Home / Categorie Violazioni CEDU / Russia: quando la tua banca fallisce, c’è poco da fare

Russia: quando la tua banca fallisce, c’è poco da fare

Discriminazione – Sentenza Kotov v. Russia, 3 Aprile 2012

IL CASO – Il ricorrente è Vladimir Kotov, cittadino della Federazione Russa, residente nella città di Krasnodar nella Russia europea-meridionale, non lontana dal Mar Nero. Il 15 Aprile 1994 si reca presso la banca Yurak – che in russo significa “la Banca” – per aprire un conto corrente e lì depositare il proprio danaro. Ma non trascorre molto tempo che, alterato dalla banca il tasso di interesse in una misura sfavorevole ai clienti, Kotov richiede la chiusura del conto e di riavere i propri soldi: ma la banca versa in difficoltà, temporeggia e non paga. Da questo momento inizia l’epopea del ricorrente russo, che in ogni modo e provando tutte le vie giudiziarie, tenta di ritornare padrone delle somme affidate alla banca.

Ricorso individuale contro la Yurak

La Yurak versa in una difficile situazione economica, ma non è ancora formalizzato il suo dissesto. Kutov agisce in primo e secondo grado nelle giurisdizioni interne, chiedendo sempre il rimborso del capitale e il risarcimento dei danni subiti, patrimoniali e non, e vincendo tutte le cause.

Il 20 febbraio 1995 la Corte distrettuale Oktyabrskiy non gli riconosce pienamente ragione, ma comunque ordina alla banca di corrispondergli un totale di 10.156 rubli russi (RUB), comprendente il capitale depositato, gli interessi maturati e l’indennità per il danno materiale insieme alle sanzioni.
Poi, il Tribunale distrettuale Oktyabrskiy, il 5 aprile 1996, porta il premio a RUB 17.983, aggiornandolo al tasso di inflazione.

Ricorso collettivo contro la Yurak – Fallimento

Ma le speranze di recuperare quanto sottrattogli svaniscono all’inizio della procedura concorsuale: alla divisione del patrimonio parteciperanno tutti i creditori della Banca, riducendo l’uno all’altro la quota su cui soddisfarsi.
Il 16 giugno 1995 la Banca Centrale e la Banca di Risparmio Russa avviano presso il Tribunale commerciale della Regione di Krasnodar il procedimento con cui è dichiarata la banca insolvente. È nominato dal Tribunale un liquidatore, il quale sovrintende la procedura fallimentare.
La banca fallisce con un debito di RUB 24.875.000, verso nientemeno che 7.567 creditori, tutti di prima classe; mentre residuano in attivo soltanto 2.305.000 RUB.

La legge prevede la par condicio creditorum, principio per cui sulla massa attiva lasciata da un insolvente si soddisfino tutti i creditori in una identica percentuale rispetto al credito vantato.

Nel caso di specie, era palese che di quei 7.567 creditori, già individuati dalla legge, nessuno sarebbe stato pienamente soddisfatto; così, l’assemblea dei creditori, presieduta dal curatore, decide di distinguere nei creditori di prima classe, tali per volontà della legge, due tipologie di creditori: privilegiati e non. L’assemblea, ossia tutti i creditori riuniti, decidono che sul patrimonio rimasto della banca prima si soddisfaranno i disabili, veterani di guerra, le persone in grave difficoltà e quelle che avevano aiutato attivamente il curatore (creditori privilegiati); poi tutti gli altri, ad ultimo insieme al ricorrente, creditore non privilegiato.
L’esito della procedura, il 6 Aprile 1998, vede i creditori privilegiati pienamente soddisfatti, mentre gli altri compensati di una percentuale inferiore all’1% del debito opposto. Kotov riceve RUB 140, contro i 17.983 riconosciutigli durante l’azione individuale.

Ricorso contro la decisione dell’assemblea dei creditori

Se Kotov aveva poche speranze di recuperare quanto depositato sventuratamente nella Yurak, e queste speranze si erano molto ridimensionate con l’avvio della procedura concorsuale, la scelta dell’assemblea dei soci, presieduta dal liquidatore, aveva reso – come avviene sempre nei fallimenti – irrisoria la cifra ricevuta come rimborso/risarcimento.
 Il ricorrente cerca di mettere in discussione la scelta dei creditori, sotto un profilo di legalità: afferma la violazione delle sezioni 15 e 30 del Corporate Insolvency Act 1992, conosciuto anche come “the 1992 Act”, le quali prescrivono la parità dei creditori appartenenti alla prima classe: poca parità infatti c’era stata fra questi creditori, perché alcuni soddisfatti al 100%, ossia i creditori privilegiati, e altri a 1%, ossia gli altri creditori.
Se in primo grado la domanda di Kotov viene rigettata, è in secondo grado che il Tribunale di Commercio della Regione di Krasnodar gli da ragione: riconosce la violazione della legge e l’irregolarità della procedura concorsuale. Ma a questa prima vittoria segue una nuova disfatta, quando la Corte federale di commercio per il Caucaso del Nord, ultimo grado della giurisdizione russa, adito dal liquidatore, annulla la precedente sentenza di secondo grado.

Ricorso contro il liquidatore

Sconfitto su tutti i fronti, al ricorrente non rimaneva che agire contro il liquidatore, imputandogli la “scellerata” scelta dell’assemblea e chiamandolo a rispondere di tasca propria.
Anche qui, il Tribunale commerciale, prima, ed il Tribunale di Commercio della Regione di Krasnodar, in appello, gli negano qualunque tutela.

È il 31 marzo 1999 l’ultima pronuncia del giudice nazionale: Kotov verifica di aver esaurito i ricorsi interni (ex art 35 CEDU) e ricorre alla Corte EDU il 17 Novembre 1999.

 

LA CORTE EDU – La Corte si pronuncia una prima volta il 28 Giugno 2010, con un esito abbastanza paradossale: riconosce la violazione dell’art 1 del 1° Protocollo, relativo al diritto di proprietà, ma nega che la Federazione Russa debba corrispondere qualcosa al ricorrente a titolo di equo indennizzo.

La Corte muoveva dal rilievo che il debito del ricorrente era un bene a tutti gli effetti oggetto di quel diritto di proprietà previsto dall’art 1, ma che quando tale diritto incontra la procedura concorsuale, a norma del 3° paragrafo dello stesso articolo, può subire delle interferenze fino ad essere significativamente compresso a favore dell’interesse generale, che vede come destinatari la massa dei creditori. La Corte invece censura il comportamento del liquidatore che, sebbene sviluppato sulla falsariga della decisione dell’assemblea, costituiva comunque un abuso e un atto contra legem.

La sentenza della Quinta Sezione è reperibile qui: Sentenza Kotov v. Russia del 28 Giugno 2010.

 

LA GRANDE CAMERA – Infine la questione giunge davanti all’organo giurisdizionale più elevato del Consiglio d’Europa, ed è decisa il 3 Aprile 2012. La Grand Chamber esclude la violazione dell’art 1 del 1° Protocollo e rigetta la domanda del ricorrente con 12 voti contro 5.

La Grande Camera rileva innanzitutto – a titolo di generali affermazioni di principio – che il diritto di proprietà previsto dal 1° Protocollo CEDU pone non solo obblighi negativi – di non interferenza – a carico dello stato, ma che anche gli riconosce obblighi positivi – di tutela attiva – della proprietà: tale previsione legittima un intervento attivo dello Stato a cui poi si riconosce una certa discrezionalità, pari a quella che la CEDU riconosce agli stati per l’applicazione delle sue norme; inoltre tale diritto deve essere tutelato in base alle circostanze. Allora ammette che l’art 1 abbia una portata che giustifichi l’applicazione anche tra privati, come società e creditori – secondo il principio tedesco della Drittwirkung – e che lo stato, nell’applicare la norma, può creare dei meccanismi che tutelino la proprietà alla luce di altri principi, come l’eguaglianza o non discriminazione nel concorso di più creditori.

Quanto al caso di specie, il collegio ribadisce che gli Stati non possono essere ritenuti direttamente responsabili per i debiti di società private o per le colpe commesse dai loro manager (o da parte dei liquidatori).
Ancora, che il ricorrente mediante il deposito del suo denaro in una banca privata aveva deciso di assumere dei rischi, compresi quelli relativi alla cattiva gestione delle somme e alla frode.

Lo Stato ha certamente una responsabilità preventiva e una successiva quando si verificano episodi di violazione del diritto di proprietà tramite insolvenza.
Quanto alla responsabilità successiva, ha concesso ai creditori di far valere in modo effettivo i propri diritti, realizzando un quadro normativo minimo – comunque compatibile con la scelta dell’assemblea di individuare creditori privilegiati – e un forum istituzionale adeguato alle esigenze conoscitive e organizzative dei creditori: non può perciò essere destinatario di alcun rimprovero.
Quanto alla responsabilità preventiva, la Corte EDU disconosce una sua piena giurisdizione per ratione temporis, giacché la CEDU è entrata in vigore nei confronti della Russia solo il 5 maggio 1998 e la vicenda ha inizio nell 1996. Tuttavia, la Corte può verificare se i meccanismi correttivi sono stati, nel 1998 e 1999, conformi alle previsioni della Convenzione, e l’esito di tale esame è positivo, escludendo così la responsabilità dello stato russo anche nell’ottica preventiva.

DISSENTIGS OPINIONS – L’allegazione di opinioni dissenzienti da un’indizio su quanto sia stata controversa la decisione presa dalla Grande Camera, tant’è che lo stesso presidente di questa Grande Camera, giudice Nicolas Bratza, ha ritenuto necessario esprimersi in una concurring opinion.
Quanto alle dissentigs opinions:

giudice Alvina Gyulumyan

Il giudice dissente solo parzialmente rispetto alla decisione assunta del collegio. In particolare, ritiene che la Corte EDU non possa essere competente per fatti accaduti prima della sua entrata in vigore nel paese chiamato a rispondere – cosa che invece la Corte ha riconosciuto in entrambe le sentenze, di Sezione e di Grande Camera, nonostante a questo non sia seguita alcuna condanna; nel caso di specie, lo spettro causale dei fatti dedotti in giudizio a Strasburgo ha come nerbo principale la distribuzione del residuo attivo della Yurak avvenuto nell’Aprile 1996, ossia prima dell’entrata in vigore in Russia della CEDU, avvenuto nel Maggio dello stesso anno.

giudici Peer Lorenzen,Dragoljub Popović,Elisabet Fura,Giorgio Malinverni e Guido Raimondi

I giudici analizzano le varie fasi dei ricorsi interni e in esse ravvisano molteplici sintomi di violazione da parte della Russia degli obblighi positivi di tutela del diritto di proprietà; affermano che non sia stato ottemperato l’obbligo di disporre una disciplina minima sì, ma comunque sufficiente a garantire i creditori nel loro diritto ex art 1 Protocollo 1. I cinque giudici così come hanno votato contro l’adozione di tale pronuncia, così hanno argomentato le ragioni del dissenso che avrebbero giustificato una condanna.

La sentenza della Grande Camera è consultabile qui: Sentenza Kotov v. Russia del  3 Aprile 2012

Sul caso è stata realizzata anche un’anticipazione, consultabile qui: Russia: crac della banca Yurac, correntista si ribella.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

One comment

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top