Home / Categorie Violazioni CEDU / L’ex sindaco di Budapest perde 37 chili in carcere: l’Ungheria deve risponderne?

L’ex sindaco di Budapest perde 37 chili in carcere: l’Ungheria deve risponderne?

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Sentenza Hagyó v. Hungary , 23 Aprile 2013

IL CASO – Il Sig. Miklós Hagyó, ex primo cittadino di Budapest ed ex membro del Parlamento, nel 2010 viene arrestato con l’accusa di peculato di fondi pubblici per aver usato in modo improprio i fondi della Società dei Trasporti di Budapest. La polizia lo arresta quando questi non è più coperto dall’immunità parlamentare benché già in precedenza fossero state avviate delle indagini penali contro alcuni dei vertici della Società dei Trasporti e contro uno stretto collaboratore del ricorrente. Nonostante questo e quindi benché fosse a conoscenza delle indagini in corso il Sig. Miklós Hagyó non ha lasciato il Paese: è questo uno degli assi nella manica che cerca di giocare la sua difesa nel momento in cui si decide di porlo in custodia cautelare. Regime che sembrerebbe non potersi giustificare quindi, non essendovi il pericolo di fuga, e in luogo del quale si auspicava una misura meno coercitiva. Vani si rivelano i tentativi di ricorso, così come i tentativi di accedere ai fascicoli contenenti le prove di un suo coinvolgimento nei reati di cui lo si accusava.
La detenzione cautelare viene prolungata per diversi mesi nonostante i tentativi della difesa di dimostrare l’improbabilità di un’intenzione da parte del ricorrente di tentare la fuga e nonostante la difesa avesse più e più volte tentato di far valere l’aggravarsi delle sue condizioni di salute a motivo del rilascio. Sì, perché il caso del Sig. Miklós Hagyó stupisce proprio per questo: si trova a dover scontare il regime di custodia cautelare in una cella di 3,52 m2 per 4 mesi e solo dopo le sollecitazioni dei medici gli è stata concessa una cella di 4,7 m2, più grande della prima per quel tanto che basta ai fini della conformità agli standard stabiliti dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene inumani o degradanti. E non finisce qui. Vivere in una cella con dimensioni al di sotto degli standard minimi vitali e avere la possibilità di uscire solo un’ora al giorno all’aperto non sono di certo un toccasana per la salute del ricorrente: fin dall’ingresso nell’istituto penitenziario le autorità erano state messe a conoscenza dei suoi problemi di asma, di sinusite, delle sue intolleranze e dell’infiammazione di un orecchio, ma almeno inizialmente non vengono reputati di gravità tale da consentire che il detenuto trascorresse più tempo all’aperto.
Un dato fa scalpore: sembrerebbe che in nove mesi di detenzione cautelare il Sig. Miklós Hagyó abbia perso ben 37 chili!
Il degrado della detenzione non ha probabilmente contribuito al miglioramento delle sue condizioni di salute e alla perdita di peso che può derivarne, ma questo dato va necessariamente contemperato anche con la stessa volontà del Sig. Miklós Hagyó di perder peso: sappiamo che questi fosse stato addirittura autorizzato all’utilizzo di una cintura snellente!
Il quadro peggiora ulteriormente se si considera che la detenzione può incidere negativamente anche su altri aspetti della vita di un detenuto, non solo sulla sua salute: basti pensare ai rapporti coi propri familiari che rischiano di essere compromessi da misure di tutela nelle indagini. Anche con questo aspetto il Sig. Miklós Hagyó si trova a dover fare i conti: notevoli le difficoltà di incontrare la sua bambina di 11 anni, non perché fosse proibito, ma perché la stessa salute della bambina lo rendeva difficile e sembrava preclusa al ricorrente ogni possibilità di ottenere misure meno coercitive per potervi porre rimedio. Le stesse visite della moglie erano state vietate a un certo punto: si sospettava che i due coniugi avessero tentato di aggirare tutte le misure di sorveglianza in materia.
Comunque quando per l’aggravarsi delle condizioni del ricorrente sembrava non essere più sufficiente una sola ora in più all’aperto il Tribunale opta per la concessione degli arresti domiciliari.
Già dall’esposizione dei fatti è possibile risalire a quelli che saranno i motivi di ricorso innanzi alla Corte di Strasburgo. In violazione dell’Art 3 Cedu il Sig. Hagyó lamenta che che l’ambiente umido e ammuffito delle celle anguste dove ha dovuto trascorrere 23 ore al giorno, il ritardo nel concedergli la possibilità di trascorrere più tempo all’aria aperta e in più l’inadeguatezza della sua nutrizione abbiano significativamente contribuito al peggioramento della sua condizione e alla sua estrema perdita di peso. In violazione dell’Art 5 Cedu lamenta che la sua detenzione cautelare e le sue proroghe non erano giustificabili in quanto i giudici non erano riusciti a produrre elementi concreti alla base della necessità di questa misura, senza contare che il ricorrente non aveva avuto inoltre accesso ai fascicoli di prova. Il Sig. Miklós Hagyó sostiene inoltre che contrastino con l’Art 8 Cedu il divieto di visite e telefonate da parte di sua moglie e la negazione di poter sentire più spesso telefonicamente sua figlia. Violazioni quest’ultime rispetto alle quali, in contrasto con l’Art 13 della Convenzione, i rimedi interni si erano rivelati insufficienti.

Il Governo contesta la le posizioni del ricorrente sostenendo che questi avrebbe dovuto intentare una causa civile interna di risarcimento contro le autorità per il deterioramento del suo stato di salute. Lo stato di detenzione comunque non risultava incompatibile con le sue condizioni, ben potendo essere apprestate le dovute cure all’interno dell’istituto penitenziario. Il Governo contesta inoltre il mancato esaurimento delle vie di ricorso interno quanto al negato accesso ai documenti richiesti e che l’interferenza con il diritto del ricorrente al rispetto della sua vita familiare non fosse sproporzionata rispetto agli scopi legittimi perseguiti.

2655493760_b877349285CORTE EDU – L’Articolo 3 proibisce in termini assoluti la tortura e i trattamenti inumani o degradanti. La Corte non è in grado di determinare la misura in cui le condizioni di detenzione del ricorrente abbiano contribuito alla notevole perdita di peso.Tuttavia ritiene che la permanenza prolungata in tali spazi angusti e di dimensioni al di sotto degli standard minimi vitali, insieme al fatto che il ricorrente fosse inizialmente in sovrappeso e soffrisse di disturbi respiratori evidentemente aggravati dalla mancanza permanente di aria fresca, è pari ad un trattamento in grado di arrecare sofferenze che vanno oltre la sofferenza inevitabile connessa con la detenzione legittima.
La Corte accerta pertanto la violazione dell’Art 3 Cedu.
Il ricorrente è stato tenuto in custodia cautelare per oltre nove mesi, essendovi secondo i giudici nazionali un potenziale rischio di fuga. A questo proposito la Corte non può trascurare il fatto che la presunta prova concernente l’intenzione del Sig. Hagyó di tentare la fuga non sia mai stata resa nota e il fatto che il sospetto che questi avesse commesso un reato grave avesse inizialmente giustificato la sua detenzione non poteva di per sé costituire un motivo “sufficiente” per decidere di prorogare il regime di custodia cautelare per l’intero periodo di riferimento, visti oltretutto i problemi di salute del ricorrente. Quanto alla negata possibilità di accedere ai fascicoli contenenti le prove, la Corte ritiene che si possa ravvisare la violazione del principio della parità delle armi: il Governo non è riuscito a dimostrare che al Sig. Hagyó sia stata data questa possibilità. Di conseguenza vi è stata una violazione dell’Articolo 5 della Convenzione.
Quanto alla presunta violazione dell’Art 8 la Corte ritiene che impedire al Sig. Hagyó di sentire con più frequenza sua figlia non sia un’interferenza con la sua vita familiare vista l’impossibilità dovuta allo stato di salute della bambina di aumentare la frequenza delle telefonate. Una violazione dell’Art 8 Cedu viene però accertata con riferimento al divieto imposto al ricorrente di sentire e vedere la moglie sulla base del sospetto che i due volessero eludere le norme di visita. A parere della Corte, la limitazione dei diritti di contatto è andata al di là di quanto necessario in una società democratica per garantire che non vi siano interferenze con le indagini in corso. Infatti, la misura in questione ha ridotto il godimento del candidato della vita familiare a un livello che può essere qualificato come sproporzionato alle circostanze. Vi è stata, inoltre, una violazione dell’articolo 13 della Convenzione perché il ricorrente non ha avuto un efficace rimedio interno per contrastare la violazione dell’Art 8.
Per questi motivi la Corte dichiara che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente 12500€ a titolo di danno non patrimoniale e 6000€ a titolo di costi e spese.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Hagyó v. Hungary del 23 Aprile 2013.

 

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top