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Manifestare il proprio credo religioso anche con la dieta: nelle carceri rumene non è consentito

L’articolo 1 CEDU sancisce l’obbligo degli stati contraenti di riconoscere i diritti e le libertà della Convenzione ad ogni persona sottoposta alla loro giurisdizione. Questo principio giustifica il ricorso di un cittadino moldavo contro lo stato  rumeno, dove attualmente sta scontando una pena detentiva. Il ricorrente chiede di essere dichiarato vittima per la discriminazione subita in carcere a causa della sua religione. Dinanzi a questo problema ci si domanda ma fino a dove arriva il limite della libertà di manifestare le proprie credenze religiose? Secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo questo diritto comprende anche l’eventualità di modificare la propria dieta, adattandola a quella voluta dal proprio credo.

Ghennadii Vartic è un cittadino moldavo, attualmente detenuto presso il carcere di Jilava, in Romania. Il ricorrente fu condannato nel 1999 a 25 anni di detenzione, scontati, fino ad ora, in diverse carceri rumene, tra cui quella di Rahova. Nel 2006 al detenuto fu diagnosticata l’epatite C, e gli venne fortemente consigliato un trattamento medico con interferone, una proteina volta a combattere la malattia.  Nello stesso anno il ricorrente, professante la religione buddhista, richiese in carcere la possibilità di poter avere una dieta conforme alla sua religione, comprendente in particolar modo riso, frutta e verdura, ed escludendo quasi totalmente gli alimenti di carattere animale. Il penitenziario non soddisfece la richiesta, in quanto tra le diete previste non era presente quella conforme alla religione buddista, e per ottemperare a tale mancanza, si scelse di somministrare al ricorrente il pasto vegetariano, maggiormente simile a quello richiesto, ma comunque diverso sotto molti aspetti.PRISON-225x300

L’anno successivo il sig. Vartic denunciò le condizioni detentive nel carcere Rahova, prima al giudice competente e poi alla Corte distrettuale di Burarest, sottolineando anche il trattamento discriminatorio nei confronti per le sue esigenze alimentari, in relazione alla sua religione. Inoltre si lamentò di non esser stato sottoposto alle cure con interferone, consigliatogli per la sua malattia. Entrambi i ricorsi vennero però respinti e dichiarati infondati. Un ulteriore ricorso fu presentato nel 2008, ma anch’esso respinto. Solo nel mese di ottobre del medesimo anno il Fondo di assicurazione sanitaria per l’esercito, l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale e le autorità giudiziarie (“CASAOPSNAJ”) concesse al ricorrente il trattamento con interferone gratuitamente per 4 mesi.
Nel 2008, per la seconda volta, il signor Ghennadii Vartic adì la Corte Europea dei diritti dell’Uomo, sostenendo di essere una vittima e volendo veder riconosciuto questo status ai sensi della Convenzione.
Già un primo ricorso alla Corte vide protagonista il sig. Vartic, nel 2005, quando lamentò la violazione dell’art.3 CEDU (divieto di tortura e di trattamenti disumani e degradanti), posta in essere nei carceri di Jilava e Rahova. In quel caso la Corte constatò la violazione e concesse al ricorrente un risarcimento di € 12.000 a titolo di danno non patrimoniale.

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Con il secondo ricorso invece, Ghennadii Vartic lamentò la violazione dell’art. 9 CEDU (diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione), perché rifiutandosi di concedere la dieta da lui richiesta il carcere di Rahova gli avrebbe impedito di “manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza dei riti”, ai sensi del 1§ dell’art 9 CEDU. Il ricorrente ha inoltre richiesto un risarcimento di € 246.000 a titolo di danno non patrimoniale.
Il governo rumeno ha tentato di far dichiarare il ricorso incompatibile ratione materiae, sostenendo che le prescrizioni dietetiche non rientrano nel campo di applicazione dell’art.9 CEDU.

La Corte ha però rilevato che particolari restrizioni dietetiche possono essere considerate scelte religiose, ha dunque constatato la violazione dell’articolo 9 CEDU, e ha concesso al ricorrente un risarcimento di € 3.000 a titolo di danno non patrimoniale.

Probabilmente solo un vero fedele può capire fino in fondo quanto è importante rispettare determinate pratiche religiose; come per un cristiano cattolico festeggiare il Natale, o per un musulmano pregare 5 volte al giorno, per un buddista che crede nel rispetto verso tutte le creature, compresi gli animali, anche la dieta ha grande importanza. Non è facile dover fare i conti, quotidianamente, con l’impossibilità di rispettare i propri principi, o quelli imposti dalla propria religione. In un carcere questi vengono spesso posti in secondo piano, poiché le esigenze primarie sono altre. La Corte, con questa sentenza, ha ricordato anche l’uguaglianza di tutte le persone, che siano buddisti o musulmani, che siano vegetariani o vegani, che abbiano la pelle bianca o nera. È importante che ognuno possa manifestare la propria religione, il proprio pensiero, ed abbia la libertà di esprimere la propria personalità, ovunque si trovi!

 

Fonti:

Sentenza del 17/12/13 – Caso Vartic c. Romania (n°2)

Sentenza del 10/07/12 – Caso Vartic c. Romania

Buddhist inmate denied religious diet had rights breached by Romanian state – www.romania-insider.com 

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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