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Turchia: meglio non protestare durante un controllo, la polizia perde facilmente la testa!

 Diritto alla Vita – Sentenza Külah and Koyuncu v. Turkey, 23 Aprile 2012

La violenza tra individui è un qualcosa che ci stupisce sempre. Ma quando l’autore di una violenza è un agente in divisa, cioè un rappresentante dell’autorità che dovrebbe proteggerci, allora la notizia ha un peso maggiore. Sono tanti i casi in cui le autorità superano il limite del loro potere, non solo all’estero, ma anche nel nostro Paese. L’abuso del potere coercitivo di cui sono titolari non dovrebbe mai essere giustificato, anzi, dovrebbe essere chiaro il fino a che punto ci si può spingere nell’esercizio delle proprie funzioni! E’ giusto anche che più è notevole un potere più elevata deve essere la responsabilità di chi ne è titolare.

Il CASO  –  Due genitori turchi, il sig. Ibrahim Külah e la sig.ra Naile Koyuncu, persero il proprio figlio diciannovenne nel luglio 2001, perché freddato con un colpo di pistola da un ufficiale di polizia.
Quella tragica sera il ragazzo si trovava in un parco con 2 amici nella città di İzmir, quando ad un tratto dei poliziotti gli fermarono per effettuare un normale controllo d’identità. I ragazzi  non mostrarono alcun tipo di resistenza e consegnarono le proprie carte d’identità all’agente Ö.A. Ma i loro documenti vennero visionati anche da un altro individuo, seduto nel furgone della polizia, che vestiva indumenti civili e che non sembrava essere un ufficiale. Ali – il figlio dei ricorrenti – protestò, affermando che un civile non avesse alcun diritto a visionare i loro documenti. Dinanzi a questa protesta, un agente in uniforme ordinò al ragazzo di tacere, schiaffeggiandolo sul volto. Ali cadde a terra, ma a quel punto gli altri agenti cominciarono a picchiarlo. Il ragazzo indifeso tentò di fuggire, ma venne raggiunto dall’agente Ö.A., che dopo averlo colpito con dei calci, gli sparò. Il ragazzo, subito dopo l’accaduto, venne portato in ospedale, ma morì 4 giorni dopo l’incidente. Mentre era ricoverato in terapia intensiva, Ali riuscì a rilasciare una testimonianza contro il suo assassino e a denunciare l’accaduto.

TurchiaL’agente Ö.A., però, non solo non venne arrestato dopo la tragica vicenda, ma  non subì alcun tipo di sanzione per il suo comportamento, fino a quando il padre del ragazzo ucciso, dinanzi a questa ingiustizia, denunciò l’agente Ö.A.

Durante il processo l’ufficiale, contestando la descrizioni dei fatti dell’accusa, raccontò che durante la colluttazione, i colpi non furono sparati da lui ma involontariamente da un altro agente.
I genitori del ragazzo, dal canto loro, si lamentarono su come vennero svolte le indagini: la pistola non era stata esaminata al fine di estrapolarne le impronte digitali, le relazioni degli agenti dopo l’incidente furono poco chiare e dubbie. Ma queste censure si persero nel vuoto poiché furono respinte.

Il 30 dicembre 2003 l’agente Ö.A. venne dichiarato colpevole di omicidio colposo e condannato ad otto anni. I giudici ritennero che l’agente fu costretto a sparare per neutralizzare la resistenza che Ali mostrò all’arresto, ma l’eccessivo uso della forza da parte dell’agente ne causò la morte, e per questo venne condannato. La pena, però, si ridusse drasticamente fino a divenire irrisoria, sia perché il reato era stato commesso dall’agente nell’esercizio delle sue funzioni, sia per buona condotta e per non avere precedenti penali, ma anche perché i giudici ritennero che fosse improbabile che l’imputato commettesse altri reati in futuro. I genitori di Ali, dinanzi a questa scelta dei giudici, presentarono un ricorso contro la sentenza, che fu però respinto.

Allora i genitori del ragazzo turco avviarono anche una causa civile nei confronti dell’agente Ö.A., che fu condannato al pagamento di €5.550 da parte del Tribunale Civile di Izmir, e anche un altro procedimento contro la polizia, per l’approssimazione e l’incertezza con cui vennero eseguite le analisi su l’arma del delitto. Infatti vennero condannati a pagare una multa di circa 480€ alla famiglia.Polizia turca

Dopo questa lunga vicenda, i due cittadini turchi depositarono un ricorso contro la Turchia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando la violazione degli articoli 2, 6 e 13 della Convenzione. Essi affermavano, infatti, che fosse stato violato il diritto alla vita del proprio figlio, e che le autorità non avessero garantito adeguate indagini interne. Chiesero, infine, un risarcimento di €80mila per danno patrimoniale, e di €120mila per danno non patrimoniale.

IL GOVERNO – contestando le affermazioni dei ricorrenti, ritiene che i genitori non possano più ritenersi vittime essendo stati già risarciti con un adeguato indennizzo dal Tribunale Civile di Izmir per la morte del figlio. Inoltre, tiene a precisare che la morte del ragazzo non era avvenuta intenzionalmente, ma l’agente fu costretto a sparare dalla reazione del ragazzo.

LA CORTE – dopo aver respinto l’eccezioni del Governo, dichiara che vi è stata la violazione dell’art. 2 CEDU, a causa dell’omicidio del ragazzo e dalla sospensione della pena detentiva dell’agente condannato. Infine accorda un risarcimento di € 65mila che lo Stato turco è tenuto a versare a ricorrenti, a titolo di danno non patrimoniale.

Quest’ulteriore caso ci fa riflettere: un’arma che sia in mano ad un agente o  ad un criminale, è pur sempre un’arma; con un’unica differenza: un agente è addestrato su come e quando usarla. Ma allora, qual è quel limite, superato il quale un agente è tenuto ad usare la propria arma contro un altro uomo? È giusto proteggere la propria vita quando si è in pericolo o quando ad essere in pericolo è qualcun altro. Ma non è accettabile che sia usata con leggerezza …  Ali, quella sera si trovava in un parco con degli amici, stavano passando una tranquilla serata, che invece si è trasformata in una tragedia. Il ragazzo turco non aveva commesso alcun reato, era stato semplicemente sottoposto ad un controllo, e a causa di una semplice protesta ha perso la vita.
Purtroppo questo non è un caso isolato: anche in Italia ci sono stati diversi episodi di ragazzi uccisi dalle forze dell’ordine per un eccessivo uso della forza. Pensiamo a Carlo Giuliani, ucciso a Genova durante una protesta tra manifestanti anti-G8 e forze dell’ordine, precisamente da un carabiniere; assolto nel 2009 anche dalla CEDU per aver agito per legittima difesa. O a Federico Aldrovandi, il ragazzo ferrarese morto dopo una colluttazione con 4 poliziotti, mentre rientrava da una serata con gli amici. Casi come questi ci fanno capire che questo problema ci riguarda molto da vicino, più di quanto pensiamo. La soluzione non è trovare delle vittime o dei carnefici, o ancora peggio generalizzare, ma semplicemente responsabilizzare chi ha il potere di decidere sulla vita degli altri.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Külah and Koyuncu v. Turkey del 23 Aprile 2012.

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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