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Turchia: militari assaltano un villaggio, 13 uomini scomparsi nel nulla!

Diritto alla vita – Sentenza Meryem Çelik e altri v. Turchia, 16 aprile 2013

Questa vicenda risale al 24 luglio del 1994 giorno in cui  le forze militari turche arrivano nella città di Ormancık nel sud della Turchia e senza alcun preavviso ordinano il raduno di tutti gli uomini del villaggio nella piazza principale. Da qui in poi si scrive per la Turchia una pagina di storia, forse una delle più drammatiche.

Polizia TurcaIL CASO – Lungi da ogni garanzia propria di uno stato democratico, gli uomini vengono completamente spogliati dei loro  vestiti e brutalmente picchiati, e due donne che nel frattempo cercano in qualche modo di ribellarsi ad una simile barbarie, nonostante il loro stato interessante, non ricevono un trattamento diverso: vengono infatti picchiate, il ché gli procurerà, nei giorni successivi, aborti spontanei.

Tolleranza zero anche per Kerem İnan, ucciso dall’ufficiale FA perché non aveva raggiunto gli altri suoi concittadini nella piazza principale.

E come in un agguato che si rispetti, i soldati hanno, no solo, di lì poco dato fuoco a tutte le abitazioni del villaggio, dopo aver confiscato beni di valore e gioielli, ma anche arrestato 13 cittadini.

Ormancık, è una città esistente ormai solo nelle carte geografiche, di fatto rasa al suolo. La restante parte della popolazione, tra cui i ricorrenti parenti dei 13 cittadini arrestati, è costretta  a riparare  per ben tre anni, sino al 1997, nel campo profughi di Atrush nel nord dell’Iraq istituito dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Fanno ritorno in Turchia, a Şemdinli, solo nell’autunno del 1997.

Il 6 luglio del 1998 il Pubblico Ministero di Şemdinli apre un’inchiesta, a seguito della quale l’ufficiale FA e il sottufficiale della gendarmeria negano espressamente le accuse dei ricorrenti. Si apprende poi da una lettera delle forze armate indirizzata al Pubblico Ministero, che i 13 abitanti arrestati sono stati portati nella base militare di Derecik, e rilasciati a seguito dell’interrogatorio, il sig. Asur Seçkin  vienbe dichiarato morto a seguito di ferite d’arma da fuoco . Il 13 aprile dell’anno successivo viene formalizzata una relazione da parte del PM che  individua il sottoufficiale della gendarmeria e l’ufficiale FA come imputati per i reati di omicidio, furto aggravato, causa di aborto spontaneo, evacuazione forzata del villaggio, e incendio di veicoli. Per competenza la questione viene rimessa alla Corte d’Assise, che a sua volta il 22 aprile del 1999 viene dichiarata incompetente.

In questo caso infatti, secondo le leggi turche, le indagini riguardo i membri delle forze armate devono essere condotte dal Consiglio Amministrativo di Şemdinli, che l’8 giugno del 2000 decide di non procedere all’accusa, in quanto non risulta dagli atti la presenza degli imputati ad Ormancık il 24 luglio 1994.

Il totale disinteresse delle Autorità Turche rispetto a queste vicende è ancora più lampante se si pensa che in nessun tempo è stata notificata alcuna decisione ai ricorrenti.

LA CORTE EDU – La Corte non manca di sottolineare come la Turchia non sia nuova a casi di sparizione, ragion per cui giustifica i parenti a condurre le indagini ed ottenere così giustizia al loro posto.

In virtù dell’art. 2 CEDU che protegge il diritto alla vita, i ricorrenti denunciano i membri delle forze armate come unici responsabili della scomparsa dei loro parenti.

Secondo la Corte “le Autorità Nazionali sono responsabili del benessere delle persone in custodia e che spetta a loro l’onere di fornire una spiegazione plausibile per eventuali infortuni, morti e sparizioni che si verificano in custodia”.

In questo caso l’onere della prova è in capo allo Stato che a riguardo non fornisce alcuna prova documentale sul rilascio -in vita- dei 13 uomini. In ogni caso, aggiunge la Corte sono passati più di diciotto anni dal tempo dell’arresto, e non può che concludere che “devono essere presumibilmente morti” ed il Governo Turco non può che esserne il responsabile. Per Kerem İnan e  Asur Seçkin –unico cittadino cui l’arresto è stato riconosciuto dalle forze armate-  la Corte EDU deduce che certamente al momento della morte era sotto il controllo dei militari, e considerato il fatto che il Governo non ha presentato alcuna prova circa il contrario, non ha sufficientemente “soddisfatto” l’onere della prova. Vi è quindi una violazione dell’articolo 2 CEDU.

Di conseguenza i ricorrenti denunciano la violazione dell’art. 5 CEDU per ciò che concerne la privazione arbitraria della libertà. Nel caso di specie, come prima accennato, non vi è alcun documento ufficiale che attesti il rilascio dei 13 uomini: un fatto “gravissimo” per i giudici di Strasburgo che non esitano a qualificare come una via di fuga alle loro responsabilità: implicita la violazione dell’articolo 5 CEDU.

La  denuncia per la violazione dell’art. 3 CEDU -trattamenti inumani e degradanti- riguarda invece la “sofferenza” ingenerata nei parenti dei 13 uomini arrestati, a causa della loro scomparsa per opera delle forze armate turche. Rivendicano infatti “uno stress emotivo” al pari di una violenza, seppur morale, insostenibile che si pone in violazione dei diritti umani, che la Corte EDU accorda come tale. Il comportamento delle Autorità si pone infatti in violazione dell’articolo 3 CEDU.

Questa orribile  vicenda si conclude con la condanna per il Governo Turco al pagamento complessivo di 600 mila euro per danni patrimoniali, e 767 mila euro per danni morali.

La violenza inaudita e totalmente ingiustificata dei militari irrompe brutalmente nel processo di “democratizzazione” che la Turchia sta compiendo quale paese desideroso di entrare nell’Unione Europea. È vero che i fatti risalgono a circa vent’anni fa, e che la Turchia ha sicuramente fatto dei sostanziali avanzamenti rispetto al passato, ma una condanna così pesante da parte del Giudice degli stati è scaturita da un atteggiamento avuto dal Governo, in sede processuale, distante da un mea culpa costruttivo, o da una presa di coscienza atta a ristabilire quell’umanità per sempre negata ai 14 uomini –  di Casim Celik, Cemal Sevli, Yusuf Celik, Mirhaç Celik, Naci Şengül, Seddik Şengül, Reşit Sevli, Kemal Izci, Hayrullah Öztürk, Salih Şengül, Hursit Taşkın e Abdullah İnan, Asur Seçkin,  Kerem İnan- dei quali i militari turchi hanno cancellato ogni traccia.

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Meryem Çelik e altri v. Turchia, 16 aprile 2013.

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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