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Consiglio d’Europa: Italia accusata della morte di 63 migrati

La relazione della senatrice Tineke Strik fa chiarezza su “una pagina buia per l’Europa

STRASBURGO ­- Giovedì 29.03.2012 – Secondo una Commissione dell’assemblea parlamentare in seno al consiglio d’Europa (APCE), l’Italia, la Nato, Malta e l’Onu sono responsabili della morte dei 63 immigrati libici del barcone, a bordo del quale c’erano 72 migrati africani, che salpò da Tripoli la notte del 25 marzo del 2011, in fuga dalla guerra civile libica. La commissione parla “Di un fallimento collettivo nel pianificare gli effetti delle operazioni militari in Libia e nel prepararsi per un atteso esodo via mare”.

IL CASO – L’accusa è stata sollevata nel rapporto della senatrice olandese, del gruppo socialista, Tineke Strik , adottata a Bruxelles dalla Commissione migrazione, rifugiati e sfollati. La relazione si apre enunciando il numero di 1500 persone che hanno  perso la vita nelle acque del Mar Mediteranno nel 2011, poi prosegue ricostruendo la tragica vicenda. La relazione è consultabile qui.

 

La tragedia,rilevata dal quotidiano britannico The Guardian, ebbe come protagonisti 72 sub-shariani che tentarono d’attraversare le acque del Mar Mediteranno su di un “small rubber boat”, che salpò da Tripoli il 26.03.2012, una settimana dopo l’inizio degli attacchi aerei internazionali sulla Libia. L’imbarcazione, non essendo riuscita a raggiungere le coste italiane, venne ritrovata sulla costa libica 15 giorni dopo, con solo 9 superstiti. La circostanza che ha reso  questa vicenda dissimile dalle altre, è stata l’inerzia mostrata davanti alle richieste di soccorso provenienti dalla nave e , l’ancor più grave , noncuranza delle navi civili e militari che non hanno prestato alcun soccorso pur stando vicino . Si evince, da ciò , come i civili protagonisti di questa tragedia si sarebbero potuti salvare se solo i soggetti coinvolti avessero ottemperato ai loro obblighi. Questa tesi è confermata dalla commissione quando afferma che “ci sono stati errori in vari livelli e sono state perse diverse occasioni per salvare le vite delle persone a bordo dell’imbarcazione”.

I superstiti rivelano, in una testimonianza contenuta nella relazione, che dopo le diciotto ore di navigazione, quando sia il cibo che l’acqua iniziarono a scarseggiare ed all’orizzonte non s’intravedeva ancora nessuna traccia di terra ferma, il capitano, Padre Zerai, sacerdote eritreo, dal telefono satellitare invia una richiesta di soccorso.  La quale viene intercettata dall’Italian Maritime Rescue Coordination Centre  (MRCC), Centro Nazionale di Coordinamento del Soccorso Marittimo, che ricevette  le cordinate dell’imbarcazione tracciata dal provider via satellite. Il MRCC prontamente inviò un gran numero di chiamate , sottolineando lo stato di difficoltà dell’equipaggio dell’imbarcazione, alle barche che si trovavano in zona . Dopo poche ore dalla comunicazione, sempre riportando le testimonianze dei superstiti, un elicottero militare aleggiò sopra la barca, fornendo viveri ed acqua, comunicandogli che sarebbe tornato. Cosa che non accadde. La barca, inoltre, s’incrocio successivamente con due navi da pesca, le quali non prestarono alcun soccorso. Dopo alcuni giorni mentre la barca andava alla deriva, senza cibo ed acqua, le persone iniziarono a morire. Il decimo giorno del viaggio, quando circa la metà dei passeggeri della nave erano morti, una portaerei di grandi dimensioni ovvero un elicottero-nave adibita al trasporto (helicopter-carrying vessel ) navigò vicino alla barca, “sufficientemente – secondo i sopravvissuti – da poter vedere i marinai a bordo, osservarli con il binocolo e scattare foto”.  Anche quest’ultima non diede soccorso “nonostante gli evidenti segnali di pericolo”. Dopo il quindicesimo giorno la barca approdò sulla costa libanese. I dieci sopravvissuti vennero immediatamente arrestati dalla polizia, uno dei quali perse la vita per mancanza di medicinali.

Dalla relazione si sottolinea “un catalogo di fallimenti evidenti ”. Le autorità libiche sono state responsabili “di un’espulsione de facto dei passeggeri sub-sahariani” oltre a non riuscire a garantire la loro ricerca e il salvataggio SAR (Search and Rescue) della zona.  I trafficanti hanno mostrato totale indifferenza per la vita dei passeggeri, sovraccaricando la barca e non prevedendo disposizioni adeguate. Ma l’accusa più forte è sollevata nei confronti  dell’Italia e del Centro di coordinamento del soccorso marittimo italiano (MRCC), in concorso con quello maltese, che , secondo la tesi estrapolata dalla relazione, ha compiuto una diffusione generale delle chiamate d’emergenza, compiendo un azione insufficiente per garantire la pronta e piena  messa in salvo delle persone a bordo. L’Italia, inoltre, sapendo che la zona libica SAR non era coperta, ed essendo il primo stato a ricevere la chiamata di aiuto, avrebbe dovuto assumersi la responsabilità del coordinamento delle operazioni di ricerca e di salvataggio della zona (SAR).

Anche la NATO non è esente da colpa.  Almeno due navi militari coinvolte dalle operazioni NATO erano nelle vicinanza della barca al momento dell’invio della chiamata di soccorso,  la nave spagnola Méndez Núñez (11 km) e una nave italiana, la ITS Borsini ( 37 km ). Da ciò si desume un “fallimento collettivo” della NATO e dei singoli Stati membri coinvolti nella pianificazione del funzionamento dell’Unified Protector al largo della costa libica. Era facilmente prevedibile che ci sarebbe stato un esodo di persone in fuga, anche attraverso la via del mare, da un paese martoriato da una guerra intestina. Nel caso di specie, la NATO non si assume pienamente la sua responsabilità. Le comunicazioni riguardanti la barca in difficoltà non vengono trasmesse dal quartier generale della NATO, a Napoli, dove ci sono le navi sotto il suo controllo.

Una vicenda che fa venire al pettine molti nodi sulla gestione degli sbarchi e sul controllo delle acque che fanno da cerniera tra il continente Europa e il continente Africa. Sempre più si è sordi e ciechi alle urla disperate d’aiuto e alle nitide manifestazioni di disagio e di sofferenza di quelle tante persone che sono costrette a cercare pace e sicurezza in terre straniere non sempre accoglienti e ospitali. La senatrice Strik, che ha avuto la forza e il coraggio di non lasciare che questa tragedia venisse archiviata senza che le autorità competenti avessero fatto luce sulla vicenda, che ha descritto come “una pagina buia per l’Europa“. Tragedia che rivela il “doppio standard” in uso per valutare la vita umana. “Possiamo parlare quanto vogliamo di diritti umani e dell’importanza di rispettare gli obblighi internazionali, ma se  lasciamo morire le persone – forse perché non sappiamo la loro identità o perché provengono dall’Africa – tutte quelle parole diventano prive di significato“.

Fonti:

Relazione integrale della senatrice Tineke Strik
NATO 
Consiglio d’Europa
Articolo sul Quotidiano la Repubblica

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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