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Diagnosi preimpianto. Via libera a spese del Sistema Sanitario Nazionale

Tribunale di Roma disapplica la legge 40 e recepisce la sentenza di Strasburgo.

Recentemente,  il dibattito intorno alla questione della procreazione assistita e delle tecniche per attuarla aveva subito un’accellerata all’indomani delle pronunce provenienti dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. È ben noto il caso Costa e Pavan, la coppia di coniugi che aveva adito la Corte nel 2010 per far valere il proprio diritto al rispetto della vita privata e famigliare nei confronti dello Stato Italiano e in particolare contro la legge 40 del 2004 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), contenente il divieto per la coppia, fertile ma portatrice sana di fibrosi cistica (patologia abitualmente causa di problemi respiratori e che può essere fatale) di ricorrere alla diagnosi preimpianto per escludere il passaggio genetico  della temibile malattia agli eredi. Una vicenda che si era conclusa con una sentenza in senso favorevole alla coppia italiana nell’agosto del 2012, divenuta definitiva l’11 febbraio 2013, quando la Corte ha respinto il ricorso del Governo Italiano alla Grande Chambre.

Oggi assistiamo all’applicazione tra le mura “domestiche” dei principi affermati proprio nella sentenza Costa e Pavan contro Italia. Il 26 Settembre 2013 il Tribunale di Roma ne ha recepito in toto la portata, disapplicando la normativa interna nazionale, la legge 40. Ha stabilito a favore della stessa coppia protagonista della vicenda giunta fino a Strasburgo il diritto di accedere al trattamento di fecondazione assistita, compresa la possibilità di effettuare la diagnosi pre-impianto sugli embrioni  a spese del Servizio Sanitario Nazionale.

fecondazione

Qual’era stata la vicenda che aveva portato alla pronuncia della Corte Europea e oggi del Tribunale di Roma?

Una coppia di coniugi italiani, i signori Rosetta Costa e Walter Pavan, sono intenzionati a ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) e di utilizzare la diagnosi genetica preimpianto (PGD). Avevano scoperto di essere entrambi portatori sani di fibrosi cistica dopo la nascita della prima figlia malata e intendono mettere al mondo un altro figlio non affetto da tale patologia. Le vie naturali sono impraticabili:una seconda gravidanza viene interrotta per gli esiti infausti di una diagnosi del feto prenatale. Tuttavia,il desiderio della coppia di ricorrere alla procreazione assistita non può trovare conforto nella legislazione italiana: la legge 40/2004 riserva tale possibilità alle sole coppie sterili o infertili e non a quelle portatrici di malattie genetiche ereditarie, come i coniugi Costa Pavan. Si rivolgono quindi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e invocano l’art 8 Cedu: sarebbe violato il diritto al rispetto della vita privata e famigliare, sotto il profilo dell’autodeterminazione nelle scelte terapeutiche e del diritto di divenire o meno genitori (elaborato nella giurisprudenza della Corte).

Con la sentenza pronunciata il 28 Agosto 2012 la Corte ha accertato la violazione dei diritti dei ricorrenti e inoltre ha denunciato l’incoerenza del sistema legislativo italiano, considerato che un’altra legge, la L. 194/1978 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), consente l’aborto terapeutico nelle ipotesi di patologie del feto accertate mediante diagnosi prenatali, perciò anche in caso di fibrosi cistica. Perciò da un lato si ammette la possibilità di abortire un feto che risulti affetto da patologia (L. 194), dall’altro si vieta di intervenire preventivamente escludendo l’embrione “malato” dall’impianto nell’utero (L.40). Si espone così la coppia  a una scelta doppiamente dolorosa perché anche maggiormente rischiosa per la salute della donna e del concepito; una scelta che viene stigmatizzata prima, quando si tratta di prevenire l’insorgere la malattia, per poi essere legalmente riconosciuta dopo, quando la malattia si è effettivamente palesata.

La pronuncia del Tribunale di Roma si innesta quindi in un quadro normativo su cui hanno inciso le pronunce e i ragionamenti della Corte Europea dei diritti dell’Uomo. La portata della pronuncia del 26 settembre è ancora più dirompente: “per la prima volta un giudice italiano disapplica la legge 40 e afferma la portata immediata di una decisione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo”, per citare le parole dell’Avv. Filomena Gallo, segretario dell’associazione Luca Coscioni per la libertà della ricerca.La sentenza è stata salutata dall’Associazione come storica perché non solo “supera la necessità che in materia intervenga la Corte Costituzionale”, ma prevede anche che il diritto alle cure venga realizzato all’interno di una struttura pubblica, a spese del Servizio Sanitario nazionale. A guidare il nuovo corso era stato il Tribunale di Cagliari nel novembre 2012, sulla base di una nutrita giurisprudenza in tal senso.Sulla base di tale pronuncia già il luglio scorso la Asl di Cagliari aveva aperto l’accesso delle coppie interessate alla diagnosi preimpianto sull’embrione, prima struttura pubblica in Italia.

La vicenda induce a riflettere sul crescente ruolo della Corte Europea dei Diritti Dell’uomo nell’indirizzo di certe tematiche che spesso e volentieri le Corti Costituzionali nazionali sono restie ad affrontare per la loro delicatezza.  Certo è che questa pronuncia da parte di un Tribunale Italiano realizza pienamente l’attuale assetto delle fonti:le norme derivati dalla CEDU, e da altri trattati internazionali, hanno un rango superiore alla nostra legge ordinaria e dunque vanno a integrare il parametro costituzionale. Perciò ad esse la normativa italiana deve uniformarsi.

Fonti: Corriere della SeraAnsaIl Sole 24 Ore

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