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La Corte Europea richiede dei chiarimenti all’Italia, prima di pronunciarsi sulle violenze della caserma di Bolzaneto

Sono ormai passati 12 anni dai drammatici fatti del G8 di Genova, da quella che venne definita da Amnesty International come “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”; eppure quella profonda ferita è rimasta ancora aperta nel nostro paese, soprattutto dopo il corso della giustizia italiana.

Come ben sappiamo la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 3708813 del 14.6.2013, ha chiuso la diatriba giudiziaria intorno alle vicende del G8.
Nella sentenza i giudici della Corte Suprema, oltre a confermare il verdetto della Corte d’Appello di 7 condanne (all’assistente capo della polizia Luigi Pigozzi, agli agenti di polizia penitenziaria Marcello Mulas e Michele Colucci Sabia, al medico Sonia Sciandra e agli ispettori della polizia Matilde Arecco, Mario Turco e Paolo Ubald) e 4 assoluzioni, riconobbero formalmente la gravità di quegli atti di mera “violenza inusitata”, ritenendo che sia durante il blitz alla scuola Diaz che nella caserma di Bolzaneto si fosse assistito al “completo accantonamento dei principi-cardine dello Stato di diritto“. Ma tale riconoscimento a livello pratico non ha prodotto significativi risultati. Infatti nei confronti dei pubblici ufficiali coinvolti non si sono mai aperti procedimenti disciplinari e non si è mai colto alcun pentimento o risentimento per le violenze commesse; senza dimenticare anche strani progressioni di carriera di alcuni agenti di polizia.

DiazDinanzi a quella assoluta negazione di diritti umani e alle discrasie giudiziarie, trentuno ricorsi (a fronte dei 150 fermi che la polizia attuò quella notte del Luglio 2001) sono stati  presentati dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che gli ha riuniti in due casi: Azzolina e altri c. Italia e Cestaro c. Italia.
Le principali censure sollevate dai ricorrenti sono l’art 3 Cedu, art 5 Cedu e l’art 13 Cedu.

Ma la presunta violazione che a mio avviso caratterizza di più la vicenda in questione e che – riproponendo le parole utilizzate dai giudici nel descrivere i fatti – «getta discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero» è la violazione del divieto di tortura, sancito dal suddetto articolo 3 della Convenzione.
Infatti elemento essenziale che ha influito non marginalmente sul verdetto delle Corti interne è stata l’assenza nel nostro ordinamento penale della figura del reato di tortura. L’effetto più rilevante che questa lacuna normativa ha prodotto è stata “la sproporzione tra l’irrisorietà delle pene inflitte rapportata alla gravità dei fatti commessi dagli agenti” ovvero la qualificazione dei fatti alla luce di altre norme penali che disciplinano reati minori (reato di abuso d’ufficio, lesioni aggravate, ecc). In parole più semplici a condotte facilmente ascrivibili alla fattispecie dell’art 3 Cedu sono state applicati reati più lievi. Aspetto che delinea anche l’impellente necessità di un intervento legislativo che introduca nel nostro codice penale il reato di tortura; vuoto normativo sul quale forse influirà il giudizio dei Giudici di Strasburgo.

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A tal proposito, è di pochi giorni fa la notizia che la Corte Europea ha inviato delle richieste di chiarimenti all’Italia prima di pronunciarsi sui due casi pendenti che hanno ad oggetto le violenze del Blitz alla scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto.
I chiarimenti riguardano principalmente tre questioni legate all’articolo 3 della Convenzione:

  • se i trattamenti inumani e degradanti subiti dai ricorrenti e descritti nei ricorsi vengano riconosciuti da parte dello Stato come tortura o trattamenti inumani o degradanti ai sensi e per gli effetti dell’articolo 3 della Convenzione”;
  • se nell’espletamento delle indagini da parte delle autorità italiane siano stati rispettati gli obblighi procedurali previsti dalla Convenzione contro la tortura o i trattamenti inumani o degradanti, e sia stato altresì garantito ai ricorrenti il diritto ad un ricorso effettivo ai sensi degli articoli 3 e 13 della Convenzione”;
  • se la legislazione penale italiana, tenuto conto in particolare della normativa sulla prescrizione dei reati di cui agli articoli 157-161 del codice penale – tenendo a ricordare che un gran numero di reati degli imputati sono caduti in prescrizione -, garantisce una sanzione adeguata della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti, ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione”.

E infine la Corte  ha richiesto ulteriori informazioni e delucidazioni sia circa la progressione di carriera di alcuni funzionari di polizia coinvolti nelle violenze oggetto del ricorso sia sul versamento delle somme a titolo di risarcimento a favore dei ricorrenti stabilite dal Tribunale di Genova. Quest’ultima questione è stata oggetto di polemiche, come testimoniato dai quotidiani nazionali (Cause civili G8, le calunnie e gli arresti illegali della Diaz valgono 3.500 euro) per l’irrisoria entità del risarcimento e per il ritardo nei pagamenti da parte dello Stato e, in particolare, del ministero di Giustizia e dell’Interno, condannati a indennizzare le vittime.

Concludendo, ritengo che a questi quesiti si possa dare facilmente e credo non imprudentemente una risposta negativa, data la  gravità  delle violenze commesse, che, anche dopo l’accertamento giudiziario, sono rimaste impunite per molti e solo per alcuni parzialmente risarcite. Senza dimenticare anche che molti funzionari di Polizia sono ancora in servizio, e un gran numero di loro non sono stati né identificati né processati. Tralasciando inoltre le presunte accuse di depistaggio e boicottaggio sollevate durante gli accertamenti dei fatti nei confronti delle autorità competenti, la mancata istituzione di una commissione d’inchiesta in Parlamento e soprattutto dinanzi all’incapacità del nostro Stato di rimediare alle gravità di cui si è resa responsabile, è ormai evidente che tutte le attese e le speranze di giustizia sono affidate alla Corte di Strasburgo. Il cui giudizio,diversamente da come è accaduto per il caso Giuliani, sarà evidentemente negativo per l’Italia. Non ci resta che attendere il verdetto.

FONTI:

– G8 di Genova del 2001, un’interessante inchiesta sui fatti di bolzaneto, articoli di Antonella Mascia;

– Processo G8: le violenze di Bolzaneto sotto la lente della Corte Europea, articolo di Antonella Cignarale sul Corriere della Sera;

– La Corte Europea pretende risposte sui fatti del G8 di Genova, articoli di Marco D’Agostino;

– «Come una banda di criminali»Valerio Onida e le sentenze G8 dal sito del Comune di Genova;

– La sentenza della Cassazione su Bolzaneto chiude il sipario sulle vicende del G8 (in attesa del giudizio della Corte di Strasburgo) dal sito Diritto Penale Contemporaneo;

 

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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