comprendere con immediatezza l’argomento discusso e ha creato le basi per un dialogo nel vero senso della parola. Inoltre anche la partecipazione del Direttore del quotidiano piacentino ha contribuito a portare un punto di vista più locale della problematica sulla libertà di stampa.

Arrivederci al quarto incontro!

 

About Amedeo Marchelli

Law Student. Love foreign languages. Searching the cure of mankind.

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