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Sudan: storia di guerra e di sangue. Governo coinvolto negli attacchi in Darfur.

La Human Rights Watch ha fatto sapere che a Nairobi, capitale del Kenya, un comandante sudanese è ricercato dalla Corte penale internazionale (ICC). Nel mese di aprile 2013, avrebbe guidato o sarebbe intervenuto in battaglie micidiali nei confronti dei Salamat, un’etnia del Darfur Centrale. I testimoni hanno riferito alla ONG che tra gli assaltatori pareva che ci fossero persone delle forze governative che adoperavano armi ed equipaggiamenti del governo.

imagesPer il comandante sudanese Ali Kosheib, ex leader delle milizie, che ora ricopre un’ alta carica di ausiliare della Central Reserve Police,  la Corte penale internazionale ha spiccato un mandato d’arresto per crimini contro l’umanità e crimini di guerra nel Darfur occidentale, nel 2003 e 2004, 2007. Nel 2007 e l’anno seguente, le autorità sudanesi lo hanno arrestato ma è stato rilasciato per mancanza di prove.

Dopo questi fatti, la Human Rights Watch ha dichiarato che il Sudan deve cedere subito Kosheib alla ICC attraverso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

La suddetta ONG per avvalorare le sue affermazioni ha intervistato più di 30 persone tra i rifugiati che sono fuggiti al confine del Ciad a maggio.

Daniel Bekele, direttore Africa di Human Rights Watch, ha riferito che: “Testimoni del posto hanno visto Ali Kosheib di recente sulla scena degli omicidi, degli incendi e del saccheggio in Darfur“, quindi: “Questo dimostra che permettere ai fuggitivi di rimanere in libertà può avere un prezzo devastante“.

Altre testimonianze riferiscono che dall’inizio del mese di aprile, soggetti armati fino ai denti della Misseriya Arabs e dei Ta’isha (entrambi gruppi etnici), hanno assaltato le comunità dei Salamat e intorno alla città Um-Dukhun, nel Darfur Centrale. In queste vere e proprie retate ci sono stati più di 100 civili morti e il numero dei feriti è ancora maggiore, le proprietà sono state completamente rase al suolo dal fuoco, e ci sono decine di migliaia di sfollati. Dopo di che, i belligeranti si sono spostati in Sud Darfur e hanno provocato la morte di altri civili inermi e inerti, quindi devastazione: tuttavia la Human Rights Watch di questi attacchi non ha la documentazione.

In data 8 aprile, ulteriori persone hanno avvistato Kosheib, durante un’offensiva alla città di Abu Jeradil, 30 chilometri a sud di Um-Dukhun, alla guida di una macchina del governo. Tali testi, hanno descritto l’incursione in questi termini: un gran numero di uomini armati fino ai denti, la maggior parte di loro indossava un’uniforme color kaki, sono arrivati ​​in due fasi, prima a piedi e poi in veicoli, e hanno quindi sparato indiscriminatamente, bruciato case e negozi, rubato il bestiame, e saccheggiato merci. Inoltre un uomo anziano di Abu Jeradil ha affermato: “Gli aggressori stavano sparando a negozi e persone … Abbiamo visto case e campi in fiamme durante la nostra fuga.”; in più, una donna di 35 anni, che era fuggita e tornò il giorno seguente, ha trovato cadaveri: cinque in un posto, quattro in un altro luogo, due donne uccise mentre correvano.“.

La HRW è riuscita a constatare che dopo i recenti attachi e attentati, decine di migliaia di persone sono state costrette a fuggire dalla zona. I dati dicono che ci sono più di 30.000 rifugiati, come sempre in maggioranza donne e bambini, che si sono riversati in Ciad, dove le loro condizioni abitative sono inumane, proprio all’inizio della stagione delle piogge. La maggior parte di loro appartiene ai Salamat, ma ci sono altri individui di altri gruppi etnici non-arabi, quali: Masalit, Kajaksa, Fur, Dajo, e Tama.

Le autorità sudanesi hanno più volte sminuito la loro responsabilità per codesti atti agghiaccianti in Darfur, ribadendo che non hanno la facoltà di vigilare sui conflitti inter-etnici, ma una ricerca della Human Rights Watch ha stabilito che il governo ha permesso alle forze di sicurezza statali di prendere parte agli scontri e non ha avviato nessuna azione per tutelare i civili.Darfur_refugee_camps_map

Ostilità di quella natura nascono per la gestione della terra e delle altre risorse, e si sono accentuate nel 2013. Le Nazioni Unite hanno valutato che più di 170.000 persone si sono spostate in Darfur e nel Ciad.

Gli osservatori della Human Rights Watch suggeriscono che i leader sudanesi hanno voluto  sedare i Misseriya e i Ta’isha, in quanto hanno combattuto a favore delle milizie del governo “Janjaweed” durante il conflitto nel Darfur nella metà degli anni 2000, e considerare i Salamat cittadini del Ciad.

Un’ulteriore eventuale spiegazione sarebbe che i combattenti avevano additato i fuggitivi come “Tora Bora” o ribelli; viceversa i gruppi etnici hanno riferito che tra i loro assalitori c’erano diversi gruppi ribelli sudanesi.

A questo proposito, D. Bekele ha dichiarato: “Il ruolo evidente delle forze di sicurezza negli attacchi di Um-Dukhun indica che gravi crimini sono stati commessi con la conoscenza del governo“, in più “Le autorità dovrebbero indagare a fondo su questi crimini e chiedere conto a tutti i responsabili.”.

In aprile nel Darfur è mancata in maniera totale la difesa dei civili, sia da parte delle regolari forze armate del Sudan, che dalla Forza di Pace delle Nazioni Unite-Unione Africana (UNAMID). Solamente pochi soldati sudanesi di Abu Jeradil, rimasti nelle loro caserme, hanno dato protezione ad alcuni civili; molti della polizia e delle altre forze di sicurezza sono scappati.

 

I militari sudanesi hanno chiuso l’area in seguito alle battaglie. Infine la Human Rights Watch ha saputo da soldati ciadiani che il Sudan, il Ciad e Repubblica Centro Africana, hanno creato la “forces mixtes“, cioè le “forze miste”: una forza tripartita costituita per monitorare le frontiere condivise, al fine di scongiurare la guerriglia, asserendo che è una contesa interna.

In più, le autorità sudanesi hanno vietato all’UNAMID di entrare nell’area, per ben due volte; però hanno autorizzato una Inter-Agency ad entrare nella città di Um-Dukhun a fine aprile, facendole tuttavia divieto di spostarsi in altre zone colpite o del confine, in quanto non sicure. La Human Rights Watch pensa che il divieto per l’UNAMID sia per coprire la complicità del governo negli scontri contro i civili.

LAMIS 2a Human Rights Watch afferma che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite dovrebbe fermamente ammonire questi spregevoli fatti, e chiedere alla UNAMID di fornirgli un rapporto; non di meno, il Consiglio dovrebbe rammentare alle autorità sudanesi la loro responsabilità verso la tutela dei civili, mettere in chiaro la mancata resa di Kosheib alla ICC e perché non hanno concesso alla UNAMID di fare il suo lavoro, il che comporterebbe sanzioni individuali. Relativamente a questi punti D. Bekele ha dichiarato che: “La tesi sostenuta dal governo sudanese di non poter proteggere i civili dagli scontri inter-etnici cade quando si nega l’accesso alle forze di pace che li potrebbero aiutare“, infine “Impedire la missione di pace di svolgere il proprio mandato dà solo l’impressione che il Sudan condoni gli attacchi illegali.”.

Nell’ottica esposta poco prima la fonte principe della lotta è una diatriba, di lunga data, per la terra tra i Salamat e i Ta’isha; dato che i primi del Ciad, hanno vissuto per decenni, sotto l’amministrazione dei secondi in Sud Darfur, però da un pò di tempo si vogliono autodeterminare attraverso un governo nativo con un proprio territorio. I capi Salamat asseriscono che l’ex governatore del Darfur occidentale li ha concesso una gestione nativa, o “nazirate”, cioè una sorta di governo delle “province”, nel 2010 con sede ad Abu Jeradil.

Per giunta l’astio tra le due etnie è aumentato nel 2012, dopo che il governo ha creato lo Stato del Darfur Centrale, una strategia che sembra potenziare il potere dei Salamat.

In tutto questo marasma Kosheib, che fa parte dei Ta’isha, a fine gennaio, accompagnato da funzionari del governo locale e leaders etnici, in un mercato nel Sud Darfur, ha affermato con toni molto forti che lui non è soltanto un comandante della Central Reserve Police, ma anche un “Janjaweed”, ergo comandante in grado di difendere la terra dei Ta’isha, ha pure inviato i combattenti di tale gruppo etnico a custodire il loro territorio. La Central Reserve Police nota sul posto come “Abu Tira”, ora include parecchi ex miliziani filo-governativi che sono stati coinvolti in abusi.

Per di più nei primi mesi del 2013, gruppi di giovani, appartenenti presumibilmente ai Misseriya, hanno compiuto una serie di rapine a mano armata ai danni dei Salamat, dunque i rapporti sono ulteriormente peggiorati. Dal 5 aprile, a Biltebe, i Ta’isha e i Misseriya hanno unito le forze contro i Salamat; agenzie delle Nazioni Unite stimano che hanno bruciato proprietà in 24 villaggi.

Conclusioni

Nel 2005, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha rimesso la questione in esame alla Corte penale internazionale, la quale ha spiccato tre mandati d’arresto per tre sospettati sudanesi oltre a Kosheib, i quali sono irrintracciabili: il presidente Omar al-Bashir, Ahmed Haroun, governatore dello stato del Kordofan meridionale, e Abdulraheem Mohammed Hussein, il ministro della Difesa. Nel 2010, la Corte penale internazionale ha divulgato una constatazione formale di non collaborazione da parte del governo sudanese nei casi di Haroun e Kosheib, che è stata comunicata al Consiglio di Sicurezza. È, quindi, auspicabile che tali organi si muovano il più velocemente per porre fine alla situazione socio-economica-sanitaria, altamente disastrosa, che perdura da decenni in Darfur, con un elevato livello di violazioni dei diritti umani.

 

 Link per approfondire:

http://it.wikipedia.org/wiki/Conflitto_del_Darfur

http://worldwithoutgenocide.org/genocides-and-conflicts/darfur-genocide

About Valeria Sirigu

Mi sono iscritta in giurisprudenza perché il diritto per me è uno stile di vita

4 comments

  1. bellissimo articolo!

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