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In Romania l’opinione pubblica conta più della legge!

Diritto alla libertà e alla sicurezza – Sentenza Lauruc v. Romania, 24 Aprile 2013

Siamo abituati ad assistere a processi che nella maggior parte dei casi non soddisfano l’opinione pubblica: provvedimenti poco severi, pene “non esemplari”, scarsa fiducia nella giustizia, ecc. Ebbene, i giudici rumeni per evitare che il parere popolare potesse muovere delle critiche nei confronti del loro lavoro, giustificano una rigida detenzione cautelare – e il suo prolungamento – proprio sulla base della necessità di convincere l’opinione comune, eludendo così l’obbligo di una reale e concreta motivazione.

opinione pubblica

IL CASO – Nel 2002 il Sig. Mihai Lauruc, uomo d’affari e principale azionista di una grande società di stoccaggio carburante, venne trattenuto in custodia cautelare perché accusato di frode: in particolare il procuratore della Corte Suprema, dopo aver avviato delle indagini riguardanti le transazioni commerciali di varie aziende del settore, accusò il cittadino rumeno di aver firmato un contratto di consegna di carburante che avrebbe provocato un pregiudizio di 28 miliardi di lei rumeni (circa 1 milione di euro) ad una società commerciale. Ma dopo quattro giorni il ricorrente venne rilasciato in quanto non vi era alcuna prova di colpevolezza per giustificare la privazione della libertà.

Le indagini proseguono e poco meno di un anno dopo il Sig. Lauruc viene arrestato con la stessa accusa di truffa e falso e incriminato per l’accusa di essere coinvolto nell’ importazione di tonnellate di combustibile industriale rivenduto come diesel ad altre aziende. Secondo il pubblico ministero, la detenzione del ricorrente era dovuta, poiché senza questa misura, avrebbe potuto ostacolare le indagini; il ricorrente invece sosteneva che non vi era alcuna prova che giustificasse tale decisione, se non la testimonianza di un co-imputato che per discolparsi aveva rivolto le accuse nei confronti dello stesso. Per questo motivo il Sig. Lauruc inizia uno sciopero della fame che lo porterà successivamente al ricovero in ospedale.

Nonostante il suo gesto di protesta, la custodia cautelare venne protratta per altri trenta giorni poiché i giudici ritenevano che era tale la gravità delle accuse mosse a carico degli imputati che il loro rilascio avrebbe potuto offendere l’opinione pubblica e minare la fiducia nel sistema giudiziario. Anche se vi erano fondate garanzie che gli imputati non avrebbero aggirato le indagini o commesso atti che li avrebbero potuti esonerare da responsabilità, rilasciarli significava non dare una punizione a chi, come loro, aveva violato la legge. Dunque, i giudici scelsero di dare valenza all’opione pubblica, piegando lo strumento giuridico (e le sue garanzie).

Proprio a causa di questa non imparzialità, i giudici vennero ricusati e la causa, su volere del ricorrente, fu affidata ad un altro Tribunale che, successivamente ha assolto il Sig. Lauruc non rilevando la commissione di alcun reato in merito alla importazione e la rivendita di carburante.

Il ricorrente si appella la Corte EDU, sostenendo che il suo arresto e la sua detenzione hanno violato gli Artt. 3 e 5 della Convenzione. Per quanto riguarda la violazione dell’Art. 3 secondo cui “nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”, egli sostiene di aver trascorso i suoi tre mesi di detenzione in uno spazio personale di 1,29m² (lo standard stabilito dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti è di 4m² per ogni detenuto), in una cella sporca con il letto in ferro e senza materasso e di esser stato lasciato senza vestiti e senza scarpe. Inoltre, sostiene di non aver ricevuto assistenza medica e cure durante il suo sciopero della fame, ma di averle ricevute solo al termine dello stesso.

Invoca, infine, l’Art.5 § § 1, 3 e 4 della Convenzione secondo cui:

“nessuno può essere privato della libertà, se non nei casi e nei modi previsti dalla legge: se è stato arrestato o detenuto per essere tradotto dinanzi all’ autorità giudiziaria competente perché vi sono motivi plausibili di sospettare che egli abbia commesso un reato; ogni persona arrestata o detenuta (…) deve essere tradotta al più presto dinanzi a un giudice o a un altro magistrato (…) e ha diritto di essere giudicata entro un termine ragionevole o di essere messa in libertà durante la procedura”

Sostiene infatti che i giudici non basarono la sua detenzione su prove che potevano ragionevolmente far credere che avrebbe potuto eludere le indagini o addirittura fuggire e, tra l’altro, perché non è stato nemmeno portato immediatamente davanti ad un giudice per essere ascoltato.

Il Governo dal canto suo respinge ogni accusa sia relativa al problema del sovraffollamento sia sulla violazione del diritto alla libertà e alla sicurezza. La motivazione che era alla base del provvedimento di carcerazione era prevista dallo stesso codice di procedura penale visto che lo stesso autorizza la detenzione nei casi in cui si ha ragione di credere che l’imputato possa impedire la scoperta della verità, quando il reato è punibile con una pena superiore a due anni di carcere e quando il rilascio della persona costituisce un pericolo per l’ordine pubblico. Data la natura complessa dei reati ipotizzati contro il ricorrente, la gravità e il numero di persone coinvolte, il Governo ritiene che la detenzione dello stesso è stata indirizzata a preservare l’ordine pubblico.

CORTE EDU –  La Corte ricorda che, anche se le misure di custodia cautelare di solito comportano alcuni svantaggi per un detenuto, egli non può comunque perdere il beneficio dei diritti garantiti dalla Convenzione. Per la violazione di cui all’Articolo 3 CEDU, la Corte ha più volte ribadito che il sovraffollamento è di per sé da solo sufficiente a costituire la violazione di uno dei diritti fondamentali: vivere in tale stato anche per un breve periodo non diminuisce la gravità delle condizioni subite dal ricorrente. Dunque, la violazione c’è stata.
Giudicando sulla violazione dell’Articolo 5, la Corte ricorda che lo stesso ha come scopo principe quello di proteggere l’individuo dall’arbitrio dell’organo giurisdizionale, pertanto qualsiasi decisione da parte dei giudici nazionali in materia di applicazione dell’Art. 5 deve essere conforme ai requisiti procedurali e sostanziali previste dalla Convenzione.

Quanto alla pericolosità del soggetto per l’ordine pubblico, la Corte osserva che in realtà l’accusa non ha fornito le prove dell’esistenza di un tale pericolo, essendo chiaro che il provvedimento detentivo è stato mantenuto solo per garantirsi la fiducia popolare. I giudici di Strasburgo ribadiscono che la ragionevolezza della durata della detenzione non si presta ad una valutazione astratta: qualsiasi protrarsi della detenzione di un accusato, anche per un breve periodo di tempo, deve essere giustificata in maniera convincente da parte delle autorità.

Visti i fatti, si nota chiaramente che è venuto a mancare uno dei requisiti basilari di ogni provvedimento e/o decisione, ossia la motivazione, ma non parliamo di mancanza di motivazione in termini tecnico-processuali, ma la mancanza di ragioni che giustifichino i provvedimenti adottati. Per questo, la Corte ritiene che vi sia stata una violazione anche dell’art.5  § § 1, 3 e 4 della Convenzione.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Lauruc v. Romania del 24 Aprile 2013.

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