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Uno spot animalista troppo spinto viene censurato: La Corte Europea salva l’Inghilterra

Libertà d’espressione –  Sentenza Animal Defenders International v. The United Kingdom, 22 Aprile 2013

Il diritto alla libertà  è un diritto fondamentale e imprescindibile di una società democratica, che però non è esente da limitazioni, soprattutto se si devono garantire l’ordine pubblico, la sicurezza nazionale o semplicemente altri interessi in gioco. Ma non è semplice trovare il giusto equilibrio, forse perché la linea di demarcazione tra censura e diritto alla libertà di espressione è molto labile e sottile oppure  perché la tentazione di controllare o veicolare il dibattito pubblico è molto forte. Una cosa è certa indebite ingerenze da parte degli Stati sono molto frequenti, soprattutto se l’informazioni che si voglio diffondere hanno direttamente o indirettamente un contenuto politico.

IL CASO – Nel 2005 l’Animal Defenders International (ADI), una delle ong animaliste più importanti a livello internazionale,  ha iniziato una campagna mediatica nel Regno Unito dal nome “My Mate’s a Primate”, tesa a denunciare lo sfruttamento e l’esposizione mediatica, i maltrattamenti e l’uso commerciale dei primati, e a sensibilizzare l’opinione pubblica e la politica inglese sull’esigenza di riformare la  legge in materia di diritti degli animali.
Lo spot in questione (come si può vedere nel video in basso) è della durata di 20 sec e si apre con le immagini di una bambina in una gabbia, che assume le movenze di un primate, spezzate da dei messaggi trasmessi in sequenza: “Uno scimpanzé ha l’età mentale di un bambino di quattro anni“, “Anche se condividiamo il 98% del nostro patrimonio genetico sono ancora in gabbia e maltrattati per divertire noi”;  e si conclude con l’immagine finale di una scimmia nella stessa posizione della bambina.  

Come da prassi la proposta di pubblicità, prima di essere trasmessa, è stata esaminata dal the Broadcast Advertising Clearance Centre (“the BACC”), organizzazione che ha la funzione di verificare la conformità degli spot  da trasmettere sulle piattaforme televisive britanniche alla normativa interna e ai codici pertinenti (es. buon gusto, decenza, ecc). Il 5 Aprile 2005 la BACC decise di respingere il suddetto spot, quindi di impedire la diffusione del messaggio pubblicitario, perché ritenne che i contenuti fossero “interamente o principalmente di natura politica“, e pertanto in contrasto con la sezione 321 (2) del Communications Act 2003, che prevede il divieto generale di pubblicità politica tramite mezzi radio-televisivi.
Dinanzi a questo rifiuto di trasmettere il loro spot, i legali dell’ADI decisero di intraprendere le vie legali al fine di ottenere una dichiarazione d’incompatibilità della  Communications Act 2003, come previsto dalla sezione 4 della the Human Rights Act del 1998 (legge di attuazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo nel Regno Unito). Essi sostennero dinanzi alla High Court che il divieto di pubblicità politica in televisione e radio imposto dalla legge del 2003 fosse incompatibile con l’articolo 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (Diritto alla libertà di espressione).

228601_10150303284964358_4508062_nThe High Court, e in particolare due giudici Auld LJ e Ousley J, ritennero, respingendo la domanda dell’associazione animalista, che tale divieto rientra nel giudizio discrezionale del legislatore che ha previsto questa forte limitazione di pubblicità politica attraverso i mezzi radio-televisivi sia  per la portata, l’immediatezza e l’influenza che possiede tale mezzo di comunicazione sull’opinione pubblica sia per garantire che il processo  democratico non sia veicolato o distorto da gruppi portatori di interessi economici che possono limitare o favorire determinati soggetti politici. La questione giunse in seguito anche dinanzi the House of Lords che respinse all’unanimità la censura sollevata, ritenendo tale previsione normativa legittima, confermando quindi la sentenza del grado antecedente.

Dopo essersi scontrati con il parere negativo delle autorità interne, l’ADI decide di depositare un ricorso contro la Gran Bretagna presso la Corte Europea dei diritti dell’uomo, l’11 Settembre 2008, sollevando la stessa censura, ossia che il divieto di trasmette lo spot violasse l’art 10 CEDU, che garantisce il diritto alla libertà di espressione, e che il divieto di pubblicità politica a pagamento è troppo ampio per poter essere ritenuto proporzionale per vari motivi: poiché era applicato anche al di fuori dei periodi elettorali; si prende in considerazione solo il mezzo di comunicazione radio-televisivo e non altri mezzi che stavano acquistando maggiore influenza (internet, social network, ecc) che possono essere monopolizzati dai ricchi; non si fa un distinguo tra “partito politico” e gruppi in difesa di interessi pubblici, limitando ingiustificatamente la loro capacità di impegnarsi in campagna pubbliche su questioni di interesse generale e creando un monopolio a favore di partiti politici.

LA CORTE– Dopo che una sezione della Corte europea, a cui era stato inizialmente affidato il caso, ai sensi dell’art 30 della Convenzione si dichiarò incompetente a deliberare come unica camera, la controversia venne esaminata dalla Grande Camera. La quale dopo circa otto anni, con la sentenza del 22 Aprile 2013, ha dichiarato con una stretta maggioranza (per 9 voti a 8) che non vi è stata violazione dell’art 10 Cedu.
Nel dispositivo la Corte di Strasburgo pone due questioni principali utili per verificare la legittimità dell’ingerenza: la  corrispondenza di essa ad un bisogno sociale imperioso e la sua proporzionalità allo scopo perseguito. Dalla giurisprudenza della Corte emerge, inoltre, che al fine di determinare la proporzionalità di una misura di carattere televisione ukgenerale, si deve valutare principalmente le scelte legislative che stanno alla base di essa, la qualità del controllo parlamentare e giudiziario necessario per verificare anche il funzionamento del relativo margine di valutazione. Aspetti che hanno fortemente veicolato la Corte  verso un giudizio di proporzionalità dell’ingerenza (previsto nel paragrado 2 dell’articolo 10 della Convenzione) sono stati il mancato consenso europeo tra gli Stati contraenti su come regolamentare la pubblicità politica a pagamento nelle trasmissioni, che ha avuto l’effetto di ampliare il margine di apprezzamento d’accordare agli stati per quanto riguarda le restrizioni alla libertà di espressione per il perseguimento di un interesse pubblico, e la rilevante diffusione e presenza delle campagne della suddetta ong tramite internet, stampa, manifestazioni e volantini.

Personalmente ritengo che in questa pronuncia la Corte Europea, forse anche a causa delle forti tensioni che da tempo sono emerse con le autorità della Gran Bretagna, che mal digeriscono le ingerenze della Corte nelle loro vicende interne (qui un articolo d’approfondimento: E se il Regno Unito uscisse dalla CEDU ?), non si è voluta discostare dall’orientamento dei giudici interni; ma su questa vicenda pesa anche il fatto che il collegio giudicante si è spaccato a metà, prova n’è la sottile maggioranza che si è creata. A mio avviso il problema di fondo sta nella scelta del legislatore inglese di prevedere un divieto generale ( ai ricchi e non) di trasmettere spot politici a pagamento sui mezzi radio-televisivi – finalizzato a garantire l’imparzialità del dibattito pubblico – che in realtà favorisce i gruppi più ricchi lasciando loro la possibilità di monopolizzare altre vie di comunicazione (i mezzi di stampa, internet, ecc), che stanno acquistando sempre più influenza, sfalsando comunque indirettamente il dibattito pubblico. A mio avviso sarebbe più equo un divieto più ristretto ed un esame caso per caso, garantendo eguali spazzi pubblicitari per tutti.
Poi per quanto concerne il divieto nel caso di specie ritengo che si sia limitata la possibilità al di fuori del periodo elettorale, non ad un soggetto politico, ma ad una organizzazione non governativa che è comunque un importante attore nel dibattito pubblico, e che tra l’altro non possiede risorse economiche tali da monopolizzare le vie di comunicazione come possono essere per esempio gruppi farmaceutici che applicano la vivisezione.

Infine – a mio avviso e come emerge anche in alcuni pareri dissenzienti dei giudici della Corte – il messaggio perseguiva più che altro un interesse pubblico (sensibilizzare il problema dei maltrattamenti) e non una critica faziosa ad una parte politica. Altro aspetto rilevante è che nelle motivazioni che giustificano il divieto non emerge un biasimo per la durezza delle immagini, che potevano offendere la sensibilità pubblica, ma erano fondate solo sul contenuto intrinsecamente politico dello spot (che poi quali siano contenuti politico o non, la legge inglese non lo specifica!). Pertanto, io ritengo che a causa della portata eccessivamente generale del divieto, che si applica in maniera eguale in situazioni diverse, esso limita in sostanza il diritto ad essere informazione dei cittadini. Di certo il particolarismo e l’eterogeneità normativa degli stati europei sulla materia non ha favorito lo sviluppo di un orientamento univoco su problemi di questo tipo, lasciando agli Stati molta discrezionalità su cosa si debba o non si debba sapere.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Animal Defenders International v. The United Kingdom, 22 Aprile 2013

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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