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Strasburgo condanna la Grecia: “Unioni civili anche ai gay”

Anche le coppie omosessuali hanno il diritto di essere riconosciute all’interno di uno stato, se è prevista una legge che consente le unioni civili alle coppie eterosessuali. Con questa motivazione contenuta nella sentenza, giorno 7 Novembre 2013, la Grand Chamber della Corte di Strasburgo, massimo organo della giurisdizione Cedu, ha condannato la Grecia sul caso Vallianatos and Others v. Greece.

I giudici hanno accertato la violazione degli Art. 14 Cedu (divieto di discriminazione) e dell’Art. 8 Cedu (rispetto della vita privata e familiare).
La vicenda inizia nel 2008, anno in cui il Parlamento ellenico vota e approva, con non poche difficoltà (la Chiesa di Grecia definì queste unioni come “prostituzione”) la legge (L. 3719/2008) sulle unioni civili, consentendole però soltanto alle coppie eterosessuali. Precisazione che è stata subito vista come una pesante ed esplicita forma di discriminazione dello stato nei confronti delle coppie omosessuali, determinando in poco tempo numerose proteste ed inevitabili battaglie anche di natura legale.
Nel 2008 il signor Grigoris Vallianatos, insieme al compagno Nikolaos Mylonas, ad altri sei cittadini greci e all’Associazione Synthessi hanno dato avvio al contenzioso con lo stato ellenico contestando la legge sulle unioni civili che discrimina ingiustificatamente le unioni tra persone dello stesso sesso. Con questa legge lo stato greco garantisce ai soggetti che stipulano il “vincolo legale” una efficace tutela nel campo dei diritti:  Si ha il pieno riconoscimento dei diritti sui beni acquisiti dalla coppia, il diritto di procreare mediante inseminazione artificiale, la regolamentazione dei rapporti inerenti la prole, gli alimenti, l’interruzione dell’unione e le questioni ereditarie.

Tralasciando gli aspetti e le norme del diritto ellenico usate dalla difesa (il Governo greco) e dai ricorrenti all’interno della vicenda, è opportuno focalizzarsi invece sul lavoro che hanno svolto i giudici della Corte per giungere alla sentenza. La Corte ha infatti richiamato un proprio precedente, una sentenza del 24 giugno 2010, Case Schalk and Kopf contro Austria in cui si affermava che non era corretto sostenere l’opinione secondo cui a differenza delle coppie eterosessuali, quelle dello stesso sesso non possono godere del diritto alla vita familiare secondo l’Art. 8. Questo perchè, la relazione di quei ricorrenti (una coppia che coabitava in una stabile unione di fatto), rientrava anch’essa nella nozione di vita familiare, allo stesso modo della relazione tra una coppia eterosessuale che si trova in un’analoga situazione. Da questa base e quindi dal principio di “nessuna distinzione”, i giudici Cedu hanno specificato che nel momento in cui uno Stato decide di introdurre una legge che disciplina le unioni civili deve farlo senza commettere discriminazioni, e che che laddove si corra il rischio di una discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale, il margine di discrezionalità concesso agli Stati in base alla Convenzione è senza dubbio più limitato. A ciò si fa un appunto sottolineando che tra gli stati aderenti alla Cedu, sono 19 quelli che hanno legiferato sulle unioni civili senza precludere l’accesso all’istituto alle coppie omosessuali. Solo Lituania e Grecia, infatti, escludono dalle unioni registrate le coppie dello stesso sesso. I giudici di Strasburgo quindi smantellando l’intero impianto difensivo dello stato greco, hanno messo in risalto il carattere discriminatorio della legge, facendo notare che le coppie omosessuali sono capaci di impegnarsi in relazioni stabili quanto quelle etero, hanno le stesse necessità in termini di mutuo supporto e assistenza e sono sullo stesso piano per quanto riguarda il bisogno di riconoscimento legale e di protezione.
Allo stesso modo, sostenere che le unioni civili servano a tutelare i bambini nati fuori dai matrimoni non giustifica l’esclusione degli omosessuali da questo istituto.
La Corte Edu non condivide neanche il concetto di difesa della famiglia tradizionale, definito come una nozione astratta, vaga e artificiale che non tiene conto dei mutamenti nella società. Per questi motivi, non comprendendo quindi la limitazione legislativa nell’ ambito di operatività delle unioni civili, il riscontro delle violazioni degli Artt. 8 (rispetto della vita privata e familiare) e 14 Cedu (divieto di discriminazione) è stato immediato.
Lo Stato greco è stato poi condannato a pagare 5.000€ a ciascun ricorrente.

La sentenza ha un forte valore sociale e giurisprudenziale; per prima cosa ricorda ancora una volta come in ambito di Convenzione Europea dei Diritti Umani si contempli l’ ampio riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso. Un secondo punto della sentenza mostra come il “binario della modernità” della legislazione Cedu sia nettamente più veloce rispetto a quello di molti suoi paesi aderenti, arroccati su antiche posizioni tradizionali e ormai quasi banalmente patetiche. Non dimentichiamo poi che sulla questione, l’ Italia mantiene il suo binario praticamente fermo, immobile. Non esiste infatti una legislazione sulle unione civili nè eterosessuali nè omosessuali. Pacs, Dico e nozze gay sono state negli anni le varie proposte discusse dalla nostra politica, ma ad oggi il risultato è laconico: zero!

Potremmo ribattere dicendo che gli altri stati al loro interno non hanno l’influenza del Vaticano che ha l’Italia ma questo non esclude una cosa; gli altri stati come la Grecia, anche se condannati stanno davanti a noi, loro almeno una legge, anche se sbagliata, ce l’hanno.

Fonti: Repubblica.it
Sentenza Grand Chamber: Vallianatos and Others v. Greece del 7 Novembre 2013

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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