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Ucraina: Bastano i tuoi precedenti giudiziari per tenerti in carcere

Ingiusta detenzione – Sentenza Komorova v. Ucraine, 16 Maggio 2013

L’imparzialità del giudice è probabilmente il punto di partenza di un processo e certamente requisito da mantenere per tutta la durata del procedimento di modo che non venga meno la sua terzietà rispetto alle parti. Va da sé che allora non sembri ammesso alcun margine di giustificazione per quel giudice che risulti corrotto o arbitrario, per quel giudice che per il solo fatto di non essere più terzo e imparziale rischia di venir meno al suo ruolo. Risulterebbe il egual misura scorretto quell’avvocato che cercasse di corromperlo? La tentata corruzione è grave tanto quanto la corruzione stessa? Simili dubbi sembrerebbero non doversi nemmeno ammettere e non perché si auspica una visione panglossiana del mondo della giustizia, ma anche puramente e semplicemente in conformità al comune senso di giustizia. Giustizia: quel marchingegno che però spesso si rivela ugualmente farraginoso rispetto a quei principi che dovrebbero permearlo o fungerne da ulteriori presupposti, come quello di motivare sufficientemente la proroga di un regime di custodia cautelare.

IL CASO – La Sig.ra Svetlana Ivanovna Komarova è una cittadina di nazionalità ucraina che dal 2004 si trova coinvolta in un procedimento penale. A che titolo e perché? La Sig.ra è un avvocato e la si accusa di frode e di tentata corruzione. Sembra, infatti, che avrebbe tentato di corrompere un giudice. Scatta l’arresto e la Procura chiede al giudice di ordinare la custodia cautelare a carico della ricorrente di cui si temeva la fuga dal momento che disponeva di idonei mezzi finanziari e di uno speciale passaporto per i viaggi all’estero. Vi era anche il rischio che potesse ostacolare le indagini, fare pressione sui testimoni e distruggere le prove documentali.
Una fedina penale non del tutto linda non remava certo in suo favore: già in precedenza era stata accusata di frode.
Il regime di custodia cautelare viene prorogato fino alla chiusura dell’inchiesta e il giudice di primo grado arriva a sentenza solo due anni dopo l’avvio del procedimento: la Sig.ra Komarova viene condannata a sette anni di reclusione perché ritenuta colpevole di frode e tentata corruzione. Ma solo qualche mese dopo la Corte d’Appello annulla la sentenza e chiede la riesamina del caso. Non vi sono però motivi per ritenere che la detenzione cautelare non sia più necessaria e di conseguenza interviene ancora una volta la proroga del regime. Sembra cader nell’ombra la richiesta di rilascio del difensore della Sig.ra Komarova: il suo stato di salute sembrava rendere inidonea la detenzione. Arriviamo al 2009: le malattie della ricorrente sono state sì accertate, ma non le si reputa motivo idoneo per il rilascio.  Nell’aprile dello stesso anno interviene la condanna a cinque anni di reclusione e la ricorrente viene rilasciata.

In violazione dell’Art 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo la ricorrente lamenta la tortura durante il suo periodo di detenzione. Sembrerebbe che la Sig.ra Komarova abbia avuto un aborto spontaneo a causa dello stress, che abbia rischiato di perdere la vista e di essere stata costretta a prender parte alle udienze nonostante avesse la pressione alta e problemi di cuore. Sostiene che non le siano state apprestate cure adeguate, di non aver ricevuto un paio di occhiali per risolvere i suoi problemi di vista e di aver dovuto condividere la cella con altri detenuti che fumavano in continuazione, rimanendo del tutto ignorate le sue lamentele sul punto.
In violazione dell’Art 5 Cedu lamenta, inoltre, l’eccessiva durata del regime di custodia cautelare cui era stata sottoposta.

Il Governo sostiene innanzitutto che un’ecografia aveva confermato che la ricorrente non era incinta e che per ciò che concerne gli altri problemi di salute aveva ricevuto cure mediche adeguate, anche da parte di specialisti esterni alla struttura di detenzione. Non dubita che il costante monitoraggio da parte dei medici avrebbe sicuramente messo le autorità al corrente laddove la donna non fosse stata in grado di prender parte alle udienze per motivi di ipertensione e per i problemi di cuore. Sostiene inoltre che la Sig.ra Komarova non aveva mai lamentato il fatto di dover condividere la cella con detenuti fumatori.
Quanto alla presunta violazione dell’Art 5 invece il Governo non ha presentato osservazioni sulla ricevibilità di tale censura.

CORTE EDU – La Corte ricorda che, a norma dell’Articolo 3 della Convenzione, lo Stato deve garantire che una persona sia detenuta in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che il modo e il metodo di esecuzione della misura non lo sottopongano a stress o difficoltà di un’intensità superiore al livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle esigenze pratiche della detenzione, la sua salute e il suo benessere vengano adeguatamente protetti. Il semplice fatto che un detenuto venga visto da un medico e gli venga prescritta una certa forma di trattamento non può portare automaticamente alla conclusione che l’assistenza medica fornitagli sia stata adeguata. La Corte rileva comunque che in numerose occasioni la Sig.ra Komorova è stata visitata da vari specialisti e sottoposta a vari esami e procedure mediche tanto da poter concludere che le autorità abbiano fatto tutto quello che si sarebbe potuto ragionevolmente prevedere per salvaguardare la salute della ricorrente. La Corte rileva, infine, che non vi è alcuna prova a sostegno delle affermazioni della ricorrente rispetto al fatto che il peggioramento delle sue condizioni di salute fosse altresì dovuto all’aver condiviso la cella con detenuti fumatori e rispetto al fatto di essere stata costretta a prendere parte alle udienze anche col manifestarsi di gravi problemi di salute. Non c’è stata quindi violazione dell’Art 3 Cedu.

Esaminando il caso di specie alla luce dei principi generali stabiliti nella sua giurisprudenza la Corte osserva che inizialmente la detenzione della Sig.ra Komarova si è basata sulla gravità delle accuse che venivano mosse nei suoi confronti, sulla probabilità di una sua fuga e di poter costituire ostacolo alle indagini. Anche se la detenzione della ricorrente può essere stata inizialmente giustificata per questi motivi, dopo un certo periodo di tempo i tribunali erano obbligati a motivare specificamente le loro decisioni di prorogare il regime di custodia cautelare e invece hanno ripetutamente invocato gli stessi motivi per quasi cinque anni sulla base della necessità di approfondire il caso senza analizzare se la situazione della ricorrente fosse in qualche misura cambiata.
Per questo si accerta la violazione dell’Art 5 della Convenzione.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Komorova v. Ukraine del 16 Maggio 2013.

 

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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