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Il rispetto della dignità della persona e l’Immigrazione in Italia: binomio o ossimoro?

Primo incontro del progetto “La dignità della persona come valore per la giustizia europea”

Parlare d’immigrazione è facile. Comprendere a fondo il problema è tutt’altra questione, soprattutto quando se ne parla in termini giuridici sotto una luce critica. Un quesito si pone drammaticamente: la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo rappresenta davvero un faro di legalità per l’immigrato?
Se ne è discusso il 12 luglio 2013 a Piacenza, dove si è svolto il primo incontro del progetto “La dignità della persona come valore per la giustizia europea”, elaborato dall’associazione GenerazioneZero e dalla redazione del web magazine Diritti d’Europa e finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del progetto Youth in Action dell’Agenzia Nazionale per i Giovani.
Questo incontro è stato intitolato la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: faro di legalità nella roprecaria condizione dell’immigrato in Italia”, per fare luce ad una tra le più fragili situazioni per un essere umano, dal punto di vista economico e sociale, soprattutto in Italia: la condizione umana e giuridica dell’immigrato. Infatti lo status dell’immigrato è quello più esposto alla sofferenza  per l’assottigliamento o addirittura per la perdita dei diritti umani, di cui lo Stato dovrebbe farsi garante. Il fil rouge dell’incontro –  la tutela della dignità umana – tocca molteplici declinazioni della questione, partendo dalla più alta accezione possibile, quella contenuta nell’Art 1 della Carta di Nizza che universalmente – dunque nei confronti di tutti i soggetti, senza distinzioni – statuisce l’inviolabilità della dignità umana.
A portare la propria esperienza diretta, oltreché accademica, due professori: Cesare Pitea, docente di diritto internazionale presso l’Università di Parma, che è stato anche giurista presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo dal 2008 al 2011, e Luca Masera, avvocato penalista e docente di diritto penale presso l’Università di Brescia, che ha partecipato nel 2011 alla redazione di un ricorso alla Corte Europea dei Diritti Dell’Uomo, attraverso il quale è stata denunciata illegittima privazione della libertà subita da parte degli immigrati a Lampedusa.

LO STATUS DELLO STRANIERO: IL BACKGROUND GIURIDICO

A fornire gli strumenti giuridici per orientare la platea di giovani presenti all’incontro nella complicata questione dell’immigrazione è stato il prof. Cesare Pitea, attraverso una panoramica di come la condizione dell’immigrato sia affrontata nella Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e nella sua giurisprudenza.
La constatazione di partenza è che la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nell’occuparsi della condizione giuridica dello straniero apre sempre le sue motivazioni premettendo che il potere di disciplinare l’ingresso e il soggiorno nello Stato dello straniero costituisce una prerogativa sovrana dello Stato e che gli obblighi imposti dal diritto pattizio internazionale si pongono come limiti a tale sovranità. “È un’affermazione che dovrebbe avere una portata universale.” sottolinea il relatore. Infatti, premessa ineludibile è l’universalità dei diritti su cui è fondata questa Carta; diritti il cui godimento è indifferente dalla condizione personale, tanto che nell’Art 1 CEDU si statuisce l’obbligo degli Stati di DSC02105riconoscere a ogni persona sottoposta alla propria giurisdizione l’obbligo di rispettare i diritti umani. Perciò anche l’immigrato che si trova in Italia o in ogni altro paese parte contraente della Convenzione, gode delle tutele previste da tale normativa. Ci sono disposizioni della Convenzione, però, riservate agli stranieri come la previsione delle garanzie processuali relativamente all’espulsione nei confronti di stranieri legalmente residenti. Altre disposizioni d’interesse sono l’art 5 CEDU posto a tutela della libertà, la cui privazione è ammessa solo se giustificata da motivi tassativamente previsti; l’art 3 CEDU che statuisce un divieto di trattamenti inumani e degradanti, e da cui discende anche una protezione indiretta per l’individuo: gli stati  non possono espellere una persona che si trova sotto la loro giurisdizione e in un paese in cui si rischi concretamente di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti.

Si è avuto modo di trattare anche uno dei casi più recenti sul tema: Hirsi Jamaa e altri v. Italia del 2009. In questa sentenza lo Stato italiano è stato condannato per i respingimenti collettivi in alto mare operati nei confronti di cittadini somali ed eritrei, che avrebbero esposto i soggetti al rischio di subire trattamenti inumani e degradanti in Libia, paese nel quale erano stati condotti. La condanna dell’Italia ha portato a una cessazione dei respingimenti in mare, ma tanti profili di tutela degli immigrati sono ancora in attesa di essere pienamente affrontanti. Ormai si sta configurando la situazione per cui le situazioni di violazione dei diritti umani vengono tutelate dalla Corte di Strasburgo, più che dai singoli Stati. Un fenomeno per il quale la Corte finisce per assumere il ruolo di “tribunale paneuropeo di prima istanza in tema di espulsione degli stranieri” conclude il prof. Pitea.

LA PRIVAZIONE DI LIBERTA’: L’IMMIGRAZIONE IRREGOLARE E LAMPEDUSA

Il prof. Luca Masera, in qualità di avvocato penalista, interviene nel dibattito improntando la sua analisi sulle modalità in cui lo straniero in Italia può essere privato della  libertà.
Secondo l’art 13 della Costituzione italiana la libertà personale è inviolabile, senza distinzioni tra stranieri e italiani. In particolare il fenomeno dell’immigrazione in Italia è un fenomeno molto recente che si è rivelato nella sua più ampia portata solo negli anni 2000, quando si sono presentate le prime ipotesi di carenza di tutela per gli immigrati in Luca Maseraconseguenza di una legislazione non propriamente garantista dei diritti umani; in particolare, con la configurazione del reato di soggiorno irregolare sul territorio dello Stato, oggi non più vigente. Dal 2004 al 2011 lo straniero che si trovava irregolarmente in Italia, ovvero era stato espulso ma non ottemperava all’ordine di allontanamento, era punito fino a 4 anni di detenzione, e in caso di recidiva fino a 5 anni. “E’ un reato che ha occupato per sette anni i tribunali penali” afferma l’avvocato Masera, non solo ingolfando il sistema giustizia, ma creando la paradossale situazione in cui “ i giudici penali, abituati ad avere a che fare con criminali, si trovavano a giudicare le badanti irregolari.” Una deviazione assoluta rispetto a tutti i principi del diritto penale per il quale un soggetto “andava in carcere non per aver tenuto una condotta offensiva di beni giuridici, bensì a causa di una non corretta gestione dei flussi migratori”. Se si considera che tale reato è stato più volte “salvato” anche sotto il profilo della costituzionalità – nonostante il palese contrasto con il principio di uguaglianza – abbiamo un’idea delle falde del sistema giuridico italiano, che si è più volte dimostrato inadeguato a garantire in tali situazioni un’effettiva tutela dei diritti umani.

Nel 2011 è intervenuta la Corte di Giustizia dell’Unione Europea che con il caso El Drighi, di cui il prof. Masera è stato il legale, ha dichiarato che la reclusione dello straniero era contraria al diritto dell’Unione. Perciò una abolitio criminis, con effetti retroattivi, che ha determinato una revoca di tutte le sentenze di condanna. È stata la prima volta che una sentenza della Corte di Giustizia ha avuto questo impatto. Oggi, il reato di immigrazione irregolare è punito solo con una pena pecuniaria.
L’esito finale è stato certo soddisfacente ma non la motivazione della sentenza, che il prof. Masera reputa non aderente al rispetto dei diritti umani dell’immigrato. Infatti, la reclusione è ritenuta incompatibile con le norme dell’Unione Europea  perché non efficiente. Quindi, obiettivo dell’UE, in particolare della Direttiva Rimpatri del 2008, è fare in modo che uno straniero irregolare torni nel suo paese, poiché metterlo in carcere è disfunzionale. Si sacrifica l’esigenza di tutela per l’efficienza e ciò è paradossale.

La vicenda El Drighi ha portato in primo piano la funzione dei Centri d’Identificazione ed Espulsione: accade che i tempi di permanenza in questi centri si sono allungati, fino a toccare spesso e volentieri il tetto massimo di 18 mesi. Considerando che in Francia la stessa prassi si attesta sui 20 giorni, si comprende il vulnus ai diritti dell’immigrato irregolare o dello straniero che, scontata una pena detentiva si vede trattenuto nei CIE in attesa di un provvedimento di espulsione verso il paese di origine.
DSC02082Lo strumento per orientarsi in tutte queste problematiche è non rimanere attaccati alle etichette, ma andare oltre, per constatare se effettivamente sussiste o meno una privazione di libertà. “Come giuristi democratici” – continua il prof. Masera – “non dovremmo accettare che un soggetto sia tenuto in una sorta di limbo giuridico in cui non ha accesso a forme di riabilitazione.” Anche perché i CIE hanno condizioni materiali peggiori delle carceri, ma soprattutto il soggetto nei CIE è consapevole di non aver commesso alcun reato. Queste realtà sono il vero problema attuale. Anche se un giorno il problema dell’immigrazione e dei CIE si risolverà, rimarrà un segno nero nel diritto italiano, perché nel momento di pressione massima, il diritto non ha saputo fornire le migliori tutele e arginare i disagi.

Un altro merito dell’incontro è stato mettere in luce un’altra situazione di precarietà dei diritti, altalenante nell’attenzione dei media italiani e perciò più bisognosa di considerazione: il centro di prima accoglienza di
Lampedusa
. Anche in questo campo l’avvocato Masera ha vissuto da vicino le condizioni di detenzione nella quale vivono ordinariamente gli immigrati irregolari che sbarcano sulle coste italiane. Il centro di Lampedusa è diverso dai CIE: dal punto di vista formale la detenzione di uno straniero è regolare quando c’è un provvedimento motivato dell’autorità amministrativa, convalidato da un giudice di pace entro le 96 ore successive. Succedeva e succede che stranieri vengono trattenuti anche fino ad un mese senza provvedimenti amministrativi e giudiziari e per di più in condizioni detentive disumane e degradanti.  Di fronte a tale situazione alcuni avvocati, tra cui il prof. Masera, hanno presentato un esposto alla procura di Agrigento denunciando il Ministero degli interni per sequestro di persona. Tuttavia, il risultato è stato un’archiviazione da parte di tutte le procure con una motivazione brevissima e insoddisfacente: è un centro di prima accoglienza perciò non c’è bisogno di un provvedimento. Di conseguenza è stato presentato un ricorso, tutt’ora pendente, promosso dinnanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da parte di alcuni cittadini tunisini, di cui Masera è uno dei legali. La decisione della Corte è attesa per fine anno – conclude Masera – e “la speranza che la Corte Europea possa ricondurre all’interno della legalità, se non dell’umanità, quella che è la gestione dell’immigrazione irregolare.”

CONCLUSIONI

In conclusione ritengo che l’incontro sia stato un importante momento di aggregazione per confrontarsi su temi di stretta attualità e perfettamente rientrante in quell’ idea di Europa dei diritti che la Convenzione Europea dei Diritti Dell’Uomo vuole propugnare. Un’idea di Europa che la gioventù deve fare propria quotidianamente, così da realizzare pienamente la tutela predisposta per tutti gli individui, anche per il futuro. Un’idea che è emersa con forza in questa prima serata d’incontri, in cui tanti giovani sono intervenuti.

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