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Diffamazione. L’interdizione ingiustificata di un giornale viola la CEDU.

Ennesimo caso di violazione della libertà d’espressione in Europa.

La libertà d’espressione è il centro nevralgico di una società democratica, indice che il meccanismo funziona ed è trasparente. Tuttavia, sempre più spesso la Corte Europea dei diritti dell’Uomo affronta casi di violazione dell’articolo 10 della Convenzione Europea, e da ultimo il Cumhuriyet Vafki contro Turchia. Non è una novità, considerate le numerose infrazioni collezionate nel tempo da questo Stato (tra gli altri il caso Mengi del novembre 2012).

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Protagonista della vicenda è il quotidiano nazionale Cumhuriyet (“Repubblica”). Nell’aprile del 2007, durante la fase pre-elettorale, pubblica un articolo citando un’intervista che un candidato alle elezioni -attuale Presidente turco – Abdullah Gül, aveva rilasciato al Guardian nel 1995. L’intervista era stata la base dell’articolo “Islamisti turchi puntano al potere” e il Cumhuriyet vi aveva estrapolato in particolare l’espressione “E’ la fine della Repubblica della Turchia – noi vogliamo cambiare il sistema secolare”. Come risultato Gül ha citato per diffamazione il quotidiano, ottenendone  l’ interdizione  della ripubblicazione delle dichiarazioni contestate e ogni altro riferimento al processo di diffamazione in corso. L’interdizione era stata efficace per oltre 10 mesi, quando poi era cessata in seguito al ritiro della denuncia da parte di Gül, ormai eletto Presidente della Turchia.

È chiaro che per effetto dell’interdizione l’attività del giornale fosse rimasta paralizzata in una fase politica delicata quanto quella precedente alle elezioni, non potendo contribuire al dibattito pubblico in modo libero. L’associazione Cumhuriyet Vakfi – proprietaria della testata – i due giornalisti coinvolti e l’editore hanno ritenuto vi sia stata una lesione ingiustificata della loro libertà d’espressione e hanno invocato l’art 10 Cedu dinnanzi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Questa norma interviene a tutela della reputazione di un soggetto fino a quando l’ingerenza sia giustificata da una previsione legislativa, sia necessaria in una società democratica e persegua un obbiettivo legittimo.

 I giudici di Strasburgo hanno ritenuto che l’ingiunzione di interdizione rivolta al quotidiano fosse sproporzionata ed eccessiva rispetto ai fini dell’art 10 Cedu. Innanzitutto, la portata dell’ingiunzione non era stata chiara e dunque andava a coprire tutte le possibili dichiarazioni di Gül. Perciò finiva per abbracciare una vastità di temi politici caldi, tale da escludere completamente il quotidiano dal dibattito politico nazionale. Inoltre, aveva avuto una durata (10 mesi!) ingiustificatamente lunga. Altro elemento a favore dei ricorrenti è stato rilevato nel fatto che il provvedimento non era stato motivato dall’autorità giudiziaria. Come affermato anche nella pronuncia della Corte, l’obbligo di fornire rilevanti e sufficienti ragioni di un provvedimento, permette agli individui  di conoscere e contestare una decisione del tribunale che limiti la loro libertà di espressione, e offra quindi una garanzia procedurale contro interferenze arbitrarie con i diritti che discendono dall’art. 10 Cedu.

La Corte ha accolto perciò il ricorso e condannato la Turchia al pagamento di 2.500 euro a ciascuno dei ricorrenti a titolo di danno non patrimoniale e 5.100 euro ai ricorrenti congiuntamente per i costi e le spese.

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Recentemente, il dibattito sulla libertà d’espressione ha avuto importanti contributi, tra cui quest’ultimo caso turco. Dalla Corte Europa dei diritti dell’uomo sono giunte linee d’indirizzo nell’ambito della sua attività giurisprudenziale e diversi sono i casi recenti che hanno coinvolto anche l’Italia. Ricordiamo il caso Sallusti e da ultimi l’accoglimento dei ricorsi di Maurizio Belpietro e di Antonio Ricci, il primo  attuale direttore di Libero, l’altro autore alla trasmissione televisiva “Striscia la Notizia”. Nelle rispettive sentenze del 24 settembre e dell’8 ottobre 2013 la Corte ha ribadito l’incompatibilità del carcere per i giornalisti con la Convenzione Europea dei diritti dell’uomo: salvo alcune eccezioni, il carcere è una pena ingiusta e sproporzionata. Grande clamore si è sollevato all’inizio di ottobre intorno all’ incarcerazione del giornalista calabrese Francesco Gangemi per una condanna di diffamazione a mezzo stampa. Quasi ottantenne e malato, gli sono stati poi concessi gli arresti domiciliari.La frizione tra la legislazione italiana sul punto con i principi della Convenzione è ancora un nodo da sciogliere. In Parlamento è in corso l’esame di una riforma che potrebbe attenuare questo durissimo regime, ma staremo a vedere se vi saranno effettivi cambiamenti. Intanto constatiamo che il nostro non è l’unico Stato ad avere ancora seri problemi nel dare un avvio sostanziale ai cambiamenti legislativi in senso più democratico sul tema della libertà d’espressione dei giornalisti.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Cumhuriyet Vakfı and Others v. Turchia, 8 Ottobre 2013

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