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Turchia: Le donne sposate devono poter utilizzare il loro cognome da nubili

Quando cerchiamo una persona o ci rivolgiamo a qualcuno lo facciamo chiamandolo per nome e spesso per cognome, individuando in quella parola un segno distintivo, un elemento di differenziazione rispetto ad altre persone. Proprio per questo motivo, la possibilità di essere riconosciuti “tra gli altri” all’interno di varie situazioni, professionali, lavorative o sociali è confluita in molti ordinamenti con la previsione di vari diritti all’identità personale che non si fermano al più “famoso”  diritto al nome ma che contengono un lungo elenco, tra cui quello relativo all’utilizzo del cognome.

La sentenza che oggi andremo ad esaminare riguarda il caso Tanbay Tüten v. Turchia e ha come oggetto proprio l’impossibilità per la ricorrente di poter utilizzare il proprio cognome da nubile a causa di una legge dell’ordinamento turca che discriminando il ruolo della donna sposata, le impone l’esclusivo utilizzo del cognome del marito.
La ricorrente è la signora Tanbay, una professoressa universitaria che sposatasi nel 1992 acquisisce, come previsto dall’Art. 153 del codice civile turco, il cognome del marito. Nonostante ciò continua ad utilizzare il proprio cognome da nubile all’interno del mondo accademico e professionale circoscrivendo però questo comportamento ai soli documenti non ufficiali.
Nel 1997 il legislatore turco, durante un’opera di riforma del codice civile, modifica l’Art 153 riconoscendo alle donne sposate il diritto di utilizzare il proprio cognome da nubili davanti al cognome del marito. E’ proprio in base a questa “apertura” del legislatore che la signora Tanbay comincia ad avvalersi di questa possibilità anche per la stesura o per la sottoscrizione di documenti ufficiali, eliminando quella limitazione che fino a quel momento aveva influito sul compimento dei suoi atti.

Questa situazione dura fino al 2001, anno in cui entra in vigore il nuovo codice civile turco e con esso una norma che riprende per intero l’originario Art 153. Quindi il legislatore turco fa un passo indietro rispetto alle modifiche che aveva attuato nel 1997 e ripropone la stessa disciplina pre-riforma.

matrimonio cognome discriminazione donna Sono questi i motivi che inducono la signora Tanbay a presentare ricorso al Tribunale di Primo Grado di Beyoğlu invocando il diritto di poter utilizzare il suo cognome. La Corte respinge la domanda della ricorrente e stesso esito deriva dalla pronuncia del tribunale di Secondo grado e dalla Corte di Cassazione. Ma oltre al danno la beffa: il Tribunale di Secondo grado infatti sanziona la ricorrente al pagamento di 80€ per aver adito alla giurisdizione dei gradi superiori in modo vessatorio, essendo ritenuta parte in causa che abusa di un diritto che in realtà non esiste. Come spesso accade in questi casi,  esauriti i ricorsi interni, non rimane alla parte che rivolgersi alla Corte di Strasburgo, unico mezzo, successivo alla giurisdizione nazionale, capace di garantire la tutela dei diritti.
La signora Tanbay lamenta alla Corte Edu la violazione dell’ Art. 8 Cedu (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) in combinato disposto con l’Art 14 Cedu (divieto di discriminazione) sostenendo che l’attuale Art. 187 del codice civile turco è fonte di discriminazione (sessuale) per una donna sposata in quanto non prevede la possibilità (che è invece riconosciuta agli uomini) di poter utilizzare il cognome da nubile anche all’interno del rapporto matrimoniale.
I giudici europei per analizzare la domanda hanno preso spunto anche da un caso simile che ha visto sempre la Turchia come stato convenuto. La sentenza era stata emessa nel 2004 e il caso era quello di Ünal Tekeli v Turchia.
In quella situazione si decise per l’avvenuta violazione degli Artt. 14 e 8 Cedu confermando la differenza di trattamento che la legislazione turca attua sulla materia.
La giurisprudenza Cedu quindi si è rivelata uno strumento in più a supporto della tesi presentata dalla ricorrente.
Da queste basi infatti i giudici non hanno avuto alcun problema o esitazione nel giudicare immediatamente avvenuta la violazione degli Artt 8 e 14 Cedu, confermando quindi il filone giurisprudenziale che fa riferimento ai casi simili già discussi.
Lo stato turco è stato poi condannato a risarcire il ricorrente con 1500€ a titolo di danno non patrimoniale e 570€ per i costi e le spese sostenute.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza  Tanbay Tuten v. Turchia

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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