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Speciale Siria: tra diritto, politica e strategia.

È raro vedere una questione di diritto internazionale galvanizzare a tale livello i dibattiti nazionali. La polarizzazione politica è tale che persino al G20, ove non era in programma, l’attenzione si è focalizzata su questo aspetto (dimenticando il ben più rilevante, almeno per la vita economica delle nazioni occidentali, problema della regolamentazione finanziaria).

Cosa possiamo, da giuristi, dire sulla questione? Prima di addentrarci sul tema è bene analizzare un attimo lo scenario storico-politico, nonché geopolitico, della Siria.

Il partito Baath: der Führer nudo

imageshiIl partito Ba’th (“resurrezione”) nacque negli anni ’40 del secolo scorso. Fu solo all’inizio degli anni ’50 che acquisì importanza e consenso. Esso governa la Siria dal colpo di stato della famiglia Assad del 1970.

L’ideologia di questo partito è un mix di panarabismo, ovvero l’ideologia che mira alla riunione di tutte le nazioni che parlano l’arabo o lingue derivate da esso, socialismo e nazionalismo. In altri termini: nazionalsocialismo.

Il partito Baath fu fin dalla sua creazione un partito nazista, la cui funzione era chiaramente anti-inglese e antisemita. Non a caso il criminale di guerra (ad oggi, se vivo, primo ricercato della lista di ricercati del Centro Simon Wiesenthal) Alois Brunner è stato consigliere del governo siriano. Tutto ciò ha sempre costretto i politici filo-siriani a voltare lo sguardo quando il partito parlava della sua visione di Israele.

Questa è il grande imbarazzo nascosto in bella vista degli amici e dei nemici di Assad. Per i russi il disagio è dato dal dover ammettere di aver tenuto fede a un “Molotov-Assad”; per gli americani il fastidio è riconoscere di aver lasciato una sezione locale del partito nazista in una regione non propriamente lontana dall’alleato storico, Israele. Oltre, ovviamente, a un piccolo problema di alleanze durante la guerra del golfo.

Infine, per noi italiani, è bene non dimenticare come nel 2006 il politico Nicola Vendola sia andato in visita in Siria (1) oppure il fatto che per certi giornali fosse un “presidente” (2) e non un Führer.

Questo è l’imperatore nudo che nessuno vuole indicare (3).

Nulla di nuovo sotto il sole di Damasco: la Guerra Civile e le presunte violazioni

Ora che abbiamo inquadrato la figura del leader siriano, veniamo allo scenario geopolitico.

Nel nord-Africa e nel medio oriente stiamo assistendo, sotto il profilo delle trame politiche, a una lotta senza quartiere tra sciiti e sunniti per il controllo geopolitico. In sostanza siamo in presenza di uno scontro tra teocrazie: una considerata “buona”, quella dell’ Arabia Saudita (i sunniti sono amici degli USA) e una considerata “cattiva”, quella sciita dell’ Iran. Non si vuole qui contestare il moralismo che carica i due sistemi che, in fin dei conti, sono simili in quanto teocrazie, ma semplicemente puntare il fatto che lo scontro non è politico o economico, bensì religioso. In quelle zona di mondo è la religione a essere il nucleo della vita sociale. Non comprenderlo non consente di afferrare appieno le contingenze del momento.

Questa lotta si è fatta sentire anche in occidente (un esempio è stata la vicenda, molto discussa, dei fratelli mussulmani in Egitto). Sopratutto perché la posizione degli Stati Uniti è chiara: vuole la sopravvivenza di Israele e il medio oriente sotto l’egemonia saudita (4). Ovviamente ciò è quello a cui gli USA puntano, non è detto che sia ciò che l’Arabia voglia.

Detto ciò, cosa sta accadendo in Siria? È scoppiata una guerra civile dopo un periodo di proteste culminate il 15 marzo 2011 con rivolte su scala nazionale. Il governo sostiene che le richieste dei rivoltosi mirassero a imporre una dittatura islamica, mentre i ribelli sostengono di aver chiesto alle istituzioni solo una apertura democratica.

Chi sono i ribelli? Principalmente l’esercito siriano libero e il movimento Jabhat al-Nusra (per quanto bjgli americani stiano cercando di sminuirne l’apporto) ovvero l’alleato siriano di Al-Qaeda. Il governo Obama, con non pochi repubblicani a sostegno, vuole intervenire in aiuto di quelle stesse persone che ballavano e cantavano dopo l’11 settembre: questo è l’altro grande imbarazzo che emerge.
Tra i due gruppi è bene sottolineare che, in realtà, la differenza è sfumata. Dire che uno dei due gruppi è più moderato dell’altro ha poco senso: sono alleati e la posizione ideologica è la stessa (seppur viene presentata all’occidente in modo diverso).

Inutile aggiungere che la valuta a sostegno dei ribelli è il dollaro (riyal saudita). Il ché porta a una considerazione: quale rapporto tra sauditi e Al-Qaeda? Difficile dirlo con certezza. Indubbiamente qualcuno ha finanziato il gruppo di Bin Laden e non pochi, in Arabia, sono ideologicamente affini al gruppo terrorista. Soprattutto ora che una testa dell’idra è stata mozzata. Anche questo è solo uno dei tanti elefanti nella stanza con cui gli americani devono convivere.

Perché gli americani sono così desiderosi di intervenire in quel nido di vespe? Tanto per cominciare è bene segnalare che sotto un profilo strategico la reazione è solo degli USA e non della NATO. Ciò non è marginale. Già da qualche tempo gli americani hanno dimostrato di non essere più interessati alle relazioni atlantiche in favore di quelle asiatiche. La NATO sta mancando di una visione strategica e della capacità di azione (5), nonché, in altri tempi, di reazione (la Siria è, tecnicamente, alleata con uno stato non propriamente nemico, ma neanche troppo amico).

Gli USA, dal canto loro, stanno utilizzando una strategia che oggi sembra essere sempre meno efficace: minacciare e (forse) bombardare.

Il loro obiettivo sembrerebbe essere quello di entrare in un momento di debolezza del governo siriano per eliminare l’ultimo vero ostacolo sia a Israele che all’Arabia (tra di loro i rapporti sono più convergenti di quanto potrebbe sembrare).

Per i francesi, invece, è tempo di reclamare ciò che era loro. La Siria prima e dopo la seconda guerra mondiale, sino al colpo di stato, era sotto mandato francese (tanto che durante la guerra stessa fu terreno di scontro tra le truppe del governo Vichy e gli inglesi). Non stupisce, quindi, la voglia di intervenire.

Quale motivazione viene usata a supporto dell’intervento (6)? Il diritto internazionale tollera poco l’intromissione nella politica di uno stato sovrano salvo il caso della così detta responsibility to protect (R2P), che fu una delle motivazione per l’intervento in Libia. Per attivarlo, però, serve una seria violazione dei diritti umani.

Ecco che entra in scena il sarin.

Senza girarci troppo attorno, ad oggi, non c’è prova dell’utilizzo del gas sarin sulla popolazione siriana.

Tutto quello che si vede è qualche immagine di morti non da arma da fuoco (7) e testimonianze assolutamente dubbie (8). Inoltre, le immagini che vengono fornite si riferiscono a soccorsi prestati a persone che è palese che non sono state esposte ai gas: essi impregnano i vestiti. Dunque, la procedura standard per il trattamento di tali vittime è di spogliarle il più velocemente possibile. Non farlo espone sia le vittime che i soccorritori a costante e immediato pericolo.

Di contro, è assai poco probabile che il sarin sia stato usato dai ribelli, come suggerito (probabilmente in aperta sfida) dal presidente Putin. Esso richiede una certa destrezza nel dispiegamento ed è poco probabile che i rivoltosi abbiano il tempo o l’occasione di attuare tale mossa.

A ciò si aggiunge l’alto numero di rifugiati che rende ancora più ostica la situazione: il rifugiato, per ottenere asilo, non sarà forse disposto a raccontare quello che la stampa vuole sentirsi dire?

Per un completo rapporto rimando, comunque, alla relazione degli ispettori delle NU (9).

Putin vs Obama: è tempo di dissotterrare l’ascia di guerra (Tomahawk)

Fin’ora si è quasi completamente lasciata fuori dai giochi la Russia. Eppure essi sono l’alleato che blocca una risoluzione dell’ ONU e che tiene buoni gli americani.

Come mai? Per comprendere la situazione è bene approfondire un attimo l’economia bellica statunitense (10).

k kjjjAttualmente le esportazioni belliche degli USA sono in declino. In particolare sono in declino in nazioni che non necessità di alta tecnologia in quanto si basano su scenari bellici “tradizionali”, per così dire. In questo contesto, al contrario, l’export russo è in crescita. Essi vantano anticarro capaci di demolire i merkava (11) e sistemi antimissile capaci di abbattere i tomahawks (12).

Questo ultimo è davvero rilevante: se qualche sistema antimissile russo riusce a distruggere i missili l’esito complessivo della guerra è irrilevante. I russi possono perdere tranquillamente un alleato scomodo, lasciare che gli USA gestiscano (male) il vaso di Pandora che stanno aprendo e godere dei benefici che l’economia russa ne trarrebbe a scapito di quella statunitense (la quale è si troverebbe a subire il secondo grosso colpo dopo la decisione dei governi europei, in particolare quello tedesco, di fare a meno dei servizi informatici americani in reazione al caso PRISM).

Lo stesso, ma in una gradazione più grave, dicasi se un iskander (13) fosse capace di colpire una nave americana o, peggio ancora, inglese (sarebbe una nuova Falkland).

In questo senso, senza illusioni, bisogna vedere lo scontro Putin-Obama come una prova di forza il cui premio non è la tutela dei diritti umani, bensì una considerevole fetta di mercato.

Ai russi non interessa affatto scatenare la terza guerra mondiale, come si legge su molti giornali. Giova molto di più mettere sotto scacco la tecnologia bellica americana. Non è, infatti, improbabile che abbiano già considerato di perdere l’alleato, con sommo entusiastico dispiacere, e, del resto, se l’intera questione è più una pubblicità molto costosa dei loro, è anche coerente.

Ciò che possiamo dire con sicurezza è che nessuno è realmente interessato ai diritti umani. Non avrebbero permesso ad Assad di stare ove sta. I fini sono altri: sia per gli americani che per i russi.

Del resto, qualcuno davvero ritiene che eliminare i depositi di gas sia una garanzia che il conflitto cessi? Che muoiano meno persone o in modo più indolore? Siamo persino convinti che salvi più persone di quante non ne eliminerebbero i ribelli?

Di una cosa siamo tutti sicuri: mentre i politici giocano al gioco dei mercati, la popolazione non belligerante siriana sta venendo coinvolta. Di loro, ovviamente, nessuno si cura.

Diritto Internazionale: Realpolitik vs Idealpolitik

Quali risposte può darci il diritto? Come sempre, esso possiede un gran numero di strumenti per far fronte a situazioni di crisi e, come sempre, vengono tutti rigorosamente ignorati.

Si cerca una risoluzione del consiglio di sicurezza dell’ONU che è assai difficile che arrivi, ma in realtà, se fosse pressante, non servirebbe. Basterebbe invocare la clausola rebus sic stantibus sul trattato o un’interpretazione evolutiva sull’articolo 52 della carta.

Si potrebbe persino invocare lo stato di necessità (in un mondo interconnesso come quello moderno, 2 milioni di profughi e il possibile utilizzo di gas velenosi non sono una necessità tale da consentire l’intervento?) ovvero il grande tabù del diritto internazionale (in quanto non viene mai invocato, per avendo spesso una base più solida della legittima difesa). Si potrebbe persino trovare una consuetudine internazionale all’intervento umanitario (seppur debole).

Nessuna di queste strade viene percorsa. Non si vuole uscire dalla carta e tanto meno Obama lo vorrebbe (14).

Lo stallo attuale è più una questione di realpolitik che si possibilità date dal diritto.

Si paga lo scotto di avere un’organizzazione, le Nazioni Unite, che come Väinämöinen è nata vecchia (per esempio: al momento della ratifica la Francia e l’Inghilterra non erano più gli imperi che si presumeva fossero). Si subisce la passività con cui gli stati occidentali sopportano ogni violazione, salvo poi svegliarsi e bombardare quando avrebbero potuto imporsi con altre armi, come quella economica, tempo prima.

Si sconta la voglia di fare idealpolitk solo quando l’opinione pubblica non ci costringe ad altre strade (più comode).

Il diritto internazionale si trova spesso nella difficile situazione di non poter essere distinto dalla politica. Quasi sempre esso è politica e la politica è diritto internazionale. In questo caso esso possiede molte vie per risolvere la questione e verosimilmente nessuna verrà battuta.

Conclusioni

Possiamo auspicare e sostenere un intervento militare in Siria? Onestamente io rispondo negativamente. Anche qualora venisse provato l’utilizzo del gas nervino. La Siria è in uno scenario estremamente complesso. Le forze in campo non sono controllabili e lo scontro tra teocrazie non accenna a essere risolto in un tempo breve.

Il mondo occidentale, in particolare gli Stati Uniti, hanno dimostrato di essere completamente sprovveduti nel mantenere il controllo post guerra. Anzi, spesso e volentieri hanno peggiorato situazioni già gravi. A ciò si aggiunga che attualmente lo scontro è tra nazisti dichiarati e integralisti islamici. Ciò che si fanno tra di loro non mi farà versare lacrime. Le uniche due nostre preoccupazioni dovrebbero essere la tutela della popolazione non belligerante e di Israele. Il primo obiettivo, in particolare, si potrebbe raggiungere con il dispiegamento dei corpi di pace, invece che dei tomahawks.

Un intervento è quasi certo che vada a vulnerare una nazione che se oggi può essere considerata gestibile, non è detto lo sia dopo una futura intromissione (sia che si mettano a capo i ribelli sia che si lasci la totale anarchia). Il diritto internazionale langue. Potrebbe utilizzare molteplici strumenti, ma nessuno viene chiamato in gioco. Del resto ci si trova sempre a inseguire una situazione che poteva essere evitata.

Infine, risulta assai poco probabile che un intervento unilaterale sia capace di pacificare la situazione e tutelare i diritti umani. Abbastanza ovvio per uno scontro che, probabilmente, assumerà le tinte di un macabro catalogo di strumenti bellici.

Purtroppo, come spesso accade, bisogna riconoscere che ci sono situazioni in cui è meglio non entrare, perché entrare anche solo per osservare un sistema significa già alterarlo.

(1) Di seguito cito il comunicato stampa di quella visita: “Quelle con la Siria non sono solo relazioni economiche ma anche rapporti di amicizia proficui che avranno sicuramente effetti positivi per la Puglia e per il Governo di Damasco. Lo ha detto il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola”.

(2) http://www.repubblica.it/2005/d/dirette/sezioni/esteri/papa/6aprile/index.html

http://www.repubblica.it/2006/04/dirette/sezioni/esteri/dahab/25aprile/index.html?ref=search

(3) Quello che John Kerry non può o non vuole dire è che Assad non è come Hitler perché, forse, usa armi chimiche sulla popolazione, ma perché deriva proprio da quella Weltanschauung. Ciononostante, il paragone sulla pericolosità non regge: la Siria non è la Germania e non ha alcun von Braun o Rommel.

(4) Per una visione più storico-militare della questione o anche solo per leggere interessanti paralleli con altri scenari (ad esempio il Vietnam) consiglio la lettura dell’articolo sulla Siria del bellissimo blog di storia e strategia militare London Alcatraz. (http://londonalcatraz.blogspot.it/2013/08/la-siria-il-medio-oriente-e-la-pax.html)

(5) È bene ricordare che quando l’ambasciatore americano morì in Libia, vicino era presente un contingente NATO a Sigonella. Avrebbe potuto essere salvato. La NATO non ha funzionato.

(6) È bene notare che si usa la parola “intervento”: ovvero mi intrometto a supporto di qualcuno già sul territorio. Non “invasione”.

(7) Le quali non dimostrano niente. Si può morire, in guerra, senza lesioni per molti motivi: dal soffocamento per la polvere alzata dai carri armati all’utilizzo di bombe a decompressione. Si può anche morire di “paura”, per lo stress causato dalla guerra.

(8) Nessuno ha evidenziato l’odore di pesca tipico del ciclosarin, miscela più comunemente usata del sarin puro (che sarebbe strano).

(9) Sperando che il fatto di essere praticamente stipendiati dagli USA (primi contributori dell’ONU) non influenzi la loro visione.

(10) Per dati, grafici e un approfondimento della questione si rimanda al blog KeinPfusch (http://www.keinpfusch.net/2013/08/siria-dududu.html)

(11) Carro armato israeliano.

(12) Missile da crociera subsonico e ogni tempo, in grado di volare a quote molto basse seguendo il profilo del terreno. Esso è uno dei mezzi che consente l’asimmetria dei conflitti che involvono gli americani e rilevante deterrente.

(13) Missile balistico tattico russo. Esso, inoltre, potrebbe mettere in seria difficoltà persino l’Iron Dome israeliano, in quanto i tempi sarebbero troppo veloci.

(14) Bush figlio cercò di giustificare l’Iraq come legittima difesa basata su una consuetudine la cui diuturnitas stava nel caso Caroline del 1837.

About Riccardo Varisco

Laureando in informatica giuridica presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica, sede di Milano. Appassionato di scienze naturali e strategia militare.

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