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Ratifica della Germania e Botswana: una vittoria per i diritti umani?

Il 3 e il 4 giugno del 2013 gli Alti rappresentati di Germania e, per la prima volta tra gli stati africani, del Botswana hanno ratificato due emendamenti allo Statuto di Roma, l’atto internazionale istitutivo della Corte Penale Internazionale.

I due emendamenti vertono rispettivamente sull’introduzione del crimine di aggressione e sull’ampliamento dell’articolo 8 sui crimini di guerra.

4934879207_3ce9a114cfLe modifiche all’articolo 8 incidono sul paragrafo 2, lettera e. In tema di definizione di ciò è che crimine di guerra, vengono aggiunte tre nuove limitazioni: si vieta l’impiego di veleni o armi avvelenate, di gas asfissianti o velenosi (e relativi liquidi o solidi) e di proiettili a espansione (a punta cava o soffice) o che si appiattiscono facilmente nel corpo umano.

L’introduzione del crimine di aggressione  è più articolata e interessante: muove sull’aggiunta di tre articoli (8-bis, 15-bis, 15-ter) ovvero nell’inserire il crimine di aggressione e la relativa giurisdizione su di esso.

La fattispecie dell’art 8-bis vieta qualunque  progettazione, pianificazione, iniziazione o esecuzione, da parte di una persona in effettivo controllo, capace di incidere sulla sfera politica o militare di uno stato, in palese contrasto con la Carta delle Nazioni Unite. Di fatto, copre qualunque dichiarazione di guerra (come previsto dal paragrafo 2 dello stesso articolo, in accordo con la risoluzione dell’ Assemblea Generale 3314 del 1974). Gli altri due articoli stabiliscono quando la corte viene investita di tale giurisdizione (ovvero le solite tre vie: per proprio motu del prosecutor, per referto di uno stato membro o se viene richiesto alla corte dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU), quali siano i suoi limiti temporali e l’estensione a terze parti.

Per quanto sia un notevole passo avanti nella realizzazione degli obiettivi dell’ ONU, quali il mantenimento della pace e la messa al bando della guerra come metodo di risoluzione convenzionale delle controversie, non si può guardare a questi tre articoli senza un certo grado di perplessità.

L’emendamento parte col vento in poppa sull’articolo 8-bis, mettendo al bando praticamente qualunque tipo di aggressione (anche se, va detto, non tiene conto dello sviluppo di nuove tecnologie e del loro riflesso, forse confidando in un’interpretazione estensiva dell’articolo), per poi naufragare sugli articoli 15-bis e 15-ter, ponendo delle limitazioni piuttosto stringenti: la corte eserciterà tale giurisdizione solo un anno dopo l’accettazione da parte di terze parti, non riguarda gli stati non membri, si ribadisce che la giurisdizione deve essere volontariamente accettata e, comunque, potrà esercitarla solo dopo una decisione da prendere il primo gennaio 2017 che dovrà avere la stessa maggioranza degli Stati necessari alla procedura di emendamento dello statuto.

Sicuramente non è facile ottenere un cambiamento repentino nel diritto internazio7629109376_1c5d86aa2bnale, che spesso è molto più conservatore del diritto interno di uno stato, ma tutte queste limitazioni rischiano di minare il genuino scopo degli emendamenti. Se tutto si concluderà con un nulla di fatto, i critici della Corte Penale Internazionale (ICC) avranno buon gioco nel considerarla un organismo costoso e inutile.

Qualcuno potrebbe obiettare che anche solo l’entrata in vigore parziale di questi emendamenti è da considerarsi un grande successo. Sicuramente lo sarebbe sotto il profilo del progresso nel riconoscimento dei diritti umani, ma dubito fortemente che qualche possibile, sparuta e oscura sentenza possa andare a spaventare quegli stati che sistematicamente commettono violazioni e atti di aggressione. Inoltre non è nemmeno detto che tutto questo possa portare a migliorare le relazioni tra gli stati.

Conclusioni:

Per quanto sia un passaggio significativo e un notevole spiraglio di luce per un futuro che sembra sempre più incerto e frammentato, non credo si possa ritenere una grande vittoria. Forse sarebbe stato più positivo cercare di ottenere un consenso il più possibile diffuso su meno questioni, piuttosto che avere i soliti stati virtuosi e qualche piccolo stato d’accordo su grandi principi che, poi, non troveranno applicazione. Se tante piccole battaglie possono condurre a una vittoria, di solito il ritenersi moralmente superiori non migliora le condizioni altrui.

 

About Riccardo Varisco

Laureando in informatica giuridica presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica, sede di Milano. Appassionato di scienze naturali e strategia militare.

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