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L’ Arabia alle donne: niente ginnastica a scuola! L’ennesima follia, ma il Re dice basta.

A Riyadh, capitale dell’Arabia Saudita, è stato emesso, per mano delle potenti autorità religiose, un decreto che vieta a Raha al-Moharrak e alla stragrande maggioranza delle ragazze saudite di praticare attività fisica a scuola. Nonostante ciò la al-Moharrak, una graphic designer di 27 anni che ormai si è stabilita a Dubai,  sfidando sé stessa e le autorità, si è preparata e nel maggio 2013 ha scalato l’Everest: è stata la prima saudita a fare un’impresa di questo genere.

hpLei ha voluto dare una svolta per far vedere che le donne saudite stanno ampliando le loro vedute, ed è così che si è guadagnata il consenso della stampa locale ed ha dichiarato con molto entusiasmo: “Non si può fermare il cambiamento“, la generazione più giovane sa esattamente cosa c’è là fuori. Tutto è a portata di mano.”.

Tuttavia nel suo paese natale il percorso per raggiungere livelli minimi di libertà è ancora lungo: infatti, in Arabia Saudita alle donne non è concesso guidare una macchina, compiere operazioni di base, nei loro interessi, come quelle bancarie, oppure viaggiare all’estero senza l’autorizzazione di un tutore di sesso maschile, la cosiddetta: guardianship law.

Sebbene questo sondaggio condotto della Thomson Reuters Foundation rileva che lo Stato di cui si sta parlando in questa sede, è il terzo (di 22 paesi arabi) meno peggio per il genere femminile, dopo Iraq ed Egitto.

Tale rilevamento si è basato su studi fatti da 336 esperti di genere, i quali hanno valutato che le donne saudite sono discriminate: nella partecipazione politica, nei posti di lavoro, nella libertà di circolazione e nei diritti di proprietà; invece rispetto ad altre nazioni islamiche, il genere femminile del paese di cui sopra, può godere di un maggiore accesso: all’istruzione, alla sanità, ai diritti riproduttivi e ai servizi contro la violenza di genere. Dunque, nonostante Re Abdullah sia un conservatore molto vicino alle autorità religiose, si sta rendendo conto che il suo regno sta procedendo verso una più grande libertà del sesso femminile: siccome il Re ha l’ultima parola su ogni questione, a piccoli passi sta attuando le riforme per il miglioramento dei i diritti del genere femminile.

Il più grande Stato arabo dell’ Asia occidentale, dal nome ufficiale “Regno di Arabia Saudita“, è una monarchia assoluta. Non ha una Costituzione perché vige la teocrazia, dunque le leggi fondamentali (facenti funzione di una costituzione, assente in quanto la “costituzione” è il Corano) furono promulgate nel gennaio 1992. Perciò vige la Shāri’a (legge divina), la principale fonte del diritto islamico. I giudici di scuola sunnita, seguono il wahabismo: un indirizzo religioso musulmano di tipo dogmatico e radicale, fondato alla metà del XVIII secolo da Muhammad ibn’Abd al-Wahhāb, che ha l’obiettivo di interpretare ed applicare la legge coranica in senso stretto ed a non ampliarla a tutte le novità sopravvenute.

L’intellettuale, anziano e conservatore Gran Mufti Abdulaziz Al al-Sheikh, in merito all’eventualità che le donne lavorino, guidano ed entrino in politica, la reputa un “aprire le porte al male“. A dispetto di queste esclamazioni, Re Abdullah, che è in procinto di compiere 90 anni, in diverse occasioni si è discostato dall’opinione dei giuristi sunniti: come alla fine del 2011 quando ha dato alle donne il diritto di votare e di candidarsi per le elezioni locali a partire dal 2015; dal gennaio 2013 hanno un’ulteriore possibilità di partecipazione politica facendo parte del Consiglio della Shura (l’istituzione più vicina a un parlamento in questa nazione), all’inizio dell’anno il sovrano ne ha nominato 30, e ora rappresentano il 20 per cento del corpo precedentemente tutto maschile; ancora, ha ampliato i diritti in materia di occupazione femminile negli ultimi due anni: ora al pari del sesso maschile possono vendere lingerie e cosmetici e lavorare come cameriere nelle sezioni dei ristoranti riservate al genere femminile.

Tali mutamenti si stanno realizzando anche grazie al ruolo, fondamentale ed efficace, dei social network: i dibattiti che avvengono su questi strumenti di aggregazione sociale possono coinvolgere tutti gli strati di una società e ,come in occidente pure in oriente, stanno provocando grandi cambiamenti per le collettività. In questo contesto storico-politico, il regno del sovrano Abdullah sta finanziando, con borse di studio in università straniere, centinaia di giovani di entrambi i sessi; quando tornano nel loro paese hanno idee diverse rispetto a prima della partenza, e sono vogliosi di smuovere e cambiare il mondo.

Sempre più spesso fiere e giovani donne saudite si contendono posti di lavoro negli uffici e nelle testate giornalistiche, in passato troppo frequentemente negati alle loro madri; ebbene non bisogna sottovalutare il dato del quasi 36 per cento della disoccupazione femminile, rispetto a quella maschile solamente al 6 per cento. Le innovazioni, in materia di diritto del lavoro, del Re Abdullah non finiscono qui: infatti, dal mese di ottobre 2013 le donne possono esercitare la professione d’avvocato con il diritto di rappresentare i clienti e di possedere e gestire i propri studi legali.

Al momento le avvocatesse devono ancora superare scogli logistici quali: spostamenti da e per andare a studio e tribunale, e la manipolazione del divieto di mescolanza dei sessi sul posto di lavoro. Però una nota di speranza arriva da Dania Abola, una giovane consulente legale che è stata una delle primi laureate in giurisprudenza alla King Abdulaziz University, si dice ottimista in quanto le condizioni stanno cambiando in fretta. Queste sono le sue parole in merito: “Il futuro è più roseo e incoraggerà sempre più donne a studiare legge e chiedere maggiori diritti in un modo legale e saggio“, in più “Chi ha studiato negli Stati Uniti, sta anche decidendo di tornare a Jeddah per contribuire ai cambiamenti nel regno.“, inoltre “Le donne saudite sono ad un punto di svolta nella storia dell’Arabia. Ci stiamo riprendendo i nostri diritti.” infine “Si tratta di un dovere che ho ora, soprattutto perché sono un consulente legale, e chiedo diritti per le persone.“.

Relativamente a questi punti, Hanan al-Ahmadi, una dei nuovi membri della Shura, ha riferito: “L’Arabia Saudita negli ultimi anni ha assistito a così tanti cambiamenti, da un anno all’altro si vedono così tanti cambiamenti nell’opinione pubblica”, inoltre “Da quando siamo entrate nel Consiglio della Shura vi era un enorme opposizione. Abbiamo ignorato quelle voci, continuato il nostro lavoro e alla fine tutto si  è calmato.”.

Sebbene i suddetti progressi tangibili per i diritti del genere femminile, molteplici attivisti per i diritti umani considerano questo processo èjaffannoso e indolente, in quanto se pur la legge contro la violenza domestica è stata introdotta quest’anno, i giudici possono decidere se un uomo è nella sua facoltà di picchiare la moglie, la figlia o la sorella se lui ritenga il loro comportamento inopportuno. Per di più, la legge male guardianship non facilita le circostanze di libertà dell’ Essere femminile, per la ragione che dalla culla alla tomba è soggetto, per tutte le sue azioni, ad un tutore maschile; ergo, lasciare la casa è piuttosto complesso: l’ideologia che appoggia questa norma è molto radicata.

Il dettame è usualmente visto come una protezione, il tutore può perfino decidere se la persona posta sotto la sua tutela deve sottoporsi a cure mediche. Samar Badawi, un’attivista per i diritti delle donne, di Jeddah, riguardo a ciò ha riferito: “Ero vittima di violenza perpetrata da mio padre da quando avevo 14 anni fino a quando ho compiuto 30 anni“, ha aggiunto “Se avessi fatto ricorso alla polizia, mi avrebbero solo detto: “Egli è il tuo custode.” Lui mi aveva anche fatto mettere in prigione per sette mesi per avergli disobbedito“.

Dopo una lunga battaglia giudiziaria per sfuggire alla tutela di suo padre, è riuscita a sposare il suo avvocato, scelta contestata dal genitore.

Inoltre, le attiviste saudite per i diritti umani vedono un barlume di speranza, stanno lottando, e a breve si potranno mettere al volante. Da poco sono salite nelle automobili e sono andate guidando e filmandosi, a manifestare in massa, cosa fino ad ora vietata, infine hanno pubblicato tutti i video su internet per fare conoscere la loro situazione e protesta al mondo intero. Non esiste una legge specifica che vieti alle donne di guidare, solo che la società saudita per ora non lo ammette; ma presto lo ammettererà, anche guidare significa libertà in quanto da la capacità di muoversi in totale autonomia.

Non di meno, le donne che lavorano sono sempre di più, e sempre più famiglie si ritrovano a dipendere dal loro reddito; quindi i trasporti stanno diventando a buon mercato e importanti.

Conclusioni

Gli analisti affermano che siccome la legge guardianship e l’ordinamento giuridico dell’Arabia Saudita sono estremamente legati alle credenze religiose, non c’è alcuna probabilità che si riformeranno in fretta; invece il liberalismo musulmano, il femminismo islamico ed altri gruppi hanno argomentato a favore di interpretazioni più originali ed espressive, basate sull’eguaglianza economica e sociale. Il Re Abdullah per paura di capitolare, come è capitato a molti gerarchi nordafricani, sta concedendo sempre maggiori diritti. La Principessa Basma bint Majid, Presidente di un ramo delladella al-Nahda Philanthropic Society for Women, società che assiste donne povere e disabili per migliorare il loro modo di vita e quella delle loro famiglie; all’agenzia Reuters, ha dichiarato: “Penso che abbiamo raggiunto un punto in cui non si può tornare indietro.”.

 

Link per approfondire:

 http://it.wikipedia.org/wiki/Diritti_umani_in_Arabia_Saudita

http://www.asianews.it/notizie-it/Il-monarca-saudita-apre-alla-guida-per-le-donne-29724.htm

 

 

About Valeria Sirigu

Mi sono iscritta in giurisprudenza perché il diritto per me è uno stile di vita

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