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Dietro l’apertura del gasdotto Myanmar e Cina c’è violazione dei diritti umani?

Un gruppo di attivisti pro diritti umani sostiene che con la recentissima apertura del gasdotto tra i due paesi si siano verificate vicende che ledono i diritti dei lavoratori, furto di terreni, conflitti etnici e inquinamento ambientale.

jnLa compagnia nazionale cinese per la lavorazione ed estrazione del greggio (CNPC) ha annunciato in data 22/10/2013 che il gasdotto è entrato completamente in servizio: stiamo parlando di una serie di condutture lunghe 2,500 km, 800 dei quali nel Myanmar, paese problematico e controverso il cui nome è nato dalla dittatura militare della ex Birmania.

La costruzione del gasdotto è iniziata nel 2010 e fa parte del progetto chiamato “Myanmar-China Oil and Gas Pipeline” che comprende anche la costruzione di un oleodotto.

Il troncone del gasdotto del Myanmar ha cominciato a trasportare gas in Cina già a fine luglio. Sebbene questa opera umana sembra portare un vantaggio economico perché ridurrebbe di decine di milioni il consumo di carbone, essa non è esente da critiche. Gridano in molti e ancor più protestano con media gli attivisti e alcune organizzazioni locali: questi infatti riportano che la società incaricata di assumere lavoratori ed operai per l’impianto abbia di fatto assunto in un primo tempo ragazzi intorno ai 14 anni come coadiuvanti agli operai, nonché i pescatori e agricoltori locali hanno dovuto cedere le loro attività per colpa di questo incrementale sviluppo che ha portato alla distruzione o confisca delle terre.

Al giornale locale “The Democratic voice of Burma” viene anche rilasciata una intervista da un rappresentante di categoria di queste due tipologie di lavoratori, la quale testimonia che “c’è ben poco da fare. Arrivano con i bulldozer e rendono impossibile lavorare le proprie terre, terre che vengono lasciate in eredità da generazioni e generazioni”.

L’obbiettivo di questo progetto sarebbe quello di rifornire le regioni povere del sud-ovest cinese incluse la Yunnan, Guizhou, Chongqing e Guangzi con il gas naturale dell’ovest del Myanmar.

Da molti media internazionali comunque non emerge critica, solo a livello locale le denunce partono e le ingiustizie si consumano: sarebbe quindi uno dei maggiori progetti del Myanmar, legalmente una società “joint venture” tra lo stato di Beijing che ha la proprietà di CNPC e la compagnia nazionale petrolifera del Myanmar. Inoltre molte aziende coreane ed indiane partecipano come azionisti del progetto.

Ricordiamo che le proteste maggiori negli ultimi anni in questo paese sono emerse anche grandi gruppi come la francese Total, ma anche qui non ci sono fonti ulteriori a quelle nazionali che denunciano abusi o ingiustizie. L’argomento è molto delicato e sembra che la verità scivoli appena la si provi a sfiorare.wefff

Andando però ad approfondire la questione, non passa di certo inosservato il fenomeno creato da questo novello progetto, ovvero il recente conflitto etnico tra le forze armate nazionali del Myanmar ed i ribelli della “Kachin Independence Army” che ha portato dal 2010 un’ondata di violenze, uccisioni e 140.000 persone senza più un tetto sopra la testa.

Mark Farmaner, il direttore della campagna di Burma, ha dichiarato che i lavori di costruzione hanno avuto un’assistenza costante da parte dei militari, la cui presenza tra l’altro abbondava senza un giustificato motivo. Ancora dichiara il direttore ad un giornale inglese che “i militari hanno commesso violenze, abusi e stupri in tutta la regione e che questo non ha aiutato per niente la gente di Burma”. (guardatevi il link per capire il conflitto di Burma e la violazione di diritti umani)

I costruttori del gasdotto poi hanno una previsione di guadagno per il governo di Myanmar pari a 1,8 miliardi di dollari americani all’anno, per un totale di 54 miliardi di dollari in 30 anni di funzionamento. Qui le ragioni per il regime di rendere operativo il gasdotto a discapito delle persone e dei loro diritti come denunciato dai “sudditi” del Myanmar potrebbero essere lampanti.

Conclusioni

Non è facile però andare ad operare un’investigazione da parte dell’ Onu in merito alle vicende, un po’ perchè le fonti presenti sul web sono discordanti, un po’ perchè in Myanmar non ci siamo fisicamente a vedere con i nostri occhi.

Certamente chi ha riportato come necessario fare una denuncia allargata contro queste maxipotenze e i loro abusi può solo sperare che non gli torni contro come un boomerang, ma faccia i passi giusti per far arrivare il messaggio concreto e il più possibile reale alla comunità internazionale.

 

Link per approfondire:

http://en.wikipedia.org/wiki/Human_rights_in_Burma

http://www.ipsnews.net/2009/12/burma-chinarsquos-oil-gas-pipelines-recipe-for-abuse-warn-activists/

 

About Amedeo Marchelli

Law Student. Love foreign languages. Searching the cure of mankind.

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