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Uguaglianza formale uomo-donna: la Banca Mondiale delinea i paesi più sproporzionati e discriminatori

La Banca Mondiale, il mese passato, ha stilato un rapporto fondamentale, per appurare i progressi della parità di genere in 143 paesi; ha contestualizzato i mutamenti dal 1960 ad oggi, pur ponendo uno sguardo particolare sugli ultimi due anni, .Il documento rileva che, benché parecchi Stati hanno raggiunto un buon livello di parità di genere, in molte altre vaste zone del mondo, nello specifico in Medio Oriente e in Africa Sub-Sahariana, la legislazione vigente continua a favorisce la discriminazione di genere.

3380133564_581f669132Quasi il 90 per cento dei 143 paesi non ha norme che favoriscono l’autonomia delle donne e più precisamente sono assenti disposizioni relative alla tutela giuridica in relazione alla violenza contro le donne, alle procedure decisionali legali, ai diritti di proprietà ed alla autonomia economica delle stesse.

In numerose nazioni le donne sono prive di un’autonomia essenziale: non possono richiedere il passaporto per registrare un’impresa; non possono aprire un conto bancario per fare domanda per un posto di lavoro per sostenere il costo di un’abitazione.

La suddetta relazione rimarca un dato sconcertante. In ben 15 Stati, ai mariti è ancora consentito di impedire alle mogli di lavorare, o di accettare loro un impiego. Le barriere maggiormente considerevoli in ​​tale ambito concernono svariate prospettive più importanti della vita quotidiana delle donne, quali: la durata del congedo di maternità retribuito, e i datori di lavoro hanno il diritto di sparare alle donne in stato interessante; questi aspetti sono soltanto quelli più comuni.

A dispetto di questo quadro desolante normativo, Augusto Lopez-Claros, il Direttore degli Indicatori Globali e di Analisi presso il Gruppo della Banca Mondiale, ha riferito che: “Il progresso normativo sulla parità di genere sta accelerando.” ed ha aggiunto che alcuni diritti conquistati dal sesso femminile, anche il sesso maschile li ha guadagnati da poco. Ad esempio, in America Latina e nei Caraibi le donne hanno ora la possibilità di rappresentare la famiglia e gestire beni coniugali, qualcosa che pure i loro mariti possono esercitare da breve tempo.

Detto ciò, gruppi della società civile concordano con lo studio, a lungo periodo, realizzato dalla banca; tuttavia evidenziano che le condizioni ardue, sul campo, sussistono. Gli stessi gruppi riferiscono che, anche se la normativa è migliore, non sempre viene applicata.

Su questo punto si è espressa Ritu Sharma, Presidente della Women Thrive Worldwide, un’organizzazione non-profit,  l’ Inter Press Service (IPS) e principale agenzia d’informazione indipendente sul Sud del mondo, ha rilanciato le parole della Sharma: “Se è vero che negli ultimi cinquant’anni abbiamo visto un enorme miglioramento dell’uso delle leggi sui diritti delle donne riguardanti la violenza, il divorzio e i diritti di proprietà, il problema più grande è che la maggior parte di queste leggi non sono effettivamente applicate.“; aggiungendo: “Il vero obiettivo è quello di creare un’infrastruttura che permetterà alle amministrazioni locali di perseguire effettivamente gli autori dei reati sessuali, far ottenere alle donne e mantenere i loro diritti di proprietà, e permettere loro di avviare una procedura di divorzio. In questo momento, molto poco è stato fatto per garantire che le nuove leggi vengono rispettate.”.

Se pur le istituzioni internazionali stanno avendo una funzione costante e sempre più rilevante nel favorire la parità di genere in tutto il mondo, si stanno occupando di questo problema da poco tempo; infatti le maggiori vittorie, dal passato mezzo secolo fino ad ora, ci sono state grazie alle organizzazioni locali di base. La Sharma, riguardo a ciò, ha commentato così: “Anche se le organizzazioni multilaterali come la Banca Mondiale hanno fatto un sacco di lavoro che spinge a un miglioramento legale per la parità di genere, sono intervenute solo di recente veramente, cinque o dieci anni fa”.

Per esempio, il sostegno finanziario della Banca Mondiale, è stato molto di aiuto alla causa, a livello internazionale; però le istituzioni si stanno concentrando solo per dare una base normativa per risolvere la questione, viceversa gli attivisti locali stanno puntando ad elementi pratici per conseguire i propri piani. La Presidentessa della Women Thrive Worldwide ha riferito: “Quello che sembra stia accadendo oggi è che i gruppi locali si rendono conto che devono fare la maggior parte del lavoro da soli, stanno arrivando con nuovi modi per farlo, ma non sono praticabili”; constata che ora molti stanno riflettendo sui metodi per modificare le norme sociali, le quali portano alla discriminazione di genere. La Sharma, in attinenza col modo per raggiungere la parità di genere, ha dichiarato che:  “Un modo è quello di arrivare le istituzioni religiose locali, e cercare di raggiungere la parità di genere, attraverso l’educazione delle donne della loro fede e le loro norme culturali.”

In egual modo, altri, come Elaine Zuckerman, Presidente di Gender Action, un gruppo di pressione che promuove i diritti delle donne, hanno timore che i progetti di sviluppo con finanziamenti stranieri provocano la diseguaglianza non l’uguaglianza di genere. Attraverso l’IPS, la Zuckerman ha illustrato che: “Ciò che le organizzazioni multilaterali hanno imagesraggiunto nel corso degli ultimi anni è quello di migliorare la loro retorica sulla disuguaglianza di genere nel dibattito globale – ma in pratica non hanno fatto quasi niente.”; infine: “La Banca Mondiale, per esempio, ha investito grandi somme di denaro in ricerca di eccellenza, ma in genere manca ancora un approccio rigoroso alle questioni femminili.“. Lei vorrebbe che la banca aumentasse il numero degli specialisti impegnati in questo campo.

Dunque, Gender Action ha criticato a lungo l’influenza negativa che i progetti di sviluppo finanziati a livello internazionale possono avere sulle donne. Proprio da un rapporto, del 2006, sottoscritto dalla stessa organizzazione, si evincono gli effetti negativi, prodotti da un progetto di gasdotto e petrolifero in Asia centrale, sulla discriminazione di genere. “Questi sviluppi industriali hanno avuto un impatto drammatico sulle donne”, dice la Zuckerman, in più: “Tutti i lavori di costruzione e d’ufficio sono andati agli uomini, e le fattorie dove le donne lavoravano dovevano essere rimosse. Il risultato è stato che le donne erano praticamente costrette a prostituirsi, al fine di sostenere sé stesse.”.

 Conclusioni

E allora cosa si può fare in concreto per raggiungere la piena parità di genere?

Di sicuro equiparare il lavoro e l’occupazione, dal momento che le donne fanno lavori, in buona parte, più “umili” rispetto agli uomini, spesso con bassi tassi di produttività e di reddito, e nondimeno con condizioni di lavoro insoddisfacenti e tutela sociale scarsa o addirittura inesistente; un altro fattore altrettanto importante è l’accesso all’istruzione, che deve essere garantito a tutto il genere femminile di tutte le età e di ogni estrazione sociale, però troppo frequentemente la disparità tra i sessi è connessa nello specifico ai lavori di casa imposti quotidianamente alle donne; un ruolo grande lo gioca anche il settore sanitario, dal momento che le donne, in molte zone del mondo, hanno un accesso limitato ai servizi di base oppure è del tutto vietato, specie in materia di salute sessuale e riproduttiva; in egual misura bisogna combattere fortemente la violenza contro le donne, anche sostenendo finanziariamente i centri anti violenza, nonché le cosiddette case protette; inoltre sarebbe opportuno migliorare la governance, visto che in molti paesi alle donne è negato il potere decisionale. Per tutelare i diritti fondamentali delle donne, serve ottemperare in modo effettivo alle norme che garantiscono pari diritti tra i sessi.

Da ultimo se alle bellissime parole, non seguono i fatti, la parità tra sessi non si raggiungerà mai.

 

Link per approfondire:

http://ec.europa.eu/justice/gender-equality/index_it.htm

http://www.momentosera.com/articolo.php?id=21165

About Valeria Sirigu

Mi sono iscritta in giurisprudenza perché il diritto per me è uno stile di vita

2 comments

  1. Melania Ciullini

    Splendida la considerazione finale di Valeria Sirigu : se non vi è coerenza tra pensiero, parola ed azione, l’uguaglianza uomo-donna resta confinata nel regno di Utopia.

  2. Grazie mille. Se dalle parole non si passa ai fatti le cose non cambieranno mai

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