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Il caso Ilva approda anche a Strasburgo

Il ricorso di una cittadina morta per leucemia  è ricevibile e passa al merito.

Il caso dell’acciaieria Ilva di Taranto è una delle pagine più dibattute della storia industriale italiana degli ultimi vent’anni: una vicenda dove si intersecano, anzi confliggono, le ragioni del profitto e quelle di un intera città nel veder rispettato il diritto alla salute.  Sono migliaia le persone, operai e cittadini, di questa terra pugliese che da anni subiscono le emissioni, ormai ritenute nocive, dell’ Ilva e che molto spesso sono vittime di malattie e morti presumibilmente ad esse legate. Da tempo l’Ilva  è al centro di un dibattito a causa del forte impatto ambientale ma è solo nel 2012 l’Ilva è finita nell’occhio del ciclone: la dirigenza è stata indagata per una serie di reati (per citarne alcuni:disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, getto e sversamento di sostanze pericolose e inquinamento atmosferico) e alcune aree dell’impianto poste sotto sequestro. Ma la vicenda è ancora in evoluzione.

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Dietro gli avvenimenti principali e da prima pagina nelle cronache, ci sono anche tante piccole storie, di cittadini comuni, che quotidianamente combattono la propria battaglia. Tra le tante voci, si è alzata quella di Giuseppina Smaltini, cittadina tarantina che nel 2006 ha depositato un ricorso dinnanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dopo essersi ammalata. Adesso sono i suoi familiari a portare avanti la causa: la donna infatti è deceduta il 21 Dicembre 2012 a causa di una leucemia.

Il suo ricorso è stato dichiarato ricevibile dai giudici di Strasburgo: ha dunque superato la fase preliminare di rito e adesso sarà posto sotto il vaglio nel merito.

La Corte ha già provveduto a comunicarlo al Governo Italiano, a cui spetta ora difendersi dalle censure presentate dalla ricorrente. In particolare, ad essere contestata è l’andamento delle indagini effettuate all’epoca scaturite dalla denuncia della donna alle autorità competenti. Infatti, il caso è stato archiviato dalle procura di Taranto per ben due volte perché sarebbero state insufficienti le prove del nesso causale tra emissioni nocive e malattia della signora.

Nella prima denuncia, risalente al 2006, la Smaltini sosteneva che l’inquinamento atmosferico derivante dall’acciaieria Ilva era stato la causa dell’insorgere della sua malattia e che il Presidente della fabbrica dovesse essere  considerato responsabile per il reato di lesioni corporali. Successivamente al rigetto di questa prima istanza, la Smaltini ha proposto reclamo, chiedendo che si svolgessero ulteriori indagini. Da tenere in conto, secondo la ricorrente, le risultanze della sezione di Taranto della “Associazione Italiana contro le leucemie , linfomi e mieloma ” e le analisi condotte dall’Ospedale di Taranto e dal capo divisione di ematologia che più volte aveva affermato il nesso di causalità tra emissioni e incidenza della leucemia. Tuttavia, le successive perizie non hanno tenuto conto di questi studi e si sono limitate a utilizzare dati ufficiali statistici della Regione Puglia sull’incidenza del cancro in Puglia rispetto ad altre regioni Italiane in riferimento all’età della signora. Invece non è stato tenuto in considerazione lo stato di salute reale della donna, che non mai ricevuto la visita di un esperto. Inoltre, secondo la donna, la superficialità nelle indagini si riscontra anche nell’aver affidato la perizia a un medico legale, e non a un ematologo, che ha lavorato sulla base di dati statisti risalenti ad anni passati e dunque non aggiornati.

Dinnanzi a una nuova archiviazione, la donna ha deciso di adire i giudici di Strasburgo, invocando l’art 6 Cedu che tutela l’equo processo e l’art 2 Cedu posto a difesa del diritto alla vita.

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Il caso è approdato definitivamente a Strasburgo. Attenderemo qualche tempo per conoscere l’esito. Se la vicenda si dovesse concludere a sfavore dello Stato italiano, il Governo dovrebbe fare i conti con un problema Ilva ancora più complesso di quello già esistente. Ricordiamo che il caso Ilva è già noto in Europa ed è sotto osservazione da qualche anno. Tuttavia è solo lo scorso 26 settembre che la Commissione Europea ha aperto  una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia con la motivazione che lo Stato non avrebbe garantito che uno dei più grandi centro siderurgici europei rispettasse le normative europee sulle emissioni industriali e quelle sulla responsabilità ambientale. Dunque non è stato neanche applicato il principio del “chi inquina paga”. L’Italia rappresenta al momento un cattivo esempio di modello industriale e ha tempo fino a fine novembre per rispondere all’Europa e porre rimedio a questa tragica situazione.

 

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