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Eutanasia: La Corte di Strasburgo chiede alla Svizzera delle regole precise

Diritto al rispetto della vita privata e familiare – Sentenza Gross v. Switzerland, 14 Maggio 2013

Una donna over 80 in piena salute e con piene facoltà mentali chiede insistentemente di porre fine alla propria esistenza. A leggere e trattare questo caso ci si chiede continuamente il “perché” di una così estrema decisione e si rimane – a mio avviso – sconcertati da questo schiaffo alla vita. Ad ogni modo, secondo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo è compito dello Stato, che ammette l’eutanasia, prevedere anche i presupposti per riconoscere il diritto al suicidio medico-assistito e, nel caso dell’anziana signora, stabilire se può accedere o meno a tale diritto.

IL CASO – La Sig.ra Alda Gross è una cittadina svizzera che presenta il suo ricorso contro la Federazione Svizzera in quanto questa non asseconda il suo desiderio di morire. Tale desiderio si basa sul fatto che la signora, poco più che ottantenne, sta invecchiando e non riesce più ad accettare il suo calo fisico, e in certa misura, mentale congruente alla sua età: sostanzialmente sono diminuite la memoria, le capacità di concentrazione e attenzione, la capacità di continuare a fare le sue lunghe passeggiate, ecc. e non sopporta di continuare a condurre una vita monotona così come ormai sta facendo. Dopo un tentativo fallito di suicidio, e per evitare che un eventuale secondo fallimento possa causarle delle conseguenze più gravi, chiede di porre fine alla sua vita con una dose letale di pentobarbital di sodio, una sostanza che le permetterebbe di avere una morte certa ed indolore. Per il supporto, contatta l’associazione EXIT che si occupa di promuovere il diritto all’eutanasia, ma la stessa presenta i propri dubbi sulla possibilità di trovare un medico disposto a prescrivere il farmaco.
La ricorrente viene visitata comunque da uno psichiatra e la perizia certifica che la signora è in grado di formarsi un proprio giudizio – requisito richiesto dal governo svizzero -, che la scelta di morire è stata a lungo pensata e ben ponderata e che questa non è frutto di una malattia psichiatrica, anzi, per i medici la signora gode di un’ottima salute in relazione alla propria età. Il medico a cui era stata fatta la richiesta, non aveva nessuna obiezione sulla prescrizione del farmaco letale, ma rifiutò di somministrarlo per non confondere il ruolo di perito, incaricato di verificare lo stato di salute della signora, con quello di medico curante che è colui che dovrebbe prescrivere il pentobarbital di sodio e assistere poi, concretamente, il suicidio del paziente. Rifiuto dato anche da altri medici che sostanzialmente non volevano avere responsabilità ed essere coinvolti in lunghi procedimenti giudiziari.

La Sig.ra Gross presenta ricorso prima al Consiglio della Sanità per il rilascio di 15 grammi di pentobarbital di sodio, e successivamente al Tribunale amministrativo. Entrambe le richieste vengono rifiutate. Le motivazioni fanno riferimento al fatto che, stando alla propria giurisprudenza, l’ ordinamento svizzero riconosce il diritto di porre fine alla propria vita a quei cittadini affetti da malattie terminali; in questi casi, i medici che praticano l’eutanasia non sono soggetti a responsabilità penale. Al contrario, fuori da queste ipotesi, chi assiste qualcuno al suicidio per “motivi egoistici” è sottoposto alla responsabilità penale così come disposto dall’ Art. 115 c.p. svizzero.
Lo scopo del legislatore elvetico è quello di salvaguardare i cittadini dal prendere decisioni affrettate ed evitare inoltre possibili abusi della pratica del suicidio assistito.

Per far ciò, l’Accademia di Scienze mediche (SAMS) ha tracciato delle linee guida che indicano i requisiti necessari perché si possa effettuare l’eutanasia. I presupposti sono:

  1. la malattia del paziente deve essere ad uno stato avanzato tale da presupporre una morte entro poco tempo;
  2. l’impossibilità di fornire un’assistenza alternativa al paziente;
  3. la cosciente e ponderata volontà del gesto espressa dal paziente, decisa senza condizionamenti esterni.

Nel caso di specie, la signora non possiede nessuno di questi requisiti e dunque non rientra nella categorie di persone che possono avere accesso all’eutanasia.

CORTE EDU Esperiti tutti i ricorsi interni, la Sig. Gross si rivolge alla Corte EDU lamentando la violazione dell’ Art. 8 della Convenzione Europea (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) in quanto le autorità svizzere, negandole la dose di pentobarbital di sodio, avevano violato il suo diritto di decidere con quali mezzi e in quale momento la sua vita sarebbe dovuta finire.
Secondo l’ Art. 8 Cedu “Ogni individuo ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare. Non ci può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e necessaria in una società democratica (…) per la protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui.”

Il Governo svizzero, a sostegno delle proprie ragioni, ha presentato solo le linee guida emanate dalla SAMS (Organizzazione non governativa) le quali non hanno valore di legge e, dunque, la violazione dell’ Articolo 8 sussiste nella misura in cui non è prevista una disposizione legislativa che determini nello specifico quali presupposti debbano esistere per la prescrizione del farmaco letale. La Corte non entra in merito alla decisione del Governo svizzero di praticare l’eutanasia (delicato argomento che rimane nel c.d. margine di apprezzamento di ogni Stato), ma rileva l’incertezza causata proprio dalla mancanza di una previsione di legge chiara e precisa sull’argomento. Tale mancanza ha provocato nella ricorrente un notevole grado di angoscia e di incertezza per la propria autodeterminazione che non ci sarebbe stata se il legislatore fosse stato puntuale nel disciplinare un argomento delicatissimo come il suicidio assistito. La nozione di “vita privata” tutelata dal suddetto articolo è un concetto ampio che indica il diritto al rispetto dell’autonomia personale nel quale è insito il diritto di decidere coscientemente anche sulla fine della propria vita, se la legge del proprio Stato lo riconosce. Da ciò la condanna della Svizzera per violazione dell’articolo 8 CEDU.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Gross v. Switzerland del 14 Maggio 2013

 

 

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