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Saggio Breve sul Kenya: il caso Ruto e Sang

Il 25 ottobre 2013 la Corte Penale Internazionale, con sede all’ AjaPaesi Bassi, ha posto alcuni criteri per l’assenza di un accusato durante il processo. Questa sentenza si colloca nel contesto del caso Ruto e Sang. Un caso molto famoso sulla stampa per le sue implicazioni. Ripercorriamo ora la storia.

Kenya pima del 2007.

wqLa storia del Kenya è antica e affascinante. Purtroppo, per evitare eccessive divagazioni, dobbiamo partire dal colonialismo inglese. Seguendo la loro tipica tradizione coloniale, gli inglesi non si limitarono a conquistare e governare. Consci della minoranza sul territorio, usarono un gioco di alleanze e razzismo – certamente non erano come Leopoldo II, ma di certo non perseguivano un’opera di beneficenza – sfruttando le differenze etniche per creare caste associate all’etnia: i kykuyu nell’agricoltura, i kamba nell’esercito, i luo nell’artigianato e così via. Tutto ciò andò avanti anche dopo l’indipendenza, ottenuta il 12 dicembre 1963. Dopo questa, il presidente Moi, secondo presidente della nazione, eletto nel 1978 dopo la morte del primo presidente Jomo Kenyatta, approfittando del colpo di stato fallito dei militari, impose il monopartitismo.

L’occidente, durante la rinata stagione dei diritti umani a seguito del crollo del sistema sovietico, non rimase silente per molto: minacciando di sospendere gli aiuti economici riuscì a riottenere il multipartitismo nella nazione. Fortunatamente per Moi, i suoi nemici non furono capaci di organizzarsi. Così, seguendo il vecchio detto “con tali nemici, non ho bisogno di alleati”, riuscì a farsi riconfermare presidente due volte, sino al 2002. Cosa successe allora? La costituzione proibiva un nuovo mandato di Moi.

A lui succedette Kibaki. Il neoeletto presidente cerca una serie di riforme economiche e costituzionali (queste ultime saranno un fallimento proprio per le critiche da parte di Moi, ancora fortemente sostenuto). Sotto la sua guida la nazione attraversa una fase positiva: il PIL cresce, l’agricoltura e l’industria manifatturiera sono riformate, alcune infrastrutture sono ricostruire e la nazione gode di una relativa stabilità interna e con le frontiere. Le tensioni etniche (già presenti durante le elezioni del 1992 e 1997) e il lucroso commercio illegale di avorio erano presenti, però, rispetto ad altre nazioni africane, si può dire che ci fosse speranza. La tragedia giunse nel 2007, con le elezioni. Nell’agosto l’ex presidente Moi espresse il suo sostegno a Kibaki contro l’opposizione del Movimento Democratico Arancio, guidato da Odinga, di etnia luo, aspramente criticato da Moi stesso. Kibaki venne rieletto il 30 dicembre 2007, sull’elezione grava lo spettro di brogli perpetrati da entrambe le fazioni, in particolare da parte di quella di Kibaki, come rilevato da gruppi di controllo internazionali.

2007-2008: la crisi.

Nel palese clima di tensione era ovvio che qualcosa sarebbe successo.  Tra i eèemilitanti di entrambe le fazioni qualcuno prima o poi avrebbe commesso un errore. È il primo dell’anno, in una chiesetta vicino a Eldoret, 30 civili, di etnia kykuyu, disarmati vengono uccisi da un incendio doloso. Questo evento darà l’inizio a due intense settimane di rivolte che cesseranno completamente solo dopo circa un mese. La violenza fu principalmente condotta contro membri dell’etnia kykuyu, quella del presidente Kibaki, kamba e kisii, quelle simpatizzanti per il neoeletto presidente. Circa millecinquecento persone sono state uccise e molte decine di migliaia hanno dovuto abbandonare le loro case. Non sono mancati stupri, deportazioni e persecuzioni di vario genere. Da parte del governo non ci fu una particolare sensibilità nel trattare coi leaders dell’opposizione arancione e molti furono uccisi dalla polizia con pretesti non sempre molto chiari. Sempre nei primi giorni di gennaio del 2008, la polizia represse duramente ogni tentativo di radunarsi a Uhuru Park da parte del movimento. Durante questa crisi Kibaki aprì più volte alla possibilità di un governo di unità nazionale. Odinga respinse ogni richiesta. Tutto il mese di gennaio fu segnato da una crescente violenza: di giorno in giorno la protesta rischiava di degenerare in un una situazione incontrollabile, capace di minare la stabilità dell’intera regione. Persino il Presidente dell’ Unione Africana Kofour intervenne per mediare. Purtroppo anche in questo caso Odinga non fu smosso dalla sua posizione e tutto si concluse con un nulla di fatto.

Solo a febbraio si riuscì a mediare definitivamente, grazie all’ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan: fu creata appositamente la carica di primo ministro (successivamente abolita). Attualmente il conflitto è stato momentaneamente risolto.

Il Processo

Il procuratore della Corte Penale Internazionale avviò le indagini motu proprio nel 2010. Contro chi sono state rivolte le gravi accuse? William Samoei Ruto, Henry Kiprono Kosgey e Joshua Arap Sang; Francis Kirimi Muthaura, Uhuru Muigai Kenyatta e npnMohammed Hussein Ali. È la prima volta che si procede contro soggetti attualmente in carica: Ruto è l’attuale vicepresidente, Kenyatta il presidente in carica a seguito delle elezioni del 2013, Ali è un maggior generale, Muthaura è l’ex capo dei servizi civili, Kosgey è l’attuale leader del movimento arancione. Sang non è un membro del governo. È un radio-giornalista.

Contro i primi tre gravano 6 capi di imputazione per omicidi, deportazioni, trasferimento forzato della popolazione e persecuzione, integranti crimini contro l’umanità, delle etnie Kikuyu, Kamba e Kisii. Contro gli altri tre, oltre alle accuse di cui sopra, si contestano anche stupri, violenze sessuali e altri atti inumani (sempre integranti crimini contro l’umanità) verso membri delle etnie Luo, Luhya e Kalenjin. Di questi sei, 4 sono stati rinviati a giudizio: Ruto e Sang, Kenyatta e Muthaura. È bene precisare che sino ad oggi c’è stato solo il giudizio di una camera preliminare. Non siamo ancora di fronte a un verdetto di colpevolezza vero e proprio. Solo di una prima parziale verifica delle accuse.

La camera che si è occupata del caso era composta da 3 giudici: la presidentessa bulgara Ekaterina Trendafilova, l’italiano Cuno Tarfusser e il tedesco Peter Kaul. Ai sensi dell’articolo 61 dello Statuto della CPI sono state emesse 2 decisioni contro i due gruppi di imputati. Se per Kosgey la CPI ha ritenuto le prove insufficienti, non è stato così per Ruto e Sang  ritenuti dalla stessa Corte responsabili: il primo a titolo di coautore indiretto (articolo 25, paragrafo 3, lettera a dello Statuto), ed il secondo come complice residuale (articolo 25, paragrafo 3, lettera d-i dello Statuto). Muthaura e Kenyatta sono stati entrambi considerati responsabili a titolo di coautori indiretti.

Il processo prosegue: gli imputati, contrariamente alla prassi per i crimini contro l’umanità, non sono stati sottoposti a misure cautelari. Tuttavia hanno ribadito che la libertà degli imputati è condizionata dalla comparizione alle udienze e dell’astenersi dall’incitare alla violenza. La corte, con la recente sentenza, ha posto alcuni criteri: interpretando l’articolo 63, paragrafo 1 dello statuto ha stabilito che l’assenza di un accusato dal processo è ammissibile in circostanze eccezionali, se l’accusato ha espressamente rinunciato al suo diritto di essere presente al processo. Certamente tale discrezione non è illimitata e deve essere applicata con cautela. Proprio su questo punto si ritiene che la camera preliminare abbia garantito questa discrezione a Ruto troppo generosamente.

Conclusioni

Indicare cosa sia un crimine controoeè l’umanità non è semplice. Nemmeno qualificare tale fattispecie. È interessante notare che le decisioni della camera preliminare di rinvio a giudizio siano state prese a maggioranza dei due terzi. Il giudice tedesco ha ritenuto che non fosse fondata ratione materiae la competenza della Corte Penale Internazionale. L’articolo 7 richiede un attacco sistematico ed esteso contro la popolazione civile, non sporadici, per quanto gravissimi, episodi di violenza. Il processo è stato visto con diffidenza in Africa e il Parlamento di Nairobi, che non ha né ostacolato né favorito le indagini, ha percoso legislativamente la strada che porta a recedere dallo statuto di Roma. A poco è servito ricordare che la corte farà partire in ogni caso i processi. Cosa possiamo aspettarci? Questo spetta alla corte dircelo.
–>Link della CPI: http://www.icc-cpi.int/EN_Menus/icc/Pages/default.aspx

About Riccardo Varisco

Laureando in informatica giuridica presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica, sede di Milano. Appassionato di scienze naturali e strategia militare.

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