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In Turchia un ragazzo che si ritrova in una manifestazione viene considerato un terrorista

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Abdullah Yasa e altri v. Turchia,16 luglio 2103

Molto spesso la popolazione si riunisce nelle strade per manifestare, protestare o far sentire la propria voce. Troppe volte, però, tra i manifestanti si nascondono individui violenti, che saccheggiano o distruggono la città. E in questi casi è necessario l’intervento delle forze dell’ordine per calmare queste “insurrezioni”, che per qualcuno possono trasformarsi in tragedie. Tutti hanno il diritto di manifestare il proprio dissenso, di riunirsi e di farsi ascoltare, ma non è con la violenza che si risolvono i problemi. Anzi gesti eclatanti di violenza ed inciviltà fanno passare in secondo piano lo scopo di una manifestazione.

turquey-manifestation-mIL CASO – Abdullah Yasa è un giovane cittadino turco, che nel Marzo del 2006 restò coinvolto in una manifestazione a Diyarbakır, dove vive tutt’ora con la sua famiglia: il ragazzo aveva solo 13 anni. Tra il 28 e il 31 Marzo 2006, infatti, numerosi manifestanti scesero in piazza per protestare per la morte di 14 membri del Partito dei Lavoratori curdi, avvenuta durante un conflitto armato solo pochi giorni prima. Le manifestazioni sfociarono presto in scontri tra agenti di polizia e la folla: 11 manifestanti persero la vita.

Il ragazzo turco, il giorno della manifestazione, si stava recando a casa di una sua zia e mentre stava attraversando un corteo di manifestanti un lacrimogeno sparato da un poliziotto lo colpì al volto. Il ragazzo fu subito portato all’ospedale di Diyarbakır, dove fu sottoposto ad un intervento per trauma maxillo-facciale; i medici gli riscontrarono un’ emorragia, un edema del volto, una frattura delle ossa nasali e diverse incisioni concave. Il ragazzo rimase ricoverato per una settimana in ospedale.
I genitori di Abdullah denunciarono l’accaduto alla procura di Diyarbakır, per abuso di potere e lesioni intenzionali. Infatti dalla testimonianza del ragazzo emerse che i poliziotti appena lo videro gli spararono un lacrimogeno ad altezza uomo, senza alcun motivo specifico. In particolare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza provarono che Abdullah stava semplicemente camminando lungo il corteo al momento del lancio del lacrimogeno, senza partecipare alle violenze. Ma la procura non accolse la sua testimonianza e accusò il giovane di aver partecipato attivamente alla protesta, lanciando anche oggetti contro gli agenti, costringendo i poliziotti a sparare un lacrimogeno per difendersi.

La famiglia Yasa si oppose a tale decisione, poiché il giudice non tenne conto delle prove video, che documentavano che Abdullah non partecipò alla manifestazione ma stava solo passando sulla strada dove si stavano svolgendo gli scontri.  La Corte di Assise di Siverek, però, respinse il ricorso dei genitori del giovane turco dichiarando il comportamento degli agenti conforme alla legge. Aspetto insolito è anche il fatto che il 25 Febbraio 2008 il ragazzo fu accusato di appartenere ad un organizzazione terroristica, ma fu assolto per mancanza di prove.
Dinanzi a quello che potremmo chiamare un vero e proprio diniego di giustizia, Abdullah e la sua famiglia depositarono un ricorso contro la Turchia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando la violazione dell’art. 3 Cedu, a causa dell’abuso della forza usata dalla Polizia e per il trauma subito dal giovane; hanno inoltre richiesto un risarcimento di € 20.000 a titolo di danno morale.

TURKEY

IL GOVERNO – ricordando che l’articolo 16 della legge n ° 2559 prevede l’obbligo per gli agenti di placare i manifestanti violenti anche mediante l’utilizzo di gas lacrimogeni, affermò che il comportamento della polizia oltre che necessario per disperdere la folla e per evitare danni maggiori era anche proporzionale alla gravità dei fatti.

LA CORTE – dopo aver visionato il video che mostra i momenti precedenti e successivi al lancio dell’arma, ha dichiarato che la presenza del ricorrente sulla strada, teatro degli scontri tra manifestanti e polizia, non può corrispondere necessariamente ad una prova della sua partecipazione attiva alla manifestazione. La Corte ha ricordato inoltre che, dinanzi ad una manifestazione così violenta, come quella avvenuta il 29 marzo 2006, la Polizia ha il dovere di ristabilire l’ordine pubblico, anche attraverso l’uso di tali mezzi, ai sensi della legge nazionale. Tuttavia, queste operazioni devono essere definite sufficientemente dalla legge nell’ambito di un sistema di garanzie adeguate ed efficaci contro l’arbitrario abuso di potere ed incidenti prevenibili. La Corte ritenne, in particolare, che lanciare un lacrimogeno con un lanciagranate verso la folla non può essere considerata una modalità corretta per ristabilire l’ordine pubblico. Accerta dunque la violazione dell’art. 3 della Convenzione e condanna lo stato turco al pagamento di € 15.000 a titolo di risarcimento morale e di € 5.000 per le spese sostenute.

T. Atakkaya e M. Mızrak sono due manifestanti che persero la vita durante quegli scontri perché colpiti da un lacrimogeno; ad Abdullah Yasa sarebbe potuto capitare la stessa sorte, ma fortunatamente ha riportato solo delle ferite, sebbene molto gravi. Aveva solo 13 anni. Era solo un ragazzino che si trovava nel luogo sbagliato al momento sbagliato e dal nulla si è ritrovato accusato ingiustamente di aver partecipato alla manifestazione e di aver aggredito degli agenti, finendo per essere addirittura considerato come un probabile terrorista. Davvero una triste storia, che ci fa riflettere su come si possa distorcere la realtà e su come la giustizia si ritrovi nella piena incapacità di interpretarla.

La sentenza è reperibile qui: Abdullah Yasa e altri v. Turchia, 16 luglio 2013

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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