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Nessuna responsabilità per diffamazioni altrui. Croazia condannata.

Libertà d’espressione: Sentenza Stojanović v Croatia, 19 settembre 2013

Libertà d’espressione e diffamazione. Talvolta è arduo stabilire dove termina una e inizia l’altra. Soprattutto per quanto attiene al rapporto politica-stampa. Quando poi la condanna arriva per dichiarazioni erroneamente attribuite tutto si complica.Questa la problematica intorno a cui ruota il ricorso n.23160 presentato nel 2009  alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e deciso il 19 settembre 2013.

Croazia bandiera

IL CASO – Il signor Josip Stojanović , è un cittadino croato. Nell’aprile del 1997 viene citato in due articoli pubblicati dal magazine Imperijal. Uno dei due conteneva un colloquio nel quale l’uomo criticava il politico A.H., al tempo Ministro della Salute, membro dello stesso partito di cui faceva parte l’onorevole Stojanović. L’agire del Ministro veniva descritto complessivamente nel titolo dell’articolo come “macchinazioni”. L’altro articolo in questione riportava una conversazione telefonica tra il sig. Stojanović e il Segretario Generale del Partito, in cui quest’ultimo aveva chiesto al primo di ritrattare le affermazioni rese in precedenza alla stampa e di evitare di rendere pubblicamente ulteriori dichiarazioni critiche nei confronti del Ministro. In quell’ occasione Stonjanovic aveva citato il fatto che il Ministro avesse aderito a numerosi Consigli di sorveglianza dai quali aveva tratto benefici finanziari in modo indebito. In secondo luogo, aveva riferito di alcune minacce espresse dal Ministro nei suoi confronti riguardanti la carriera accademica del signor Stojanović, che “non sarebbe mai diventato professore” finché A.H. “fosse stato ministro”.

A seguito di tali eventi il Ministro ha promosso un’azione civile nei confronti della società editrice che aveva pubblicato gli articoli e nei confronti del sig. Stojanović. In particolare ha lamentato che il titolo del primo articolo descrivesse negativamente le sue azioni di governo come “macchinazioni” e inoltre che la sua reputazione fosse stata lesa dalle affermazioni rese durante la conversazione telefonica pubblicata. Nel maggio del 2003, la Corte Municipale di Zagabria ha condannato il sig. Stojanović a risarcire i danni al Ministro. Si è accertato che l’uso del termine “macchinazioni”, accettato dall’ imputato anche nel corso del processo, e le dichiarazioni contenute nel secondo articolo giornalistico avevano danneggiato effettivamente la reputazione, l’onore e la dignità del Ministro. Il giudice ha ritenuto irrilevante se l’uso della parola in questione, “macchinazioni”, fosse stata usata personalmente da Stojanović.  Per quanto riguarda la conversazione telefonica riportata nel secondo articolo, questi sosteneva fosse non corrispondente alle sue reali affermazioni. In tal caso, secondo il giudice l’uomo sarebbe comunque responsabile perché avrebbe potuto chiedere alla rivista di pubblicare una sua smentita, invece non ha posto in essere alcuna azione in tal senso. Nel giugno del 2008 la sentenza è stata confermata e la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del sig. Stojanović.

Il sig. Stojanović decide di ricorrere alla Corte Europea dei diritti dell’uomo invocando la lesione dell’art. 10 Cedu: la giustizia croata avrebbe interferito con l’esercizio della sua libertà d’espressione condannandolo a pagare i danni per aver infangato la reputazione del Ministro.

In realtà egli non avrebbe mai usato il termine “macchinazioni” per descrivere le azioni del Ministro e inoltre non avrebbe autorizzato la pubblicazione del contenuto della conversazione telefonica, per di più riportato nell’ articolo non precisamente e non corrispondentemente al contenuto reale della conversazione. Sulla base di queste censure, dopo aver dichiarato il ricorso ricevibile, i giudici di Strasburgo passano a decidere la questione nel merito.

stampa

CORTE EDU – L’Art 10 Cedu statuisce che ogni individuo ha il diritto alla libertà di espressione, anche nella sua dimensione di comunicazione di informazioni o idee, nei media. Tale disposizione va calata nella vicenda croata rapportandola alle molteplici dichiarazioni pubblicate dalla stampa oggetto della controversia.

Innanzitutto, la Corte ricorda che in tema di diffamazione, l’estensione della responsabilità non deve andare oltre le parole di una persona, e che un individuo non può essere ritenuto responsabile di dichiarazioni o accuse fatte da altri, siano essi  editori o giornalisti.

Questo principio si applica al caso di specie e in particolare al primo articolo giornalistico. La Corte ritiene vi sia stata un’effettiva interferenza della giustizia croata con la libertà d’espressione del ricorrente. Secondo il Governo, il ricorrente è stato condannato dalle corti interne per l’uso del termine negativo “macchinazioni” contenuto nel titolo,  anche dal ricorrente ribadito e confermato durante l’udienza. Tuttavia, oppone la Corte, la causa contro Stojanović riguardava solo l’oggetto del titolo del pezzo giornalistico e non anche le dichiarazioni rilasciate dall’imputato durante l’udienza: per quest’ultime si sarebbe dovuto intentare un autonomo processo di diffamazione e non utilizzarle come elementi rilevanti in quello in corso. Da questi elementi, risulta chiaro che il titolo è frutto dell’ elaborazione del giornalista, perciò la Corte ritiene che ogni responsabilità per le parole contenute in esso avrebbe potuto essere imputata solo al redattore capo della rivista e non al ricorrente. Quindi, la Corte afferma la violazione dell’art 10 Cedu a danno del ricorrente sotto questo profilo.

Per quanto riguarda il secondo articolo, la Corte esamina separatamente le presunte dichiarazioni rilasciate. In primo grado erano effettivamente emersi come diffamatori i riferimenti fatti dal ricorrente ai benefici economici del Ministro derivanti dall’adesione a diversi Consigli di Sorveglianza. Perciò in questo caso, le corti interne avevano legittimamente stabilito la necessità di limitare la libertà d’espressione del ricorrente. A parere della Corte, è la seconda dichiarazione del ricorrente ad essere stata qualificata erroneamente dai giudici croati. Infatti, l’accertamento se il ricorrente avesse affermato o meno che il Ministro l’aveva minacciato è il punto per stabilire se attribuire alla dichiarazione del ricorrente la qualifica di dichiarazione di fatto o di giudizio di valore. Il regime di responsabilità cambia, perché solo nel caso in cui sia dichiarazione di fatto, cioè la frase contestata è stata effettivamente pronunciata, il ricorrente potrebbe essere condannato per diffamazione. La Corte giunge alla conclusione che in realtà la pronuncia o meno di tale dichiarazione non è suscettibile di prova: durante il processo il ricorrente aveva con decisione negato di averla pronunciata e l’unica conferma in senso contrario è stata del giornalista, che comunque aveva interesse affinché si considerasse preciso il contenuto dell’articolo. Perciò, in carenza del profilo probatorio, non è  configurabile in capo al signor Stojanović alcuna responsabilità sotto questo profilo.

In sintesi, la Corte ha concluso che l’interferenza con la libertà di espressione del signor Stojanović non era giustificata per quanto riguarda il titolo del primo articolo e in relazione alla sua presunta dichiarazione che il Ministro lo aveva minacciato che non sarebbe diventato un professore. Perciò l’Art 10 Cedu è stato effettivamente violato.

La Corte ha condannato il Governo a pagare al ricorrente 1.500  euro a titolo di danno non patrimoniale e 5.600 euro per costi e spese.

In conclusione, la vicenda insegna quanto sia delicato il ruolo del giudicare. È necessario prestare attenzione alla qualificazione giuridica delle situazioni che il giudice si trova ad analizzare, perché un errore di valutazione può comportare una sostanziale lesione dei diritti per il cittadino.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Stojanović v. Croazia del 19 Settembre 2013

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